Home

Post originale pubblicato su Agorà Twain.

(Illustrazione di Tang Yau Hoong logo #LitBlogStorm di Chiara Tovazzi)

Perché in questi ultimi tempi si tende a parlare sempre di più di recensioni? Per via della crescita del web 2.0 e di conseguenza dell’e-commerce, soprattutto se consideriamo la crisi/trasformazione dell’industria editoriale nel nostro paese in relazione con la diffusa contrazione dei consumi e calo dei lettori.

E poi, certo, per via dell’“inquietante” crescita di popolarità dei book blog.

Come spesso avviene in dibattiti come questi (vedi Recensioni 2.0: come la rete racconta i libri, al Salone del Libro di Torino 2013) si profila uno scontro transmediale tra critica letteraria online e critica tradizionale (per lo più cartacea). Una contrapposizione, giusta o sbagliata che sia, di questi tempi inevitabile.

Di conseguenza, perché non provare a trarre alcune conclusioni circa la qualità e l’attendibilità degli spazi adibiti alla critica tradizionale? Magari partendo da un amaro presupposto: la maggior parte delle recensioni che si leggono sui quotidiani, sulle riviste, sulle terze pagine dei giornali o, più in generale, sulle principali testate del nostro paese (comprese quelle online), non sono recensioni.

Per lo più si tratta di “segnalazioni”, “anticipazioni”, trafiletti, contenuti testuali che rientrano in un ambito prettamente promozionale, legato a logiche di filiera editoriale. Lo scopo di tutto questo è aumentare la visibilità di un titolo, farlo circolare, creare attorno al libro non esattamente massa critica ma aspettativa e passaparola.

Naturalmente il discorso finisce sempre lì: sulle vendite. Cercare di muovere e influenzare il mercato.

Ma che ne è del giudizio critico di un libro?

Spesso questi contenuti testuali, quando non rivelano fin da subito un taglio entusiastico-promozionale che nel tempo ha codificato un gergo plastificato, una serie di espressioni vuote e “frasi fatte” che attingono ad un luogocomunismo d’occasione, appiattito e spersonalizzato, si profilano come articoletti “medi”, “grigi”, senza reali opinioni o giudizi di valore.

In questi casi la segnalazione passa attraverso informazioni generiche: un accenno alla trama e all’autore, qualche paragone ardito, icastico, suggestivo/persuasivo e poco più.

Parliamo di contenuti redatti appositamente per letture estemporanee, che cercano di catturare l’attenzione per poco tempo e che non necessitano chissà quale sforzo intellettuale.

Basta scorrere le pagine di quotidiani e riviste per accorgersi, già osservando il loro formato (numero ristretto di battute, riquadri laterali, trattamento tipografico diverso rispetto al corpo di testo principale), che si tratta di contenuti accessori, poco impegnativi, dei “gadget”. Occhielli posti a margine, parte di un corredo, un’integrazione occasionale, del tutto simile ai riquadri dell’oroscopo.

L’alternativa è l’esatto contrario: il paginone culturale, dove l’illustre commentatore di turno, forte di un certo prestigio, analizza un libro che, chissà perché, è 99 su 100 un titolo di punta di un grande gruppo editoriale.

Un tipo di intervento che i lettori, negli anni, hanno cominciato a guardare con sospetto, molte volte a ragione, date le evidenti aderenze/affinità, vuoi politiche, vuoi editoriali – per non parlare di simpatie personali etc – di quel determinato autore o contenuto del libro con la testata che decide di ospitarli.

Insomma: le solite marchette, per quanto, alle volte, magistralmente mimetizzate attraverso esegesi approfondite (e qualche volta, diciamolo, interessanti).

Quando non è la cattiva fede di certi intellettuali a compromettere il loro giudizio è il loro ego: il recensore illustre sale in cattedra e produce un contenuto incentrato sulla propria personalità, riverbero della propria immagine (esigenza di calamitare visibilità, creare un pubblico e di conseguenza un mercato per le sue prossime pubblicazioni).

In questo caso la discussione sul libro è un pretesto, il titolo funge spesso da veicolo per promuovere chi ne parla, e con lui la sua “firma” (fenomeno ad esempio molte legato alle stroncature illustri: dissing letterario).

Il lettori tendono a premiare anche questo tipo di contenuti: una scelta legittima.

Leggo tal dei tali perché tal dei tali mi piace a prescindere (o perché mi piace come sa distruggere la gente, perché gradisco il suo stile e la sua attitudine etc). Non ne faccio più un discorso di autorevolezza della fonte ma di “autorialità”. Una lettura ricreativa più che una sincera critica dialettica.

A tutto ciò vanno aggiunti tutti quei contenuti prodotti attraverso i copia-incolla di schede di lettura, recensioni altrui, comunicati degli uffici stampa. Collage, interpolazioni, parafrasi spacciati come recensioni. E non è nemmeno escluso che questi articoli vengano redatti da una persona che non ha letto, o ha letto solo in parte, il libro di cui parla. Junk contents, spam reviews

E che dire degli articoli mordi-e-fuggi di alcune testate (online) che funzionano come recensionifici “fast food” – recensisco più libri possibili per raggiungere un numero maggiore e trasversale di lettori?

Pezzi da 900 battute, una valutazione riassuntiva e numerica in “stelline”, o altri simboli, e via: si passa ad un altro titolo, qualunque esso sia, a prescindere da una qualsiasi specializzazione del sito/blog/portale. Romanzo giallo, libro di ricette, saggio su Auerbach: non c’è alcuna differenza. L’importante è produrre più articoli possibili.

Domanda: possiamo considerare questa tipologia di contenuti delle vere e proprie recensioni?

Che ne è del giudizio critico? Dell’autorevolezza e della credibilità di questi mezzi d’informazione e della qualità investita in un lavoro del genere?

Che ne è del rispetto verso il lettore?

E soprattutto: quali sono le conseguenze di questo fenomeno?

Una visione d’insieme che rivela uno scenario isterico e sclerotizzato, poco affidabile e inquinato da protagonismi, superficialità e da logiche che poco hanno a che vedere con un’attitudine critica onesta e responsabile.

Il sovraccarico della rete, la crisi dei lettori, l’ansia da prestazione, i numeri del mercato non fanno altro che gettare benzina sul fuoco.

La reazione di fronte ad un tale scenario dantesco? I critici tradizionali gridano allo scandalo e additano la blogsfera come responsabile dello status quo. Della serie: “Voi ci state rubando il lavoro!”

Non posso dire di essere dello stesso avviso: volendo risalire alle origini di questo scenario, ci accorgeremmo che la crisi della critica letteraria nel nostro paese si concretizza (o necrotizza) negli anni ’90, quando si fa più serrato, per non dire complice, il dialogo tra letteratura e una nuova tipologia di industria dell’intrattenimento, sempre più mediatica e pervasiva.

L’intellettuale umanista, svilito, detronizzato, alienato, e che da tempo ha rinunciato al proprio “mandato”, lascia il posto all’intellettuale-intrattenitore, al commentatore abrasivo, all’opinionista intruppato, al cronista culturale nel libro paga dei grandi gruppi editoriali.

Da una parte chi fa del mestiere del critico uno spazio polemico per comunicare opinioni spettacolari, eccentriche, aggressive, in modo da porre al centro la propria firma, dall’altra il “coscritto” dei gruppi editoriali coinvolti in una perenne “guerra tra clan”.

Premesse che ci indicano come il lavoro della critica letteraria fu costretta/si adeguò a contrarre il proprio orizzonte al solo spazio giornalistico, quello, appunto, della recensione. Vale a dire una forma, anche piuttosto effimera, di discussione, funzionale all’acquisto di un prodotto (con tutte le conseguenze di cui sopra).

In uno scenario mercantile, veloce e serrato, lo spazio per l’analisi e l’argomentazione hanno avuto la peggio al cospetto della speculazione e di altre tipologie di dinamiche.

In questo modo la critica letteraria propriamente detta, quella che “non vuole stare al gioco”, perde progressivamente attrattiva, dilazionando un’immagine di sé piuttosto tradizionalista, passatista, impacciata o quantomeno non in grado di tenere il passo, leggere la realtà, comunicare ai lettori e cogliere le loro esigenze.

Alcune branche del mondo accademico hanno cercato di sfuggire a queste logiche – ad esempio riconvertendosi in progetti editoriali sul web – ma larga parte rimane tuttora prigioniera dell’isolamento e della conversazione autoreverenziale.

Per come la vedo io un lento (e irresponsabile) suicidio, più o meno indotto da diversi mandanti.

Alla luce dei fatti la questione può riguardare più da vicino l’attendibilità di alcuni media: più di “crisi” della critica tradizionale io parlerei di “erosione” degli spazi d’espressione.

Il mal costume generalizzato ha più che altro compromesso la credibilità di alcuni luoghi di cultura e mi riferisco soprattutto a certi mezzi di informazione: su tutti i quotidiani, le riviste, le terze pagine dei giornali (per non parlare della televisione).

A questa “erosione” di spazi credibili si contrappone la crescita fisiologica del web e della popolarità dei book blog.

Le comunità online si aggregano, condividono interessi, fanno “cultura” (poiché io non credo che esista cultura senza aggregazione) e “letteratura” (la letteratura non è fatta solo dai libri ma anche dai discorsi sui libri). E lo fanno in via del tutto autonoma.

Una delle caratteristiche peculiari delle comunità online e della blogosfera consiste appunto nella sua natura potenzialmente indipendente (certo, non sempre è così), soprattutto nel senso di “autosufficiente”.

Per quanto riguarda i criteri di valutazione di un libro o di un autore, le comunità online – social network letterari, forum, community – preferiscono affidarsi al meccanismo del rating: al parere “tecnico” dell’auctoritas – critico letterario o commentatore giornalistico – privilegiano l’accumulo di feedback, vale a dire il voto medio dei “pareri” dei lettori, cioè dei loro simili.

Ma stiamo pur sempre parlando di “pareri” (mi piace/non mi piace), che per quanto sinceri non sono – ma non sempre! – vagliati attraverso il filtro tecnico, gli strumenti e l’expertise di un critico letterario, di un intellettuale, di un professionista.

Sarebbe interessante, e qui concludo, capire il valore reale, oggettivo, di un vaglio affidato alla cosiddetta intelligenza collettiva, meccanismo peraltro inquinabile dai rating fasulli – e lo sanno bene gli utenti di Anobii, Goodreads, o i fruitori dei grandi market place come Ibs o Amazon – un metodo come un altro per promuovere un prodotto (pareri di amici, di profili falsi, feedback creati dalle case editrici etc: in rete il fenomeno dei fake sta condizionando sempre di più qualsiasi tipologia di comunità online).

Di questi argomenti magari ne parleremo più avanti. Anzi, colgo l’occasione per rilanciare la questione nel caso in cui qualcuno (blogger, lettore, professionista del settore) sentisse il bisogno di dire la propria attraverso #LitBlogStorm.

P.S: Ma cos’è #LitBlogStorm? #LitBlogStorm è un hashtag, un brainstorming corale, una campagna culturale che si propone di rinnovare e diffondere un dibattito collettivo sul fenomeno della blogosfera letteraria e molto altro.

Cosa sono i blog letterari? Di che cosa si occupano? Qual è il loro ruolo? È possibile creare una rete tra di loro? Che ne sarà del futuro della critica letteraria? Come funziona il dibattito letterario nell’era del web?…

#LitBlogStorm è una chiave di ricerca utile per blogger, lettori, appassionati e professionisti per fruire tali contenuti o per prendere parte alla tempesta perfetta. More info.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...