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La mala educación è la rubrica di Agorà Twain che ospita le impressioni di Gian Paolo Serino, critico letterario e ideatore di Satisfiction, di volta in volta sollecitato da qualche domanda del sottoscritto.

Tra qualche giorno s’inaugurerà la XXVI edizione del Salone del Libro di Torino: grandi manifestazioni come queste, in Italia, quanto sono rappresentative di un certo stato di salute della letteratura e dell’editoria e quanto in realtà possono risollevare le sorti del nostro mercato? Inoltre quanta distanza ci separa dalle kermesse internazionali come la Buchmesse di Francoforte?

Il Salone del Libro? L’anno prossimo chiude. Credo che il Salone del Libro di Torino rappresenti al meglio lo stato non solo della letteratura e dell’editoria in Italia. Mai come quest’anno il Salone porta sulle sue passerelle di carta la crisi, anche civile e politica, che stiamo vivendo. Più che una Fiera editoriale quest’anno sembra un congresso del PD, una festa dell’Unità con nani e ballerini. Basta leggere il programma degli ospiti per comprendere come da una parte ci siano congressi di interesse puramente accademico (che ovviamente saranno deserti) e dall’altra più degli spettacoli televisivi che degli incontri letterari (con spettatori più che lettori). Non a caso girando per gli stand già negli anni precedenti si sentiva dire: “Andiamo a vedere che c’è quello scrittore famoso”. L’”andiamo a vedere” e non andiamo ad “ascoltare” è significativo.

Sono convinto che anche quest’anno, come tutti gli anni, Ernesto Ferrero, presidente del Salone del libro, dichiarerà la sua soddisfazione sul numero dei visitatori paganti. Ogni anno sono in aumento, perché sono in aumento le scolaresche di ogni fascia di età costrette a visitare il Salone come un astemio può amare entrare in un saloon. Più che un Salone è un Saloon: non manca niente per nessuno, è un Luna Park con tante lucine accese. In realtà non influisce per nulla, come invece il Salone di Francoforte, su piani editoriale o sulla scoperta di nuovi talenti.

È un grande supermercato colpevole di ridurre i lettori a dei consumatori. Ma dato i tempi i consumatori iniziano ad essere dei consumati e di certo i libri non sono tra le loro priorità. Si investe di più in uno smartphone che in un Millennio Einaudi. Quest’anno il Salone del Libro sancirà per sempre la propria chiusura, non solo mentale. Credo che dall’anno prossimo, se esisterà ancora, sarà in versione ridotta o in diretta a “Domenica In”. Come il matrimonio di Valeria Marini. Magari con le bestemmie fuori onda di qualche editore che nel suo lavoro di credere nella cultura crede ancora.

Puoi trovare le precedenti conversazioni su questo link.

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