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Premessa: non ho letto i romanzi di Paolo Giordano, che poi sono solo due, anche se li possiedo entrambi, come molti altri libri che affollano casa mia per motivi a me sconosciuti e che rimangono lì a prendere polvere assieme a quelli della Santacroce. Mancanza di tempo, voglia e coraggio nell’affrontare simili letture; giusto per ribadire che questo articolo non ha NULLA a che fare con i meriti o i demeriti letterari di Paolo Giordano malgrado non conosca nessuno che mi abbia mai detto che La solitudine dei numeri primi non sia poi così male. Nemmeno mia mamma che va matta per Baglioni, per dire. In questo articolo voglio solamente prendere in esame la persona, o il personaggio, di Paolo Giordano, il cosiddetto “corpo dello scrittore”, il suo di “corpo umano”, nella fattispecie il più noioso scrittore che abbia mai conosciuto.

Per chi non lo sapesse, Paolo Giordano ha vinto il Premio Strega nel 2008 con La solitudine dei numeri primi. Caso letterario dell’anno, best seller più venduto in Italia. Segue il film tratto dal libro girato dal figlio di Maurizio Costanzo solo perché Muccino chissà dov’era. Giordano non riesce più a scrivere nulla per quattro anni. L’attesa si fa pressante: finalmente esce il secondo romanzo, nato dall’esperienza dell’autore in Afghanistan mandato lì non si sa perché. Questo romanzo si intitola Il corpo umano.

E insomma decido di andare alla presentazione dell’ultimo libro di Paolo Giordano, il quale, se scopa come parla capisco perché si è messo assieme a una tipa che ha già due figli.
Ovvero come riassumere la serata in una battuta di cattivo gusto.

Alle volte credo che il pubblico se le vada a cercare. Io me la sono andata a cercare. Nella fattispecie un Giordano irragionevolmente soporifero che ci sobbarca questa densa coltre di cazzi suoi e di informazioni non richieste sulle sue inquietudini da trentenne (famiglia, responsabilità, paranoie di uno che, per quanto poco, ha la metà dei problemi che invece ha il doppio della gente). A un certo punto ti devi sforzare per non illuderti di partecipare a un evento letterario e non a una seduta di psicanalisi.

Proiettano questo filmato girato da Giordano stesso in Afghanistan. Si chiama Bolla di sicurezza, vale a dire nella base italiana si sta al sicuro mentre fuori dal recinto sono cazzi. Lo scrittore dentro questa area bonificata dal pericolo ritrova la vocazione letteraria, come a voler dire: “è grazie a Vanity Fair che mi ha mandato laggiù se dopo quattro anni dall’esordio e due romanzi abortiti sono riuscito a tornare nelle librerie”.

Paesaggi poetici e lunari di una terra vuota e silenziosa. La voce fuori campo dello scrittore che comincia a provocare l’orchite: «il nemico c’è, ma è invisibile», carrellate aeree di montagne aspre e spoglie, «in questo silenzio è possibile avvertire il palpito del proprio cuore, il ronzio degli organi in funzione. Il rumore del corpo umano». E qui, in sala, ci sarebbe stato a mille un peto.

Immagini di vita quotidiana dentro la base italiana che assomiglia, minuto dopo minuto, ad un campeggio militare con tanto di stanza karaoke (giuro) e bancone del bar senza alcolici. Mai avrei pensato che la guerra fosse una sorta di festa delle medie.

Intervistano questa tipa che fa il medico di campo che racconta dei ragnacci che rincorrono le persone e che fischiano, o qualcosa del genere, e un tizio in mimetica, che poi si capisce essere il prete, cioè il cappellano dell’esercito, che dice qualcosa come: «A me non interessa se questa guerra è giusta o meno, perché so che il mio posto è qui ed il mio compito è quello di salvaguardare la coscienza di ogni soldato». Già la coscienza della guerra: chissà se il prete legge i giornali, se gli arrivano dall’Italia oltre alle munizioni e alle televisioni a schermo piatto.

Sì, in Afghanistan i nostri hanno lo schermo piatto nelle tende.

Poi c’è la scena delle docce. Ma non è quello che pensate voi.
Inquadratura fissa. Le linci militari, mezzi mobili corazzati, mitragliatrici sullo sfondo. Silenzio spettrale. Un tizio in accappatoio sgargiante e ciabatte attraversa l’inquadratura e scompare. Un secondo dopo, in senso opposto, un secondo tizio in accappatoio e ciabatte. Quelle scene minimal da film coreano che Giordano deve aver tanto adorato.

E insomma, il filmato finisce e Giordano attacca con la tiritera dell’epica quotidianità, che assume tutto un gusto particolare, una magia, una poesia indecifrabili se decontestualizzata in una situazione di latente tensione come quella di una base militare in territorio nemico (ma che nemico non sarebbe mai stato se noi non fossimo andati là con i missili; e questo lo dico io, non il paraculo di Giordano, che al massimo fa del sarcasmo sui «colori coraggiosi» degli accappatoi Decathlon dei soldati).

Interrogato sulle ragioni della guerra lo scrittore divaga, non dice la sua, e continua con i suoi monologhi riguardanti i commilitoni, suoi coetanei: «sarei potuto essere uno di loro» se non fossi stato uno di quei “culattoni raccomandati” che hanno evitato il servizio di leva perché impegnati a laurearsi in qualcosa anche senza sapere il perché. E vai di nostalgia nel momento in cui è dovuto tornare in Italia come quando da piccolo lasci la colonia estiva.

E io che lo ascolto con attenzione sperando che rivelasse gli episodi di nonnismo che ha dovuto subire, ma niente: «È molto strano dover condividere tutto quel tempo con quei ragazzi che si aprono a te in modo impressionante e si confidano come mai avrebbero fatto in una situazione diversa da quella» e allora io continuo ad ascoltarlo attentamente, in attesa che rivelasse qualche episodio di sesso omosessuale, ma anche qui, niente da fare.

Giordano è un fiume in piena, con quella sua prosodia lenta e la evve moscia. Parla della linea d’ombra di Conrad, che separa l’adolescenza dall’età adulta, quel momento della vita che non ha nome, quel passaggio che lui evidentemente ha vissuto lì, in Afghanistan, come se fosse normale diventare grandi e maturi a trent’anni, dopo aver vissuto l’ansia, durante gli anni precedenti, di non lasciare incinta una qualsiasi squinzia che eri abituato a scoparti.

Cose così, perché il suo ultimo romanzo parla proprio di questo, di responsabilità, di maturazione: «Un uomo diventa veramente adulto quando deve prendersi cura di qualcuno» e qui Giordano parla della sua nuova compagna con due figli a carico che gli ha cambiato la vita, per poi ritrovarsi a parlare inspiegabilmente – colpa mia, devo aver perso il filo del discorso per due minuti – di sesso virtuale, consumato da diversi ragazzi della sua età, come anche da lui stesso nel suo studio. A quel punto mi chiedo se fare sesso virtuale corrisponda a fare qualcosa di diverso da una sega davanti ad un computer. Un’immagine di Giordano in grado di raggelarmi il sangue.

Fortuna che comincia il reading, che però dura cinque o sei pagine, giusto per non ottenebrare l’impressione da liturgia, da messa cantata, dilatata dal silenzio e da un riverbero sepolcrale in sala, l’abbiocco che via via si fa sempre più arrogante, la voglia aggressiva di uscire a fumarsi una cicca se non fosse che fuori fa un freddo cane.

Finisce il reading e ricomincia il monologo sul romanzo dei (e per i) trentenni, solo che di mezzo c’è l’Afghanistan, altrimenti sarebbe potuto sembrare un libro di Fabio Volo. Nel frattempo cerco con lo sguardo tra il pubblico individui che non possano essere mia madre e mi soffermo su un trio di ventidue-ventitreenni in ghingheri, quel tipo di ragazze, per intenderci, che vanno in giro a braccetto, con il berrettone e le sciarpotte avvolte attorno al collo per nascondere la differenza di carnagione tra il volto e il decolletè. Mi chiedo se siano lettrici di Giordano o semplicemente lettrici di Vanity Fair, in caso ci fosse, ma non lo posso sapere, differenza.

Da quel momento in poi mi estraneo da Giordano e dalla sua parlantina. E comincio a riflettere. A rischio di sembrare strafottente vi dico che inizio ad avere una certa esperienza in fatto di presentazioni di libri e autori. Ora come ora sono giunto a credere ad alcune leggi inalienabili della fisica letteraria: più gli scrittori sono giovani più risultano un pacco.

Quelli che si prendono sul serio intendo. I giovani che magari si credono tali fino ai quarant’anni e che non fanno una piega quando i moderatori/presentatori continuano ad appellarli (in)volontariamente come “giovani autori” malgrado la platea faccia di tutto per non far caso alle stempiature e alle panze dei tizi che c’hanno davanti.

Ma non è questo il caso di Paolo Giordano, che è un ragazzo di bella presenza ma che, se tanto mi dà tanto, me lo immagino scopare, sì e no, una volta l’anno. Anche da questo punto di vista il paragone con Fabio Volo non regge, mentre potrebbe reggere con Alessandro Piperno – altro autore che prende polvere tra i libri in stand by a casa mia – altro scrittore amato/odiato ad aver vinto lo Strega ma non a ventisei anni come Giordano, il più giovane vincitore della storia del premio, fatto che gli deve aver causato non pochi problemi, ansie, invidie, pressioni.

Per questo motivo ho sempre provato una strana simpatia verso questo ragazzo che ha dovuto subire il peso della notorietà, l’ansia di doversi riconfermare, di produrre un secondo best seller e nel frattempo avere l’obbligo di apparire come “qualcuno”, di avere qualcosa da dire, di fare il filosofo, l’intellettuale, malgrado siano in molti gli intelligentoni a schifarlo, perché i suoi libri li puoi trovare ovunque, anche al supermercato, come se i romanzi di Calvino, di Gadda, di Pirandello, di Levi non li si sarebbero potuti trovare in autogrill se quegli autori non fossero morti.

Controllo l’orologio e realizzo che ancora due minuti e poi me ne torno a casa. Giordano è sempre lì che parla e mentre parla muove la mano che non stringe il microfono. No, ora la mia strana simpatia che provavo per lui – più che altro empatia, comprensione – evapora. Ad un certo punto la provocazione, segno di una voglia mascolina di rivalsa, un guizzo di spina dorsale: «Tanto lo so che quasi nessuno di voi ha letto il mio libro» e qui sta tutta l’irriverenza di Paolo Giordano. Esticazzi, verrebbe da dire, se è per questo manco me lo compro dopo averti visto quest’oggi. Inoltre mi ha impressionato l’amarezza di una simile sparata: “tanto lo so”. Lui sa, come Pasolini.

Perché Paolo “lo sai”? Le vendite stanno andando così male? Se così fosse chissà i cazziatoni che si sarà beccato dai caporali della Mondadori. Chissà adesso il vortice di paranoia e depressione. Chissà il prossimo libro.

Mi alzo e faccio per andarmene quando Giordano se ne esce con: «Iniziate a pensare alle domande che volete farmi così colmiamo quel vuoto di silenzio che immancabilmente segue alla richiesta di interventi dal pubblico» come a voler dire: “pure io mi sto rompendo il cazzo, cerchiamo di venirci incontro”.

E quindi me ne vado. Fuori c’è la coda per la gente che va a vedersi Corrado Augias, pronto ad intervenire nell’auditorium lì accanto. E qui ci starebbe l’amara riflessione sul pubblico habitué degli happening culturali in Italia, composto da individui dall’anagrafe impietosa e da vecchie in pelliccia. E mentre alle mie spalle esplode un timido applauso – forse Giordano ha sciolto le camere – mentre vedo arrivare Augias in loden e cappellino di pile da vecchio, una signora anziana allunga il collo raggrinzito, attirata dagli applausi, e chiede: «Ma chi c’è di là?». Qualcuno le dice: «Paolo Giordano». E lei: «Ah sì, quello della tv».

Le conseguenze delle eucaristie televisive di Fabio Fazio e Daria Bignardi.

Lei forse no, non legge Vanity Fair.

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