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La mala educación è la rubrica di Agorà Twain che ospita le impressioni di Gian Paolo Serino, critico letterario e ideatore di Satisfiction, di volta in volta sollecitato da qualche domanda del sottoscritto.

Te la sentiresti, in tempi come questi, di incoraggiare i giovani a intraprendere una carriera umanistica o letteraria? Lo ritieni un percorso formativo o accademico consigliabile?

Indubbiamente sì: ho iniziato a leggere quando avevo quattro anni, poi leggere oltre che un piacere è diventato un lavoro. Se si ha la forza di continuare a leggere sempre per passione è il lavoro più bello del mondo. Se no, diventa un mestiere.

Non credo molto nei percorsi di (de)formazione accademica. Credo molto in quello che ha scritto Giovanni Papini in Chiudiamo le scuole, un pamphlet del 1926 ancora oggi di una attualità sconcertante: “L’unico testo di sincerità all’interno delle scuole è scritto sulle pareti dei cessi”. Un altro termine che non comprendo è “carriera umanistica”: come può una carriera essere umanistica? È un ossimoro, un controsenso. Anche perché l’editoria italiana è sovrappopolata di carrieristi e di accademici. Qual è il risultato? La disfatta.

Nessuno legge più. Quindi non è la via giusta, è una strada da invertire. Adesso c’è davvero bisogno del “Potere alla fantasia” di debordiana memoria. Gli accademici hanno desertificato le emozioni della lettura con le loro analisi e recensioni museificate. Essere un critico letterario significa portare il lettore a fare a meno delle “note a piè pagina”. Le note lasciamole alle scuole. E a scuola è giusto che vadano gli ingegneri o i medici: non puoi aprire una pancia o costruire un ponte solo perché sei un artista.

Con la letteratura è diverso: certo ci vogliono le fondamenta, ma le fondamenta della letteratura non te le insegnano certo a scuola o nelle università. Educare viene dal latico educere: portare fuori quello che si pensa. A scuola ti educano nell’etimo latino o ti inculcano dei dati come chiodi in teste recalcitranti? Datevi da soli la risposta.

La parola studiare viene dal latino studere e ha due accezioni: la prima è “interessarsi di” e la seconda “ingegnarsi di”. Ecco io credo che abbia trionfato l’ultimo significato: non a caso la maggior parte degli studenti dicono “Oggi devo studiare”. Con la lettura sta avvenendo lo stesso: gli accademici l’hanno ridotta ad un dovere. Nessun dovere, nessuno ti costringe a leggere. Puoi anche vedere un film o vedere le partite di calcio. Non per questo sei un ignorante. Certo i libri aiutano a leggere il mondo e quindi, quando leggi, capisci che vedere una partita di calcio è qualcosa di non umano. Cosa c’è di più passivo al mondo che vedere giocare? Ma questi sono i miei ragionamenti, la dimostrazione che sono un esperimento da non ripetere a casa. Quindi studiate e buona “carriera”. Ma che non sia letteraria.

Puoi trovare le precedenti conversazioni su questo link.

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