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La redazione di CAM dà i propri “Oscar Letterari” del 2012. Il post originale lo potete trovare qui.

Ecco il meglio di quello che io personalmente ho letto nel 2012.

Alberto Bullado consiglia:
Shalom Auslander, Prove per un incendio, Guanda, 2012, 319 pgg

Il 2012 è stato per me l’anno delle (ri)scoperte. Vergogna di Coetzee, che chissà per quale motivo ho deciso di rileggere, mi ha colpito più a fondo, nello stomaco. (Ri)leggetelo anche voi. E poi Ellroy, che mi ha letteralmente folgorato: non avevo letto nulla di suo prima di quest’estate, quando ho acquistato una vecchia edizione di L.A Confidential ad una bancarella di libri usati in una sagra di paese, per il modico prezzo di un euro. L’euro meglio speso nella mia vita. Cinque giorni dopo sono corso in libreria per acquistare American Tabloid, altro libro pazzesco.

E ancora Tim Willocks, autore che ho conosciuto quest’anno (potrete leggere la mia intervista all’autore inglese sul prossimo numero di CAM): Il fine ultimo della creazione e Re macchiati di sangue, due romanzi di una grande potenza narrativa.

Infine una piacevole sorpresa: Sforbiciate. Fraseggi fuori area & storie di Pallone, ma (ma anche no) di Fabrizio Gabrielli, un’emozionante ed imprevedibile raccolta di racconti. La storia particolarmente intensa di un calciatore per ogni capitolo, da George Best a Martin Palermo (consigliabile agli appassionati di calcio e agli ignoranti che credono che il calcio sia una passione da bifolchi).

Ma se dovessi eleggere il mio romanzo dell’anno ecco che dico Prove per un incendio di Shalom Auslander. Anche questo, un autore che ho conosciuto solo di recente (Festivaletteratura di Mantova: lo ricordo ancora con il capello riccio, un po’ ingrigito, e la t-shirt di Frankenstein) e che ho trovato di un’ironia contagiosa, tanto da far sembrare i nostri autori dei pallosi catechisti.

Prove per un incendio racconta di questo Solomon Kugel, quarantenne ebreo, frustrato ed ossessionato dalla morte – porta sempre con sé un taccuino nel quale annotare una possibile frase ad effetto da pronunciare nell’attimo prima di morire – che decide di trasferirsi in campagna con la sua famiglia. Problema: in questo anonimo paesino chiamato Stockton c’è qualcuno che ama incendiarie le fattorie, proprio come quella nella quale si è trasferito Solomon. Angosce che si sommano: figlio malaticcio, coppia in crisi, madre a carico che non ci sta più con la testa – una donna cupa, tragica, ossessionata dalla Shoah, malgrado sia finita in un campo di concentramento solamente in vacanza, come turista – e, come se non bastasse, un ospite inatteso, nascosto nella soffitta della nuova casa: Anna Frank, vale a dire una vecchia decrepita, stronza e paranoide, alle prese con la stesura del suo secondo libro che la dovrebbe rilanciare come grande scrittrice (dopo aver venduto 32 milioni di copie con il suo diario).

Come convivere/sopravvivere in un simile equilibrio precario? La moglie di Salomon non deve sapere di Anna Frank: di certo non vorrebbe avere quella vecchia rompicoglioni in casa, già le basta la suocera che crede di essere sopravvissuta all’Olocausto. Più l’inquilino brontolone a cui affittano una stanza per poter arrivare a pagare il mutuo. Più la minaccia del piromane. Più una serie di sfighe assortite e nevrosi familiari.

Bene. Immaginatevi tale situazione al limite del grottesco, raccontata da un autore che mischia nello stesso calderone Woody Allen e Chuck Palahniuk, mantenendo alto il gradiente corrosivo di un’autoironia politicamente scorretta: «Hitler era un grande ottimista. Ogni mattina si svegliava chiedendosi “Come posso rendere il mondo perfetto?”». Inutile aggiungere che il titolo originale del romanzo, Hope: a tragedy, ci sarebbe stato meglio. Un romanzo dissacrante sulle paranoie e sulle velleità della vita, su Dio, la religione, la famiglia, la guerra, l’ottimismo, la speranza.

Una prosa brillante, un soggetto originale, uno humour intelligente che fanno di questo romanzo un piccolo gioiello (sempre su CAM potete trovare la recensione del primo romanzo di Auslander, Il lamento del prepuzio) firmato da un autore, anch’egli ebreo, cresciuto in una famiglia ortodossa come il protagonista del libro. Insomma, Shalom Auslander è da tenere sott’occhio. Consigliato a chi si è rotto le scatole di Roth. Anche per questa ragione Auslander è diventato il mio ebreo preferito.

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