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Post originale su Agorà Twain.

Negli anni 2000 i corsi di laurea a indirizzo umanistico hanno avuto (o subito?) un impressionante aumento degli iscritti. Un boom spesso e troppo facilmente liquidato con qualche battuta: “si tratta della crisi delle materie scientifiche”, “le facoltà umanistiche sono tradizionalmente più accattivanti ed attrattive”, “gli studenti compiono questo tipo di scelta, anche senza avere una reale competenza o vocazione, perché si tratta di corsi di laurea più semplici”.

Tutto vero, ma siamo sicuri che si sia trattato solamente di questo?

Ricordo ancora quegli opuscoli e i libretti che circolavano all’epoca nei licei: depliant turistici del paese dei balocchi stampati annualmente e distribuiti agli studenti. L’Università di Lettere prometteva di tutto e di più: corsi accattivanti, nuovi curricula che spuntavano qua e là, possibilità molto ampia nel personalizzare il proprio percorso di studio, sbocchi professionali interessanti e promesse di ogni genere. Ma quanto c’era di vero dietro a questa offerta formativa?

Da questo punto di vista i corsi di laurea di Lettere e Filosofia hanno operato una sorta di “marketing universitario”, spacciato per “orientamento”, piuttosto furbo, ma alla lunga distanza dannoso ed ingannevole. E per quale motivo?

Per molto tempo si è creduto che allargare il bacino degli iscritti costituisse un beneficio di per sé (o per le casse degli Atenei), ovvero l’aumento di un livello culturale medio degli studenti, ma senza nemmeno possedere i giusti strumenti culturali e formativi, senza aver elaborato percorsi di studio concretamente finalizzati all’impiego e di conseguenza aggiornati con nuovi contenuti didattici: una convinzione francamente ingenua e superficiale, che alla lunga ha prodotto conseguenze piuttosto negative.

Risultato? L’aver ridotto i corsi di laurea a post licei senza identità, parcheggi esistenziali di comodo, laureifici da un tanto al chilo e fabbriche di precariato. In poche parole si è lavorato molto sulla forte attrattiva dei corsi di laurea ad alta offerta formativa e zero sulla didattica. Di qui la cattiva nomea, in molti casi condivisibile, dei corsi di laurea umanistici.

«Abbiamo inventato dei corsi fingendo che avessero caratteristiche professionalizzanti che non possono avere, visto che non siamo in grado come Facoltà di potercelo permettere. Abbiamo creato curricula laddove non eravamo in grado di farlo, nemmeno culturalmente» Laura Vanelli, docente di Linguistica dell’Università di Padova.

«C’è poi la questione della comunicazione “drogata”. Negli ultimi 15 anni il bombardamento dei media, l’idea di puntare su un messaggio comunicativo efficace ha forse indotto l’Università e in particolare le facoltà umanistiche – che erano un po’ disarmate, paradossalmente, rispetto a questo tipo di messaggi – ad arrendersi al modello pubblicitario e quindi a puntare su messaggi molto allettanti» Andrea Celli, dottorato in Filologia ed assegnista presso il Dipartimento di Studi linguistici e letterari dell’Università di Padova.

«La prima applicazione della 509 è stata fatta in una confusione totale. Non sapevamo di che cosa si trattava, me lo ricordo bene. Abbiamo lavorato a tentoni, perché non è stato facile passare dal vecchio regime, in cui stavamo tranquilli, a questa rivoluzione totale che ci ha messo di fronte ad un’organizzazione di cui noi non avevamo la più pallida idea. C’è stato infatti un momento di euforia con un po’ di confusione nel quale ci è sembrato che inventare nuovi curricula un po’ diversi da quelli tradizionali fosse una cosa semplice e che bastasse metterla sulla carta.

[…] Bisogna dire anche un’altra cosa: questa riforma del 3+2 non è stata applicata col consenso generalizzato dei docenti, e la cosa non è irrilevante. Infatti è stata anche apertamente osteggiata. Non è facile ripensare tutto il disegno con un’opposizione, magari manifesta. Se gli attori principali in questo cambiamento, cioè i docenti, fanno resistenza passiva è difficile portarlo a termine in maniera positiva» Laura Vanelli.

«Mi sento di fare una piccola aggiunta: questo stato di riforma permanente che è delle singole istituzioni – perché non è solo l’Università, è ogni istituzione dello Stato – è un po’ la fotografia di una transizione permanente del Paese che sembra andare talvolta più al ribasso che verso un miglioramento. E questo ha proiezioni molto negative» Andrea Celli.

La conseguenza di tutto ciò? Che tipo di professionalità ha prodotto questo modo di fare università poco onesto o trasparente? Che tipo di laureati sono usciti da questi corsi? Figure ambigue, sfuggenti, professionalmente condannate al precariato.

Dice Franco Tomasi, docente di Letteratura Italiana all’Università di Padova «Qualche dubbio mi viene per esempio sulla figura del laureato triennale: non so definire cosa sia oggi e penso che questo sia un problema importante».

Cesare De Michelis, docente universitario e presidente della Marsilio Editori: «La professionalizzazione di Lettere forse vale a fare il commesso e poco altro»

Qualche dato alla mano: il 70% dei laureati in discipline umanistiche svolge lavori diversi da quelli per cui ha studiato. Il 40% dei laureati che ha trovato lavoro ne ha accettato uno di bassa o senza nessuna qualifica professionale: dicesi fenomeno di overeducation, ovvero il tasso di preparazione superiore rispetto al lavoro che si svolge. A ben vedere i laureati in materie umanistiche non sono affatto choosy, anzi, lo sono meno di tutti. E sono anche i meno pagati (fonte Banca d’Italia).

Conclusione: la strada che è stata imboccata anni fa non è quella giusta. Diverse le responsabilità: dai tagli devastanti, trasversali, drammatici, costanti e scellerati alla cultura e all’istruzione, allo stato di riforma e di confusione costante, al quale vanno aggiunte reiterate intromissioni politiche immancabilmente scorrette. Questo per quanto riguarda le cosiddette “cause esterne”.

Per quanto riguarda le responsabilità dei vertici accademici e della classe docente: “marketing universitario” poco onesto, offerta formativa non conforme alle aspettative, didattica non aggiornata secondo quelle che sono le nuove esigenze, l’ostilità di alcuni docenti nei confronti delle nuove riforme, l’irresponsabile tenacia nel voler indirizzare la didattica verso sbocchi professionali saturi o compromessi (ricerca e insegnamento, come abbiamo già detto in un altro articolo), mancato sforzo nel rilevare nuovi settori professionali nei quali orientare i propri programmi di studi ed infine il mancato contatto con i professionisti della cultura (poca pratica, poca trasmissione di competenze ed esperienze).

Ora, per ridare una funzione sociale e culturale ai corsi di laurea umanistica occorre innanzitutto affidare un ruolo professionale alla cultura umanistica contemporanea in sé e di conseguenza proporre un’offerta di studio concreta agli studenti, che li indirizzi verso un iter formativo preciso, realizzabile, aggiornato ed onesto. Ovvero tutto il contrario di quanto è avvenuto negli anni passati: una mezza truffa camuffata dietro un pezzo di carta.

Nel prossimo intervento proveremo a individuare alcuni ambiti professionali che i corsi di laurea umanistica farebbero bene a considerare.

Illustrazione di Francesco Bongiorni

Approfondimenti:

Questo articolo può essere considerato la seconda parte di un precedente intervento: Corsi di laurea umanistici: a cosa servono?

I virgolettati presenti in questo articolo provengono da una tavola rotonda verbalizzata in ConAltriMezzi #02 che potete leggere e scaricare gratuitamente qui. Su YouTube potete inoltre visionare due estratti della tavola rotonda: I parte e II parte.

La citazione di Cesare De Michelis proviene da quest’altro video.

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2 thoughts on “Le responsabilità dei corsi di laurea umanistici

  1. Gli stessi dati si possono leggere in altro modo. Il boom di iscritti testimonia una sfiducia nel mercato del lavoro tale per cui un indirizzo senza sbocchi professionali garantiti e` piu` allettante di uno che in linea teorica fornirebbe una preparazione tecnica facilmente deprezzabile. I parcheggi esistenziali, per quanto l’espressione sia drammatica, sono anche un’occasione positiva, un momento di crescita per chi non sa esattamente che cosa vuole fare nella vita (e mi preoccupa di piu` chi a 20 anni gia` lo sa),e si educa ad un’apertura mentale che ovviamente si portera` in qualsiasi altra professione svolgera’. Non si puo` essere overeducated. Che poi la pubblicita` di questi corsi possa essere ingannevole, che ci stia gente che bivacca e che non combinera` mai niente e` fuori di dubbio: ma la verita` per me e` che chi si iscrive a questi corsi dovrebbe sapere perche` lo fa, e se lo fa “solo” per trovare poi un “ruolo professionale alla cultura umanistica contemporanea” che sia garantito e automatico, probabilmente avrebbe fatto meglio a iscriversi a medicina, e leggersi Bauman a casa la sera.

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