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Post originale su Agorà Twain.

In momenti di crisi come questi è normale considerare i corsi di laurea umanistici inutili, sconsigliabili, secondo alcuni addirittura da abolire. Opinioni segno di un’anomalia profondamente interiorizzata dalla nostra società.

Ecco giustificate alcune lugubri proposte: aumento progressivo del numero chiuso, innalzamento delle tasse universitarie, aprire alla possibilità di prestiti per potersi pagare gli studi, mancata erogazione delle borse di studio (e difatti il numero di immatricolazioni diminuisce di anno in anno). Tuttavia l’università ha già da tempo imboccato questa strada (scenario rappresentato, ad esempio, da questo articolo piuttosto esaustivo, comparso il 22 settembre su «Pubblico»).

Per contrastare un simile zeitgeist, figlio tanto delle volontà politiche e speculative dei soliti noti quanto della percezione comune – la pancia dell’italiano medio, e non solo quello – occorre cercare di rispondere alla domanda da un milione di dollari: a cosa servono i corsi di laurea umanistici? Altrimenti da qui non se ne esce.

A) Un bel po’ di anni fa si sarebbe detto: a formare la classe dirigente. Prospettiva remota, romantica, al giorno d’oggi impraticabile. La società è cambiata, i metodi di promozione sociale hanno preso altre direzioni, per non parlare della supremazia che da tempo la tecnica ha acquisito ai danni della cultura, progressivamente, a torto o a ragione, privata di un antico prestigio (argomento in realtà assai più complesso che per motivi di tempo e spazio non possiamo al momento trattare).

B) Altra possibilità: i corsi di laurea umanistici servono a rigenerare la classe accademica. Vale a dire a favorire un ricambio generazionale all’interno dell’università stessa. Non solo una mera questione anagrafica, ma di contenuti, di approcci e di metodi di studio. Si tratta perciò di “fare cultura” nel senso più accademico del termine, in modo da progredire nella ricerca e, di conseguenza, migliorare ed aggiornare il lavoro formativo all’interno dell’ateneo. La prospettiva è quella di creare “intellighenzia” che a sua volta sia in grado di rinnovare se stessa. E così via.

Purtroppo tutto questo non avviene: tempistiche geologiche, gerontocrazia, immobilità, cooptazioni etc. Da tempo le università sembrano non essere i luoghi più adatti per “fare cultura”, creare dibattito, rinnovare metodi di studio (appaiono per lo più roccaforti di mantenimento di un tesoro polveroso e sempre sulla difensiva) e questo la dice lunga sulla gravità della situazione e sul paradosso che stiamo vivendo. Per lo meno questa è una percezione comune (parlo, ovviamente, anche per esperienza personale).

Lo scollamento avvenuto tra università di indirizzo umanistico e vita reale sembra ai nostri occhi pressoché irrecuperabile. Come irrealizzabile appare la strada che porta alla carriera accademica, altro discorso piuttosto complesso. Tuttavia si tratta di una possibilità professionale non solo ardua, ma tecnicamente compromessa da una serie di motivazioni che chi vive la realtà universitaria conosce molto bene (per lo meno non appare una pista sulla quale una persona, che magari ha già raggiunto una certa età e che nel frattempo ha messo su famiglia, dovrebbe investire un intero progetto di vita).

A tutto questo si affianca la sensazione, che è qualcosa di più di una semplice sensazione, di avere a che fare con corsi di laurea stantii, fondati su un propinamento necrofago di nozionismi stagnanti e su programmi di studi fermi da vent’anni, integrati da seminari, rassegne, approfondimenti dai titoli spesso agghiaccianti, dal sapore sepolcrale, che sembrano creati apposta per allontanare l’interesse dei giovani.

Da questo punto di vista ci si chiede quanto una generazione di studenti formata secondo questi parametri possa a loro volta produrre un valore aggiunto nell’insegnamento.

E qui arrivo al punto C): i corsi di laurea umanistici servono a dare un determinato sbocco professionale. Quale? Quello, appunto, dell’insegnamento. Vale più o meno lo stesso discorso di cui sopra: stiamo parlando di un percorso complicato, per non dire, anche qui, compromesso da uno stato delle cose che affianca una sorta di saturazione dell’offerta (accumulo di precari) a delle logiche di assunzione dadaiste, confuse, labirintiche, che negli anni hanno messo a dura prova la razionalità umana.

Alla luce di tutto ciò, varrebbe la pena di chiedersi: quanto ancora i corsi di laurea in materie umanistiche si possono permettere di mantenere la medesima rotta? Non è forse auspicabile aprire a nuovi ambiti che necessitano di professionalità e competenze? Accademia, ricerca e insegnamento costituiscono degli sbocchi professionali attualmente percorribili e in grado di assorbire la domanda degli studenti e della società?

Inoltre si tratta di capire quali possono essere le applicazioni concrete di questa grande cultura umanistica nella società contemporanea. Uno sforzo finora latente, letargico, figlio di una classe accademica sostanzialmente fuori dal mondo, autoreferenziale, poco aggiornata e probabilmente poco motivata nel rimettere in discussione se stessa, i contenuti e l’approccio, lo scopo dei propri corsi.

Torneremo su questo argomento, ovvero sulla professionalizzazione dei corsi di laurea umanistici fornendo dati e alternative.
Alla prossima.

Leggi anche: Le responsabilità dei corsi di laurea umanistici

Illustrazione di Francesco Bongiorni

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