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Post originale su CAM.

Nicolai Lilin ha uno stretto rapporto con l’inchiostro. Carta, pelle: diversi supporti, stessa passione. Dice di aver bevuto con degli amici, si scusa per il ritardo e per le cazzate che potrebbe dire. Storie sulla pelle a due giorni dall’uscita, tre romanzi e una guerra cruenta alle spalle, e tante storie incise nella memoria. Nicolai ha un bel po’ di cose da dirci.

Non sta a me spiegare chi è questo strano ragazzo russo. Del resto sul suo conto se ne sono sentite di tutti i colori. Consiglio semplicemente di leggere le sue storie e dare un’occhiata al mondo che ama tramandare, alla stregua di un rito, sulla pelle della gente, tutto il resto è superfluo. Avevo saputo che sarebbe passato per Padova, in fiera (Arte Padova): qualche disegno esposto, bozzetti grezzi di tatuaggi siberiani. E poi l’occasione di presentare la sua ultima fatica. Il tempo di scambiare due battute con lui (sì, CAM ha qualche progetto in ballo che potrebbe coinvolgerlo ma non possiamo ancora anticiparvi nulla), che rivedrò al Writers Festival di Milano, prima del suo incontro pubblico.

Il successo di Educazione siberiana, la tradizione perduta dei suoi tatuaggi, l’adolescenza vissuta nella comunità criminale in Trasnistria, il film pronto ad uscire nelle sale di tutto il mondo, tratto dal suo primo best seller (Gabriele Salvatores dietro alla macchina da presa e John Malkovich tra gli interpreti). E molto altro ancora.

Riporto un testo, parafrasato dal sottoscritto, frutto di una trascrizione fedele ad una registrazione audio.

 

Storie sulla pelle

Questo è un libro particolare perché è il primo che scrivo assieme ai miei lettori. È un libro che è basato sulle domande e sulle sollecitazioni che ho ricevuto da loro, soprattutto dopo l’uscita di Educazione Siberiana, che è diventato un best seller contro ogni mia previsione. Probabilmente perché voi siete tutti quanti dei pazzi… Quello è un libro difficile, tremendo, violento, però è piaciuto talmente tanto che ci hanno fatto persino un film. Il bello è che continua a vendere. Io vorrei fermare le vendite perché ho paura per le nuove generazioni. Mi scrivono i ragazzini, persino su Twitter ed io non voglio nuocere alla loro crescita (ride).

Storie sulla pelle è nato perché amici, lettori e persone con le quali sono entrato in confidenza hanno sollevato la questione dei tatuaggi siberiani, una tradizione che ho appreso dai miei vecchi e che rispetto. Per queste ragioni non ho mai potuto rivelare ogni segreto nascosto dietro ad ogni simbolo. Difatti non ne potevo fare una questione enciclopedica, come mi hanno chiesto molte case editrici, perché questa tradizione è nata proprio per escludere una grande parte del mondo da questa cultura, per nascondere informazioni all’interno dei simboli. Chi non sa, non deve sapere.

Tuttavia questa tradizione è talmente vasta, talmente intelligente ed artisticamente sviluppata, che non potevo condividerne alcuni aspetti con i miei lettori. Del resto non si tratta di una tradizione criminale fine a se stessa, creata da quattro tossici che si inventano un simbolo per fottere la polizia. Si tratta di una cosa molto più antica e profonda. Parlo di persone che volevano proteggere il loro mondo dai mali del comunismo, dall’impero sovietico che stava facendo a pezzi i mondi arcaici russi nei quali sono cresciuti i miei nonni, mio padre e in parte anch’io.

 

Guerra criminale

Gli anni ’80 in Occidente venivano considerati anni del cambiamento, ma da noi i gulag, che avevano sterminato circa 90 milioni di persone, hanno continuato ad esistere fino all’89. Mio zio, il fratello di mio padre, è stato massacrato di botte in uno di questi carceri. Io avevo sette anni, era l’87. Con mio nonno Boris sono andato a ritirare il cadavere nel carcere di Perm. Mio zio era un uomo magro ma lo avevano ridotto talmente male che non riuscivamo a farlo entrare nella bara, tanto era gonfio. Mio nonno ha dovuto chiamare degli amici in città, che facevano parte di una banda di criminali. Loro hanno pagato una bara su misura dove potesse essere inumato mio zio.

La tradizione dei tatuaggi aveva una ragione di vita a causa di questa guerra. Io non posso rivelarne i segreti. Ma ciò che è interessante è che il tatuaggio siberiano può essere considerato un filo sottile che unisce mille storie di uomini attraverso il quale il lettore potrà apprendere il vissuto e il significato di questa tradizione.

Icone armate

Quando tatuo qualcuno seguendo l’antica tradizione siberiana si crea un rapporto speciale, è come se entrasse a far parte di una famiglia. La stessa cosa avviene con gli artisti con cui collaboro. Non ci si sofferma all’estetica dei simboli ma ai suoi significati. E così cominciamo a scavare. La stessa cosa è avvenuta con Andrea Chisesi, con il quale abbiamo creato una serie di moderne icone siberiane.

Le icone siberiane sono una cosa molto particolare. A casa mia in Transnistria ne avevo una dipinta da un monaco, ordinata da mio nonno e pagata un casino di soldi, perché le icone, soprattutto durante l’Unione Sovietica, costavano tantissimo. Dipingere un’icona in quei tempi era considerato un atto illegale, un po’ come oggi spacciare della droga. Mio nonno aveva ordinato questa icona siberiana dai monaci ortodossi che seguivano l’antica fede. Loro le dipingevano secondo il criterio siberiano. Al posto dei santi ci finivano i committenti, ovvero i criminali. In questo modo Gesù Cristo poteva essere il mio vicino di casa, o suo padre: un tizio tatuato e con le armi in mano.

Questo perché la vecchia fede ortodossa, quella che in Russia si è salvata dalla riforma del Patriarca Nikon nel 1640, che indusse la chiesa russa a diventare una prostituta assoldata dal regime politico dell’impero zarista, era professata da veri ribelli, gente che si poneva contro un regime autoritario. Una scelta che alle volte pagarono con la vita o con il confino in Siberia.

Questi criminali non rispettavano nessuna autorità se non quella di Dio. Perciò a livello iconografico le figure divine venivano interpretate come dei rivoluzionari. Figure tatuate e armate. Ad esempio la Madonna classica siberiana ha due pistole in mano con le braccia incrociate.

Andrea Chisesi ha compreso questi soggetti. Ha cercato di adattare il suo stile all’iconografia dei miei antenati. Lui riesce a stampare dei ritratti fotografici su tele elaborate con gesso di bologna. Il risultato è piuttosto pittorico e moderno. Abbiamo chiesto ad alcuni amici di interpretare i santi, io gli ho tatuati e li abbiamo armati con tutte le armi che possiedo in casa. Alla fine abbiamo creato una serie di icone, con Gesù che ha un fucile d’assalto, la Madonna due pistole e Santa Zita una P38 [vedi immagine nella galleria qui sotto n.d.R]. Una serie di icone moderne che hanno uno sguardo verso la tradizione dei miei antenati.

 

Infanzia e tradizione

Quando ero piccolo ero diverso da tutti gli altri: i miei amici mi chiamavano “giovane vecchio”. Perché volevo essere come i vecchi, mi comportavo, mi vestivo, parlavo e rompevo le scatole come i vecchi. I miei amici andavano in discoteca, si fumavano le canne e io dicevo loro che erano dei cretini, che quella roba li avrebbe uccisi, che la droga proviene dal mondo islamico e che avrebbe distrutto la società cristiana… cose così, da estremismo totale. Erano le parole dei miei nonni. Io non capivo fino in fondo il significato di quelle parole ma mi piaceva ripeterle.

Da ragazzo mi facevo picchiare dai nonni, perché essere picchiato da un vecchio ti metteva sotto una certa luce di fronte ai tuoi amici. Significava avere una certa relazione con quelli più grandi. Quando uscivo di casa i miei amici vedevano i segni delle percosse o i miei orecchi rossi e gonfi – il mio maestro amava torcermeli quand’era il momento di punirmi – si chiedevano cosa avessi mai combinato, quali fossero le relazioni che mi legavano con i vecchi. Cose che ti creavano attorno un senso di curiosità e rispetto. Poi magari me le ero prese per delle cavolate (ride)…

Quand’ero piccolo rubavo i disegni del mio maestro. Me li nascondevo in tasca e lui quando si accorgeva mi dava delle sberle e me li bruciava. Io avevo molta paura di perdere la memoria di questa tradizione. Ero consapevole che i vecchi prima o poi sarebbero morti e avevo capito che mio nonno aveva addosso dei tatuaggi che nessun altro possedeva. Era già talmente vecchio che metà di quei disegni non si vedevano più: erano sbiaditi e resi quasi incomprensibili dalla pelle logora e dalle cicatrici di interventi chirurgici. Un corpo a macchie come quello di un dalmata. Un giorno glielo dissi e lui mi diede un manrovescio che mi fece sanguinare il naso. Me le sono prese da mio nonno anche quando ho provato a fotografarlo.

Di mio nonno non ho nemmeno una foto però ho vari disegni di tatuaggi. Avevo l’abitudine di andare in sauna con i vecchi, anche per osservare i disegni che avevano sulla pelle. Li memorizzavo e li disegnavo. Sentivo il bisogno di fare degli schizzi immediatamente dopo, per la paura di dimenticare le figure rappresentate, di perdere questa tradizione.

Mio nonno è morto nel 2009. Quell’anno sono tornato in Transnistria con un mio amico che voleva fare un documentario grazie al mio aiuto. Ma nessuno voleva parlare con me: i vecchi mi cacciavano via. A me interessava registrare qualche loro discorso perché non mi sarei mai permesso di chiedere di mostrare i tatuaggi. Io stesso mi irrigidisco quando la gente me lo chiede. Da quando me ne sono andato da lì, loro mi vedono come un estraneo, un uomo che non fa più parte di quella comunità.

Io possiedo una serie di informazioni che in qualche modo devo trasmettere, e che ho appreso durante la mia gioventù, perché non esistono altre fonti. Tutto quello che so, tutto quello che conosco – ad eccezione del significato dei simboli che non voglio rivelare – cioè l’etica, la morale, la cultura che emerge da questa tradizione, ho cercato di metterlo nel mio libro. Si tratta di una guida romanzata sul mondo del tatuaggio siberiano attraverso esperienze di vita e storie di uomini.

 

Foto di Stefano Fusaro ©

Transnistria

In Transnistria erano finiti quegli ultimi criminali siberiani per motivazioni non troppo precise durante l’Unione Sovietica. Parlando con i vecchi ho appreso di questi veri e propri trasferimenti carcerari. La mia bisnonna è arrivata in Transnistria per motivazioni legate alla criminalità.

Suo marito è stato fucilato in cortile, a casa loro, davanti ai figli, perché a capo di una banda di rapinatori di treni blindati. Un tempo si rapinavano i treni per il rifornimento di armi e munizioni. Gli agenti dello stato venivano ammazzati, perché ritenuti dei nemici, degli infami, degli esseri disumani. Mentre l’oro e i diamanti venivano rigettati nei fiumi, per ridare alla terra ciò che era stato sottratto. Un modo per dire: “io combatto per la mia terra che non deve essere profanata da nessuno”.

Mio bisnonno è stato fucilato a 27 anni. Ha lasciato una moglie di 19-21 anni, non ricordo bene, e sette figli. Così lei è scappata dalla Siberia. Cinque dei suoi figli sono morti durante il viaggio, che fu molto duro e lungo. Mentre il figlio maggiore era stato lasciato lì dov’era, in custodia da una famiglia di cacciatori locali. Questo ragazzo era nonno Nicolai, di cui ho parlato nel mio secondo libro. Lo chiamo nonno anche se in realtà non lo è: da me tutti i vecchi della famiglia vengono chiamati “nonni”.

Il mio non è un lavoro da storico, io cerco semplicemente di ripristinare il percorso di vita di queste persone, attraverso i tatuaggi e la cosiddetta “Educazione siberiana”, che non è altro che una forma di duro conservatorismo. Una serie di regole e usanze che tenevano in vita una data società perduta. Tutto ciò si verificava quando ci si ritrovava assieme, come comunità siberiana a Fiume Basso. Poi ognuno a casa si gestiva il proprio mondo privato come credeva. Ad esempio la mia era una famiglia che seguiva le vecchie leggi siberiane, a cominciare dall’etichetta.

Anche le donne si tatuavano tantissimo. Da noi le donne erano come gli uomini: non c’era molta differenza. Persino nella religione: nella chiesa siberiana la donna poteva officiare la messa, dare i sacramenti, etc. Io avevo un amico la cui madre era un capo di una banda criminale. Parlo di delinquenti cruenti che avevano paura e rispetto di questa femmina, tatuata dalla testa ai piedi e che si era fatta anni di carcere. Il mio amico era nato in galera. Durante un trasferimento in treno sua madre era stata a letto con un criminale condannato a morte che aveva pagato una guardia per giacere con lei. Poi di lui non ci seppe più nulla. Così venne concepito il mio amico: sua madre partorì in carcere e crebbe suo figlio lì dentro per cinque anni.

 

Foto-illustrazione di Speranza Casillo ©

Il film

Il film uscirà nei primi mesi del prossimo anno. L’ho visto ed è un bel film, non c’è niente da fare (ride). Non lo dico perché la sceneggiatura è mia, ma perché Gabriele [Salvatores n.d.R], nonostante abbia un passato di militanza di sinistra, è una persona di grandissima qualità, un uomo eccezionale. Ho avuto in tutto otto proposte cinematografiche, la prima da Paramount Pictures, loro mi offrivano un sacco di soldi. C’era Martin Scorsese che mi chiamava, più un sacco di altra gente che mi chiedeva i diritti per farne un film. Tutti mi dicevano: “la tua è una bellissima storia di mafia russa che noi vogliamo riprodurre fedelmente”. Se avessero letto il libro si sarebbero accorti che la “mafia” non c’entra niente con la mia storia. In Russia un certo tipo di criminalità veniva vissuta in maniera totalmente diversa per terminologia, cultura, modo di vivere. Sarebbe denigratorio nei confronti di queste comunità parlare di “mafia”.

Il film spero che vi piaccia. Gli attori sono stati bravissimi, il regista è stato geniale: mi auguro che il doppiaggio in italiano si mantenga così fedele e diretto come nella versione inglese. E niente, lo consiglio a chi ha letto il mio primo libro, anche se la trama è diversa dal romanzo. Noi abbiamo creato una nuova sceneggiatura, basandoci su Educazione Siberiana. Ed è venuta fuori una storia pazzesca.

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