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Non so se ve ne siete accorti, ma pare che Barak Obama abbia vinto le presidenziali americane. È successo qualche giorno fa, incredibile vero? E così ho pensato di osservare la situazione per scrivere il peggior pezzo sull’argomento che si potesse leggere in rete.

Non so se ve ne siete accorti, ma pare che Barak Obama abbia vinto le presidenziali americane. È successo qualche giorno fa, incredibile vero? E così ho pensato di osservare la situazione per scrivere il peggior pezzo sull’argomento che si potesse leggere in rete.

Naturalmente non ci sono riuscito, i nostri giornali sono avversari pressoché imbattibili. Tuttavia ho provato a sintetizzare i punti, secondo me, salienti dell’intera fenomenologia, mischiando cattivo gusto e valutazioni personali con spam e immagini che si trovano su internet e social network. Il risultato è questo sgorbio qui. Se ho voglia e tempo proseguirò con la seconda parte nella quale potrò parlare di Twitter, di Giuliano Ferrara e di rettiliani. Altrimenti Amen.
Enjoy.

 

Negritudine

Once you go black you never go back. Me lo diceva sempre una mia amica che è andata a fare l’Erasmus a Roma. “Qui i nigeriani sono più intraprendenti. Sembra di non essere in Italia, come dicono i leghisti”. Da quella esperienza si è detta sempre più convinta di andare a far volontariato in Africa, o ad Harlem.

Ora non so se gli americani in seguito alla seconda vittoria di Obama siano in grado di dimostrarsi più disponibili nel fare del bene in Kenya o ai fratelli negri che a casa loro trattano con i guanti, ma è allo stesso modo innegabile che nel mondo occidentale spiri un vento vagamente nigger friendly, sopratutto quando è il momento di eleggere il presidente degli Stati Uniti o di sopportare Kanye West.

Certo, non è mancata l’ironia su internet, un filino razzista, figlia dei soliti luoghi comuni, tuttavia non è come pensate voi. Il fatto che Obama abbia vinto per il colore della propria pelle, per il ritmo che c’ha nel sangue o per i centimetri del suo pene è del tutto irrilevante e secondario se dall’altra parte c’hai un mormone miliardario fondamentalista supportato da criminali capitalisti come avversario.

E poi, a vedere i sorrisi di Michelle, Obama deve scopare davvero come un mandrillo.

Forse non ce ne rendiamo conto ma probabilmente è stato il porno ad aver abbattuto in larga misura i pregiudizi razziali. Su YouPorn tutto questo si chiama interracial.
E probabilmente Barak Obama non sarebbe mai diventato due volte presidente in un mondo senza banda larga con meno del 40% di internet in mano al porno.

Sì, so a cosa state pensando. E l’altro 60% di internet che cazzo è?


Coprofagia

 

Ho sempre invidiato la decisione, la retorica, la famelica ingenuità di chi è in grado di esprimere con sicurezza la propria preferenza tra popò e pupù. Come dire, si scrive democrazia, ma si legge coprofagia.

 

No, davvero, invidio questa gente che va a votare con la pace nell’anima, a prescindere che si tratti di destra o sinistra, Renzi o Bersani, Berlusconi o Monti.

Per quanto mi riguarda ho sempre partecipato a qualsiasi referendum, al contrario delle politiche: in quel caso no, non ce la faccio, è qualcosa più forte di me. Se mi chiedono di essere d’accordo sull’aborto, sulla privatizzazione di qualcosa o sull’eutanasia per Andreotti, beh, allora in quel caso ho le idee chiare. Ma quando mi mettono di fronte ad un bivio, a due schieramenti e a due leader contrapposti, vorrei fuggire in Iran o in qualche altro stato canaglia dove un unico partito schiera due avversari, uno bianco e stronzo contro uno nero e simpatico.

 

Sarà il mio passato punk ma la democrazia de “se la mangiano tutti non è merda per davvero”, mi sembra una cazzata collettiva, che, a quanto pare, se è collettiva, si tramuta in un dovere etico, civile e morale. Il voto.

 

Mi dicono: “dai, sei sempre il solito esagerato, don’t be choosy”. Ma per quanto mi riguarda la filosofia del “qualcuno bisognerà pur eleggere” è l’anticamera della retorica del “meno peggio”. Una vita di compromessi e ti ritrovi il PD al governo e Fabrizio Frizzi in prima serata.

 

Ad ogni modo tutto questo rende la gente incomprensibilmente felice, appagata, completa. Votano e lo rivendicano con orgoglio: “Ho fatto il mio dovere”. Si complimentano tra loro, rimproverano chi non ha votato e nel frattempo vivono vite grigie, rovinano il futuro dei loro figli e danno una ragione di vita agli hipster di Occupy qualcosa.
Forse fa tutto parte dell’ecosistema.

 

Il pensiero che tra qualche mese toccherà a noi, il mega turno elettorale, mi dà i brividi. Di fronte a certi spettacoli alle volte mi chiedo se si tratti di una campagna elettorale o della versione politicamente corretta di 2 girls 1 cup, messa in onda su televisioni e giornali 24 ore al giorno.
Per carità, nulla in contrario, siamo in democrazia. Ognuno faccia quello che crede, c’è spazio per tutti. Persino Don Matteo è arrivato all’ottava serie. E infatti questi sono i risultati: chiamare l’esorcista per combattere l’omosessualità oppure usare bambini come metodo contraccettivo.

Chissà cosa vota Gianni Morandi.

 

Gli entusiasti

 

Quella di Obama sta diventando una specie di religione. Un po’ come Grillo e Scientology. Solo che per il primo mandato la voglia di cambiamento e l’entusiasmo potevano essere compresi e giustificati. Per il secondo un po’ meno: ciò che prima avremmo potuto chiamare fascinazione ora si chiama propaganda.

 

Gli entusiasti di Obama mi inquietano. Diciamo che posso capire il ragazzetto di colore della piccola borghesia di Chicago, ma gli italiani che fanno finta di essere dell’Ohio decisamente meno. Qui da noi gioire indiscriminatamente per la vittoria di Obama non ha molto senso.
Mettiamo un napoletano che festeggia la vittoria di un suo concittadino al Grande Fratello: la cosa non lo renderebbe ricco, non farebbe vincere lo scudetto al Napoli e non favorirebbe (la lotta al)la Camorra.

“Ma Obama trasmette entusiasmo, produce bagni di folle”. Esticazzi, pure il Duce e con questo?

 

Non credo ci sia niente di male nell’ammettere, da parte dei vari Barakers, di tifare Obama in quanto “their own Black Jesus”. Nessuna motivazione razionalizzabile, a noi ci piace, ci piglia bene, non ci sono ragioni precise. Cosa ci sarebbe di male nel fare coming out?
Voglio dire, c’è ancora qualcuno che fa le battute su Chuck Norris credendosi una persona brillante: può capitare dopo quattro anni di credere all’efficacia della medesima stronzata. Berlusconi è stato eletto quattro volte, hai voglia.

 

E invece no, in qualche modo vogliono far valere le loro ragioni.

“Barak Obama ha combattuto efficacemente la crisi. Lui sta contro le banche”. Dici sul serio?

“Embè, allora guarda tutti quei vip e quei personaggi dello spettacolo che lo sostegono”. Già. Tipo Katy Perry. E non ho detto la peggiore, giuro.

“Ma no, io intendo un uomo vero, come Bruce Springsteen”. Già. Immaginate se da noi Vasco Rossi sostenesse Bersani.

 

Loro insistono nell’avere argomenti anche quando non è obbligatorio averne, e allora chiedo cos’ha fatto di speciale Obama.

“Beh, tanto per cominciare, ha vinto il Nobel per la Pace”. E cos’ha fatto per vincere il Nobel della Pace? Naturalmente niente, ma non è questo il punto.
“Obama è un figo. È stato lui ad ammazzare Bin Laden”. Lui o Photoshop, ancora non si sa bene, stiamo aspettando conferme.

 

E mentre aspettiamo magari riflettiamo su riforma sanitaria, debito pubblico e disoccupazione.
Ma poi chissenefrega.

A me interessa penetrare la psicologia dei Barackers. Capire come funziona il loro cervello, bimbiminkia a parte.

Ci dev’essere qualcosa sotto. Io dico una questione di ego. Camillo Sbarbaro diceva: “chi ti loda si incensa”. Ti congratuli con Obama su Twitter e fai la figura dello smart, del cosmopolita progressista. Obama sicuramente gradirà. Probabilmente stiamo parlando delle stesse persone che chiamano quelle trasmissioni a premi in diretta e che ogni giorno fanno gli auguri a qualche tizio famoso ma morto su Facebook.

 

Come ha detto Costantino della Gherardesca l’altro giorno:

 

 

Nel frattempo un grido si espande dalle Alpi alle Ande: FOUR MORE YEARS. Dobbiamo dargli tempo, dicono.
Quattro anni sono troppo pochi per realizzare il programma.

Sono d’accordo. Ci vuole almeno un altro mandato per invadere l’Iran.

 

… to be continued?

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2 thoughts on “Presidenziali USA: once you go black you never go back

  1. Pingback: ARTICOLI 2012 | la mia roba

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