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Che il carcere fosse per uno scrittore un luogo stimolante per poterci ambientare un romanzo era un sospetto che avevo già prima di parlare con Tim Willocks [1]. Intense possibilità drammatiche, spazio ridotto, ambientazione estrema: una pentola a pressione nel quale si crea un interessante microcosmo sociale, fatto di determinati rapporti di forza, di conflitti emotivi e di istinti primordiali. Il carcere, in questo caso, diventa spesso un simbolo, un pretesto per raccontare una metafora sociale o politica, attraverso una narrazione dai forti chiaroscuri.

Per questo alla gente piace leggere romanzi carcerari, meglio ancora quando queste esperienze vengono direttamente “dall’inferno”. Da chi quelle cose le ha vissute in prima persona.

Per approfondire l’argomento Carcere e Letteratura, in vista del prossimo numero della rivista, che tratterà approfonditamente l’argomento, CAM ha deciso di inaugurare Quei bravi ragazzi, una rassegna di presentazioni di autori che hanno avuto alle spalle esperienze carcerarie. Vissuti personali che hanno influenzato in modo profondo la loro opera letteraria.

Espulso dall’università, Chester Himes si becca dai 20 ai 25 anni di lavori forzati nel penitenziario dell’Ohio per una rapina a mano armata. Non male per un “negro”. Potete immaginare cosa significasse finire dentro, per uno come lui, in quell’America attraversata da discriminazioni razziali niente affatto irrilevanti. In carcere Himes comincia a scrivere racconti brevi che vengono pubblicati in alcune riviste nazionali.

La letteratura sarà la sua salvezza: grazie alla sua penna riesce a conquistarsi il rispetto delle guardie e dei detenuti. Himes è il primo autore noir di colore (perdonate il gioco di parole) a raggiungere il grande pubblico. Le sue storie raccontano gli Stati Uniti degli afroamericani, spesso abientante ad Harlem: i protagonisti di queste storie, i detective dal grilletto facile Coffin Ed Johnson e Gravedigger Jones, sono entrati nella storia della letteratura popolare americana.

Il primo romanzo arriva solamente nel 1945, E se grida, lascialo andare. Da lì in poi Himes conserverà gelosamente le proprie tematiche essenziali nel corso della sua vita di scrittore rabbioso, inacidito dal risentimento verso l’umanità e i bianchi – classe media afroamericana, gli abusi nel mondo del lavoro, le discriminazioni razziali, e ancora: la violenza, il sesso interraziale e la negritudine.

Himes seppe trasformare il genere in una rabbiosa critica sociale: trame rocambolesche (qualcuno l’ha definito il Balzac di colore) ambientate in scenari grotteschi ed alienanti che raccontano realtà piuttosto degradate. Per la prima volta il noir diventa un genere in grado di far emergere un dato spaccato sociale.

Una volta fuori dal carcere (1937) Himes si dedica alla scrittura, anche grazie all’aiuto ricevuto da Langston Hughes. Firma diverse sceneggiature per Hollywood, ma all’inizio degli anni ’50 la Warner Bros decide di licenziarlo, forse perché Chester Himes, in fondo, anche se uomo redento, rimane un “negro”. Amareggiato dalle continue discriminazioni, e preoccupato dal suo stesso carattere irascibile e violento, Himes decide di lasciare l’America per trasferirsi in Francia, nel ’53, dove scriverà per la “Série Noir” di Gallimard. Morirà poi in Spagna – morbo di Parkinson – mezzo dimenticato dal mondo della letteratura.

Ora le sue opere vengono affiancate ai grandi del genere noir e hard-boiled: Chandler, Hammet, Thompson. Il suo stile cinico, l’ironico pessimismo e l’orgoglio nero sono tutti stilemi letterari, assieme ai metodi spicci dei suoi personaggi, che ispireranno la letteratura di genere anni ’60-’70, così come la Blaxploitation americana.

Ipse dixit:

«Ero sempre stato convinto che, pur di difendere la mia vita o il mio onore, sarei stato pronto ad ammazzare un bianco. Però, quando scoprii che la cosa valeva anche per le donne, fu un vero shock»

«Diamine, siamo proprio una gran razza. Ingenui, generosi, patetici figli di troia. Proviamo pena per tutti tranne che per noi stessi. Peggio ci trattano i bianchi e più gli vogliamo bene»

Titolo consigliato:
Rabbia ad Harlem, Marcos y Marcos, 2004, 223 pgg.

 

 Jim Rugg – Coffin Ed Johnson and Gravedigger Jones


[1] Ho potuto incontrare Tim Willocks e Allan Guthrie, rispettivamente autori di Green River Rising (Il fine ultimo della creazione, Cairo) e Slammer (Dietro le sbarre, Revolver Libri), all’ultima edizione del Sugarpulp Festival. Il prossimo numero di ConAltriMezzi conterrà un’interessante intervista sul rapporto che intercorre tra letteratura e carcere.

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