Home

Articolo orginale pubblicato su Agorà Twain.

Carmine Abate si è aggiudicato la 50esima edizione del Premio Campiello con il romanzo La collina del vento (Mondadori), totalizzando 98 voti su 273. Una volta realizzato l’annuncio della vittoria, a due giorni di distanza dalla premiazione, possiamo sbilanciarci esternando qualche riflessione ulteriore, oltre a fornire le dovute informazioni inerenti alla conclusione di questa prestigiosa rassegna letteraria.

Classifica completa:

Carmine Abate, La collina del vento, Mondadori: 98 voti
Francesca Melandri, Più alto del mare, Rizzoli: 58 voti
Marcello Fois, Nel tempo di mezzo, Einaudi: 49 voti
Marco Missiroli, Il senso dell’elefante, Guanda: 36 voti
Giovanni Montanaro, Tutti i colori del mondo, Feltrinelli: 32 voti

Premio Campiello alla carriera:

Dacia Maraini (già vincitrice, nel ’90, del premio Campiello con il romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa)

Premio Campiello Opera Prima:

Roberto Andò, Il trono vuoto, Bompiani

Campiello Giovani:

Martina Evengelisti con il racconto Forbici

Il vincitore

Che cosa potremmo dedurre dalla vittoria di Carmine Abate? Che probabilmente a vincere è stato un romanzo piuttosto “classico”. Forse il più emozionante, incalzante e nel contempo rassicurante della cinquina finale. Per chi non l’avesse ancora letto: si tratta di una storia che assume una certa dimensione epica, che ridona speranza e che compie la descrizione di un secolo della nostra storia. Infatti La collina del vento narra la vicenda della famiglia calabrese Arcuri, dalla Prima Guerra Mondiale ai giorni nostri, una saga che percorre cento anni di resistenza contro mire latifondiste, intimidazioni mafiose e scempi speculativi, un assedio che gli Arcuri respingono con tenacia, quali instancabili difensori della bellezza della terra, la loro terra. Oggetto di tale contesa: la splendida collina di Rossarco, un luogo magico e simbolico – sito dell’antica città di Krimisa – reso incantevole dal duro lavoro dell’uomo.

Dunque un romanzo ricco di forti emozioni, snodi narrativi, ed impreziosito da un velo di mistero, legato ad un luogo depositario di antiche memorie. Ancora una volta una piccola-grande epopea familiare, ancora una volta il territorio come valore imprescindibile da difendere. A ben vedere ingredienti piuttosto tradizionali della nostra narrativa. Impossibile non notare il semplice parallelismo con Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio), romanzo d’esordio di Andrea Molesini, premiato nella precedente edizione: anche in quel caso la storia di un luogo violato, una casa, e della sua famiglia – che diviene una metafora della situazione dell’uomo moderno, diventato ospite nel regno che credeva di dominare, straniero minacciato all’interno della realtà che l’ha generato.

A fianco di una ricostruzione storica, i due autori hanno inserito una sorta di riflessione sulla condizione umana e sul tema dell’oppressione e della necessità di reagire caparbiamente al sopruso. Dacia Maraini, durante la premiazione, ha parlato di ritorno ad una letteratura più impegnata e realistica. Io parlerei più volentieri di meccanismi piuttosto collaudati, che fanno parte di una tradizione letteraria “classica”, in grado di sfornare, tuttora, romanzi concepiti sin dall’inizio come “classici contemporanei”. Un prototipo narrativo che tende a spuntarla in manifestazioni di questo genere, facendo breccia nel cuore dei lettori giurati (altro semplice parallelismo: le saghe familiari che hanno reso Piperno uno dei più grandi autori dei giorni nostri, guarda caso premiato quest’anno allo Strega con Inseparabili, Mondadori, che rimette in scena le vicende dei Pontecorvo).

Al contrario del romanzo di Abate, Il senso dell’elefante (Guanda) e Tutti i colori del mondo (Feltrinelli), dei due giovani autori Missiroli e Montanaro, mi sono sembrati più originali, almeno per quanto riguarda il soggetto delle loro narrazioni. Marcello Fois, con il suo Nel tempo di mezzo (Einaudi), prosegue coerentemente il filone di Stirpe, dove ritroviamo i topoi di cui sopra: un territorio-simbolo, in questo caso la Sardegna, e le alterne fortune di un’altra famiglia, i Chironi, i cui membri sono entrambi protagonisti dei due romanzi. Mentre Francesca Melandri opera un’interessante indagine su tre personaggi che si ritrovano inaspettatamente a condividere un imprescindibile frammento di vita in un importante segmento storico del nostro paese, gli Anni di Piombo, in un luogo altrettanto simbolico: la splendida isola dell’Asinara, sede di un tremendo carcere di massima sicurezza.

A ben vedere ogni romanzo della cinquina valorizza un luogo o un determinato territorio alla stregua di un elemento caratterizzante e simbolico dell’intera vicenda. Abate rappresenta la collina di Rossarco, luogo antico ed incantevole da difendere e preservare, la Melandri l’isola dell’Asinara, località meravigliosa, terribile e contraddittoria, Fois la Sardegna, isola-teatro di riscoperta delle radici del protagonista, Missiroli Milano, città simbolo di un violento trapianto e di una seconda esistenza, Montanaro il paese di Gheel, la cittadina dei Pazzi. Elementi comuni che potrebbero indurre ad una qualche riflessione.

Abate e la Melandri, dati per favoriti nei giorni precedenti alla premiazione (ricordiamo che il romanzo di Fois era già arrivato quarto nella cinquina finale dello Strega), si sono contesi il premio in un serrato testa a testa fino a metà dello scrutinio. Dopodichè è stato il romanzo La collina del vento ad averla vinta.

La kermesse 

La differita televisiva ci ha restituito una kermesse praticamente uguale a se stessa da molti, forse troppi, anni a questa parte. L’ufficialità protocollare, le cravatte, i fifì, il clima cerimoniale, il ritmo mortifero, scandito, solenne e vagamente sanremese, i tentativi di vivacizzare la serata caduti a vuoto di un presentatore che risponde al nome di Bruno Vespa: la cifra di queste manifestazioni letterarie sembra essere, appunto, quella dell’immutabilità e dell’etichetta (Premio Strega compreso). La domanda che occorre porci a mio avviso è estremamente semplice: siamo convinti che sia questo il vero volto della letteratura contemporanea e che l’involucro di certe manifestazioni non finisca per imbruttire la buona qualità solitamente espressa dalle cinquine finaliste? Per queste ragioni mi chiedo quanto questo genere di celebrazioni possa far bene all’immagine stessa della letteratura e soprattutto al rapporto che intercorre tra lettori, gente comune, giovani generazioni ed il mondo dei libri, spesso restituito attraverso una rappresentazione inopportunamente stantia, ufficiale, distante, cerimoniosa e, francamente, un po’ troppo “fuori dal tempo”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...