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La mala educación è la rubrica di Agorà Twain che ospita le impressioni di Gian Paolo Serino, critico letterario e ideatore di Satisfiction, di volta in volta sollecitato da qualche domanda del sottoscritto.

Caro Gian Paolo, al di là delle solite polemiche che l’assegnazione dei più prestigiosi premi letterari si lasciano ogni volta alle spalle, cosa ne pensi degli Inseparabili di Piperno, il romanzo vincitore dell’ultimo Strega? E come mai secondo te l’autore romano non è così amato dall’establishment letterario nazionale?

Amo di più il Piperno saggista, perché credo che sia tra i pochi in Italia che riesca a coniugare contenuti alti con una scrittura sapiente ma al contempo pop. Sul Corriere della Sera, dove negli ultimi mesi interviene spesso, lo trovo un pochino museificato, ma quando lascia spazio alla penna è un fenomeno. Ricordo un bellissimo articolo su Philip Roth pubblicato qualche anno fa da Vanity Fair. O penso, ad esempio, a Contro la memoria, appena uscito per Fandango, che è un un saggio non solo letterario, ma di vita come non ne leggevo da tempo. Non ho per niente amato Con le peggiori intenzioni, un romanzo acerbo e spocchiosamente furbo, mentre invece Inseparabili l’ho trovato letteratura e senz’altro il libro che, dal punto di vista letterario, ha meritato maggiormente il premio strega negli ultimi anni.

Tutto il resto, i libri premiati gli anni scorsi, erano narrativa, che è un’altra cosa. Piperno non è amato dall’establishment? Credo che sia appunto per questo: perché è l’unico dei nuovi autori che scrive letteratura. Il resto è spaccio, di narrativa. E lo spaccio di narrativa non è meno grave dello spaccio di eroina. Sono entrambe droghe pesanti. Certi romanzi blockbuster o certi gialli andrebbero venduti in farmacia, come d’altrocanto certi film, spettacoli sportivi o talk show. “Una pay per read” ma solo in farmacia. Vuoi l’ultimo di Carofiglio? Prendilo al posto dello Xanax. Vuoi Camilleri? Prendilo al posto del Lexotan? Vuoi Baricco? Prendilo al posto del Tavor. La narrativa italiana contemporanea è per lo più un leccalecca sociale, libri che sono di evasione ma finiscono nell’incarcerarti nella demenza dello svago. Lo svago e la comodità sono i veri mostri della nostra società. Mica lo spread. E narrativa, cinema, televisione sono i maggiori responsabili di una cultura di addormentati sociali.

È di questa settimana la notizia di due under 40, Marco Federici Solari e Lorenzo Flabbi (due noti traduttori) i quali hanno abbandonato rispettivamente Berlino e Parigi per fare ritorno in Italia e fondare un nuovo marchio editoriale di alta qualità letteraria. Visti i tempi che corrono, credi si tratti di un folle suicidio o di intelligente audacia?

Dopo 20 anni che lavoro nell’editoria sono più dell’idea che bisognerebbe fondare un partito letterario armato.

Al giorno d’oggi sempre più persone vogliono diventare scrittori (magari anche quando si ha poco o niente da dire): come giustifichi questo fenomeno? Uno status symbol che conserva un prestigio/retaggio culturale tale da giustificare un’aspirazione di carattere borghese? Tant’è vero che sempre più personaggi ambiscono a scrivere libri, come disse qualche tempo fa Massimiliano Parente, diventando “…e scrittori” (“cantante e scrittore”, “calciatore e scrittore” ecc). Voglia di visibilità, quindi, a discapito dei libri. Ma diventare “autori”, al giorno d’oggi, è tutto un altro paio di maniche. Forse è proprio questo il punto: perché gli scrittori, o gli aspiranti tali, cercano più la visibilità che l’autorialità?

Sai anni fa i ragazzi volevano fare i calciatori o gli astronauti. Oggi che i calciatori sono diventati astronauti, il posto libero rimasto è quello dello scrittore. Il problema degli scrittori di oggi è che non vogliono scrivere, ma pubblicare.

Un bisogno, quello di pubblicare, che non ho mai capito. Non ne ho mai compreso l’emergenza. Se vuoi pubblicare si dovrebbero aspettare i 50 anni. Credo che a cinquant’anni, forse, magari, hai qualcosa da scrivere. E forse, magari, se proprio devi, anche da pubblicare. Ma io sono vecchio, ho 39 anni passati sulle barricate (e anche sulle bariche) della carta. Concordo con Balzac quando scrive, non ricordo, forse in Papà Goriot, che “pubblicare è come parlare degli affari di famiglia davanti ai domestici”.

Puoi trovare le precedenti conversazioni su questo link.

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