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La mala educación è la rubrica di Agorà Twain che ospita le impressioni di Gian Paolo Serino, critico letterario e ideatore di Satisfiction, di volta in volta sollecitato da qualche domanda del sottoscritto.

Non si fa altro che parlare di crisi dell’editoria, qualcuno l’ha definita addirittura “la tempesta perfetta”. Che percezione ne hai tu? Parlaci di quelle che a tuo modo di vedere sono le cause di questa situazione e prova a proporre qualche via d’uscita.

Le tempeste non sono mai perfette. Qualche naufrago si salva sempre. Ed è dai naufragi che nascono i capolavori. E non penso solo a Robinson Crusoe di Defoe, ma a tutte quelle crisi di default che da culturali si trasformano in economiche. Perché il problema nasce da qui: non si può sanare una crisi economica se prima non si sana la crisi culturale.

Gli editori non mi sembra stiano capendo molto: la lotta al ribasso non è solo sui prezzi di copertina ma sui contenuti. Cercano sempre più di identificare la cultura in un mass market che non ha futuro. La situazione la vedo disastrosa, da quando abbiamo perso i mecenati e acquistato gli editori. O meglio gli editori sono stati acquistati, in tutti i sensi. La dittatura della fascetta, ossia la logica commerciale di successi istantanei, e la dittatura delle novità, ossia di titoli sempre nuovi fiammanti, non solo sta distruggendo il mercato (aspetto che mi interessa meno), ma sta distruggendo una civiltà.

L’editoria, almeno in Italia, da una parte mostra le “penne” nelle varie passerelle di carta – dai Premietti ai festivalini – dall’altra parte le penne ce le lascia perché non ha ancora compreso, o meglio ha dimenticato, che le fondamenta di una cultura nascono proprio dalla letteratura. E la letteratura, per colpa degli editori, ha lasciato lo spazio alla narrativa, che è un’altra cosa. Nell’editoria sta accadendo la stessa cosa che accadde anni fa nella musica.

Non l’avvento degli mp3, non credo agli e-book (se non per i giornali e i testi scolastici), ma l’entrata del marketing. Da quando il marketing è entrato, in maniera prepotente da una decina d’anni, nell’editoria è avvenuto il declino. Agli incontri del mercoledì si sono sostituiti i conti del lunedì. E i conti sono in rosso. Da tutti i punti di vista. Ma la colpa non è solo degli editori ma anche e soprattutto degli scrittori (lo scrittore oggi non è più un artista, ma un artigiano della parola che insegue il suo contratto da uscita all’anno) e delle pagine culturali dei quotidiani Cultura&Spettacoli.

I giornalisti culturali, e non i critici, stanno spegnendo lo spirito di una civiltà. La nostra. Soluzioni? Sino a qualche anno fa ero per la democrazia delle lettere, ora come unica soluzione vedo un’oligarchia illuminata e anarchica che imponga, ad esempio, ai giornali di non pubblicare più le classifiche dei più venduti, ma dei libri più letti. Perché i dati di lettura  delle biblioteche non vengono mai pubblicati? Eppure il sistema è ancor più computerizzato che nelle librerie, i dati sarebbero più semplici da raccogliere. La risposta è che le biblioteche non occupano mercato, quindi non hanno visibilità. Ma è dalle biblioteche che può nascere la salvezza della letteratura. 

Uno degli obiettivi più ambiziosi di Scuola Twain è quello di riavvicinare il mondo dell’istruzione a quello della letteratura, due realtà che nel corso degli anni si sono progressivamente allontanate. Secondo te perché si è verificato un simile fenomeno e com’è possibile rimarginare una tale frattura?

Mark Twain in Wilson lo Svitato scrive che «l’ossatura della società è costituita dai taglialegna e dai collezionisti di francobolli». Diciamo che la scuola contribuisce a irreggimentare plotoni di taglialegna e collezionisti di francobolli, per quanto vale la metafora, ma non sviluppa, nella maggior parte dei casi, la libera creatività. Ma è nella Natura dell’istituzione “istruzione” fissare irrevocabilmente nell’infanzia i suoi studenti. Basti analizzare l’etimo della parola “educazione”: viene da ex duco, portare fuori. Oggi cosa si porta fuori dai ragazzi? I loro pensieri? No, il contrario: li si vuole fare inculcare i nostri.

E la parola studiare viene dal latino stadere che ha due accezioni: la prima è “interessarsi di”, la seconda è “ingegnarsi di”. Oggi gli studenti non si interessano, ma si “ingegnano di”. “Oggi devo studiare”, “Studio per laurearmi, per trovare un lavoro”.

Rimarginare la frattura tra istruzione e letteratura: una proposta? Magari distribuire a tutti gli studenti italiani Chiudiamo le scuole di Giovanni Papini per comprendere, come sottolinea lo scrittore, che «l’unico testo di sincerità all’interno delle scuole è sulla parete dei cessi».

Giovani e lettura: in quale modo possiamo far appassionare le giovani generazioni alla narrativa, al romanzo, alla lettura di libri? Quali ritieni siano stati i più gravi errori commessi in passato e chi ha le responsabilità maggiori?

Smettendo di dire alle giovani generazioni che DEVONO leggere. Magari potremmo loro insegnare che DEVONO stare su Facebook, o DEVONO giocare alla Playstation. Insomma rendere obblighi i loro piaceri.

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