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Internet 2.0. Il problema non è più la notizia, ma farne parte, capitalizzarla. Protagonismo, cattivo gusto, sociopatie compulsivo-collettive, tra il trash e il kitsch. Dalle battutone del web a Bersani che pubblica le foto delle macerie su Instagram.

 

Se fossi stato Borsellino, durante i famosi 57 giorni prima dell’attentato, durante i quali il magistrato ha cominciato a mangiare la foglia dopo la bomba di Falcone, avrei firmato una clausola nella quale impedire a Fabrizio Frizzi di presentare La Partita del Cuore in mio onore e a Renato Schifani di commemorarmi nel giorno del ventesimo anniversario della mia morte. E qualora non fosse passato sufficientemente il concetto ripeto: R-E-N-A-T-O  S-C-H-I-F-A-N-I. Giusto uno spunto di riflessione.

L’Italia è un paese pieno di problemi, uno di questi è il fatto che gli eroi finiscono nei santini e nei francobolli. Entrano cioè a far parte di un necrologio nazionalpopolare da un tanto al chilo, vagamente agiografico quanto autocelebrativo e deresponsabilizzante, praticamente un must in una nazione con la coda di paglia. Condivido uno status su Facebook per l’occasione e via: sono un italiano vero, come nella canzone di Totò Cutugno. Vale quindi la pena chiedersi: perché morire di mafia se vent’anni dopo non sei altro che l’ennesima figurina dell’album della coscienza (in)civile se poi il Presidente del Senato della Repubblica è Renato Schifani?

Allo stesso modo sorgono nuovi interrogativi, ad esempio: a che serve un terremoto se non riesce a seppellire il giusto quantitativo di stronzi?

Qualche nome per essere più preciso. Selvaggia Lucarelli.

Selvaggia Lucarelli: il cui scopo, oltre a dar mostra delle proprie doti, sembra essere quello di illuminarci attraverso gli articoli di un blog così, di annunciare l’esistenza del porno di Belen e di postare commenti del genere su Twitter. Quando uno dice i guru della nostra informazione 2.0. Solo Sara Tommasi avrebbe potuto fare di meglio, magari spogliandosi nuda a Milano, durante la visita del papa (in cerca di un nuovo maggiordomo: Formigoni), denunciando, come responsabili del terremoto, le banche e lo stra(te)gismo sentimentale. Oppure Sgarbi, abbandonandosi a qualche citazione edonista-pantragista: «durante il terremoto nessuno guarda una galleria artistica». Tranquilli che la signorina Lucarelli è in buona compagnia. Red Ronnie che dice che fa tutto parte della profezie dei Maya? Oppure il leghista che si scusa per la tremarella, perché c’è la Padania che si sta staccando dall’Italia? Non solo.

Migliaia e migliaia di italiani che si sono compulsivamente impegnati a farcire i social network di commenti salaci e battute brillanti. Gli stessi che magari, nella notte del 20 maggio, si sono appositamente svegliati per informare i propri contatti di Facebook. Uno dice: vabbé, ci sta. Un evento straordinario. Non c’è la percezione della tragedia, ancora non si sa nulla dei morti e dei paesi distrutti. Altro discorso per la seconda grande scossa della mattina del 29.

Trema tutto e questa volta la sento bene perché sono sveglio. E penso: «Ok. Ora è morta della gente». Una sensazione di merda. Perché lo sai che è così e non puoi farci niente. In tuo soccorso la diarrea del web, tra commenti, battute eccetera di cui sopra. Ad un certo punto viene anche da chiedersi: sicuri che la rete sia davvero la voce del progresso? O piuttosto qualcosa d’altro?

Ad esempio il modo per tenersi sempre informati, grazie a Twitter, dalle ultime su piazza Tahir a Costantino della Gherardesca che si lamenta di quanto scopi poco e di come la sua palestra sia così incredibilmente sprovvista di froci. Dal calcio scommesse a Boldi che tagga Danny De Vito per pubblicizzare la sua App, dalle novità di Occupy Qualcosa a Flavia Vento che grida alla rivoluzione e alla liberazione dei cagnolini, dai commenti prime time su Fazio-Saviano alla Stefania Orlando che chiede a qualche tronista come sta messo a serate perché lei sente la crisi, da Dolcenera che contesta Monti per non aver fatto leggi antisismiche a Justine Mattera, rea di aver pubblicato, come l’ultima bimbaminkia di Ostia, la foto delle sue scarpe con la zeppa, giudicandole non il massimo in caso di terremoto. Ed esplode la polemica.

Twitter come luogo di esibizionismo e gogna pubblica. Insulto il vip debosciato dell’ultima ora, screenshotto il momento magico e pubblico l’immagine: memento-foto ricordo della mia integrità morale e del mio impegno civile. Io, Terremoto, appena posso, faccio di nuovo tremare tutto. Sperando, questa volta, di seppellirli uno ad uno, senza che possano avere il tempo di farlo sapere sui social network, come se si trovassero nella Casa dello Studente all’Aquila.

Ma non vorrei essere frainteso. Non sono quel genere di persone che ama indignarsi su internet, al contrario di milioni di persone che sono pronte a condividere compulsivamente campagne virali senza prima interrogarsi sul perché e il per come, tipo il video di Kony, salvo accorgersi qualche giorno dopo di aver fatto una cazzata (provando, in questo modo, un vergognoso ed inconfessabile, ma soprattutto inconfessabile, senso di colpa). Ne faccio piuttosto una questione di gusto.

Esempio: alla tele parte un servizio con l’inviato in mezzo alle macerie. Niente di nuovo sotto il sole: teledolore, va ora in onda la tragedia, Barbara d’Urso compresa [1]. La cosa particolare è che l’inviato, facendo notare la presenza di alcuni curiosi, si affretta a precisare qualcosa del genere: «mi auguro non si tratti del solito turismo del macabro». L’Emilia come la nuova Isola del Giglio? Tac. Qualche ora dopo in rete gli scatti Instagram delle macerie. Dove? Sul sito di Repubblica il quotidiano “più avanti” del nostro paese. La domanda che ora assillerà tutti quanti è: quale il filtro migliore per ritrarre la tragedia?

Altro risvolto hipster-trash: pure Bersani cede al ricatto del trend. E pubblica sul proprio profilo Instagram qualche rudere venuto giù, magari sotto consiglio dei propri media advisor, consulenti di web marketing a metà tra Azione Cattolica e Dams, che continuano a frequentare come fuori corso, unanimemente riconosciuti per le loro geniali trovate. Se tanto mi dà tanto non vedo l’ora di vedere Bersani far campagna elettorale su MySpace. Mentre Renzi rottama la politica tramite Netlog.

Ora mettetevi nei panni del Terremoto. Butti giù case e seppellisci gente e diventi una superstar, anzi, un evento mediatico con il quale una marea di persone sente il bisogno di immedesimarsi. Al di là della legittima empatia-solidarietà del fenomeno, la questione sociologica e comunicativa è questa: nell’era della banda larga non basta più fruire istericamente informazioni come fossimo dei bulimici figli di puttana, ma entrare a far parte della notizia, con tutte le conseguenze (trash) del caso: retorica, protagonismo, psicopatie collettive kitsch. Cortocircuiti del web e del nostro modo di essere.

«Il mondo frana sotto i loro piedi, s’inabissa davanti ai loro taccuini e tutto quanto per loro è intercambiale letame da tradurre in un preconfezionato compulsare di cazzate sulla tastiera. Cinici? No frigidi».
Carmelo Bene
,  1998


[1] Per la cronaca, grazie al terremoto, tra talk show e tg, Mediaset che ci è andata giù pesante. Quella tv di proprietà di un tizio che le centrali nucleari le avrebbe costruite volentieri proprio in Emilia. Quel tizio della legge sulle semplificazioni in materia edilizia. Che ha impedito abbattimenti di edifici abusivi (anche) fuori norma. Che ha varato due condoni edilizi, 2003-2009, il terzo non è andato in porto per poco. Che ha edificato quartieri con i soldi di Banca Rasini, sotto inchiesta per il fatto di aver gestito soldi della mafia da investire nel nord. Cose così.

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One thought on “Ma che BEL Terremoto!

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