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Post originale su CAM.

Salone del Libro di Torino. Torni a casa e ti ritrovi a dover rispondere a più di qualche messaggio del tipo: «Allora com’è andata?», «com’era il Salone?», eccetera, eccetera. In alcuni casi rispondi per automatismi: «Bene». Oppure: «Trovavo Pinketts ovunque, con in testa un cappellino giallo». Come se non sapessero, queste persone, che prima o poi avrei scritto qualcosa sul blog.

E dunque, com’è andata? Bene. Trovavo Pinketts ovunque, con in testa un cappellino giallo. E potrei scrivere milioni di altre impressioni, su tutte una. I blog letterari dov’erano?

Piccola premessa: il tema del Salone era appunto il seguente: “Vivere in rete”. ConAltriMezzi vi ha partecipato proprio perché impegnato in una presentazione all’interno dello Stand della Regione Veneto (a proposito, grazie mille a tutti coloro che hanno partecipato al nostro sondaggio!). La nostra “prima volta” in un evento di tali dimensioni. Ci aspettavamo qualcosa di diverso dalla solita fiera del libro, degli orrori in fasce e delle piade a cinque euro. Ci sbagliavamo.

Ho visto libri (tanti), gente (tanta), sbirri (un casino pure quelli). Ma non solo. Scrittori, lettori, massoni, ragazze immagine spamma-coupon, pischelli in gita ad affollare gli stand della Nintendo («Ciao mamma, vado al Salone del Libro con la scuola», «Certo caro, va a farti una cultura), vippanza che scrive libri, turisti a caccia di vippanza che ha scritto libri e giovani esordienti logorroici che quando vengono chiamati, durante le presentazioni, “giovani esordienti”, non fanno una piega, malgrado i loro quarant’anni. Ah sì, c’era pure Cristicchi. Queste e tantissime altre cose, ho visto.

Ma non ho visto i blog. So che c’erano, lì, mimetizzati nella folla. So che alcuni blogger erano stati ospitati all’interno del palinsesto superaffollato di presentazioni, dibattiti, tavole rotonde, anche se impegnati in irritanti auto-reading di recensioni di Juno scritte il giorno prima. Ma non li ho visti rivendicare il loro posto, il loro ruolo.

Non avevano postazioni fisse, non un volantino in giro, un manifesto attaccato da qualche parte, nemmeno un mini stand dove rinchiuderli tutti in una sorta di zoo per soddisfare la curiosità di lettori forti e radical chic, con mezza Sellerio nella borsa a tracolla: «Ah, ma allora i blog non esistono solamente dentro il mio iPad».

È proprio questo il punto. Fino a prova contraria la blogosfera è composta da persone in carne ed ossa. Persone che forse avrebbero dovuto rivendicare il proprio spazio in un’edizione del Salone dove la rete veniva chiamata in causa. E cercare un dialogo con quella massa che sembra accorsa solo per portare introiti alla “mega sagra del libro”.

Eppure, aggirandoci per gli stand, scambiando qualche chiacchiera con alcuni rappresentanti di case editrici e non (cosa impossibile negli stand più grandi, tipo Einaudi, Mondadori ecc… luoghi di carcerazione per povere cassiere-stagiste alle prese con l’assalto di mufloni affetti da shopping compulsivo; ma a casa vostra non esistono librerie? E perché lo stand della Bompiani sembra una profumeria?), ecco, scambiando qualche parola con la gente giusta, capitava di innescare immediatamente una certa alchimia. Sarà per le nostre t-shirt personalizzate, il badge espositori (?!) a tracolla, ma appena ci individuavano come blogger (ma anche membri di una redazione online, curatori di un’iniziativa editoriale under 30 come WRITE NOT DIE eccetera, eccetera) l’approccio risultava piacevolmente immediato. Scambio di biglietti da visita, presentazioni reciproche, proposte. «Mi raccomando, mandaci quella mail, teniamoci in contatto…». Figo. Segno che tra realtà dinamiche l’innesco di sinergie è all’ordine del giorno, l’aspetto positivo più significativo di questa nostra esperienza.

Tuttavia si è trattato di un fenomeno “privato”, che ha coinvolto gli “addetti ai lavori”. E tutti gli altri? Mi sarei aspettato delle aree dedicate alla blogosfera, nelle quali operatori del web, utenti, lettori, o semplici curiosi, potessero interagire, conoscersi, fare promozione, anche partendo da zero: «Vede signora, questo è un blog. E questo è un mouse». E invece no. In compenso c’era Lotta Comunista.

Intendiamoci: non voglio sembrare quello che schifa il Salone, malgrado di motivazioni per farlo ce ne siano eccome. Si è trattata di un’esperienza stimolante, necessaria, illuminante sotto certi punti di vista. Inoltre è possibile che io e i miei compari ci siamo persi qualcosa i giorni precedenti (purtroppo non avevamo la possibilità di essere a Torino durante tutta la kermesse), e se così fosse sarebbe bello venir smentiti. Ma allo stato delle cose non possiamo far altro che notare questa strana assenza, vorrei dire poco opportuna.

Colpa dei blogger? Forse. Ma che dire della poca lungimiranza del Salone? Perché non dedicare una postazione di “live blogging”, anche attraverso l’uso dei social network, nel quale coinvolgere i maggiori blog letterari alla stregua di media partner e live reporters? Perché non dare alla gente la possibilità di conoscere una realtà di questo genere, sempre più importante all’interno delle dinamiche culturali di questo paese?

Inoltre mi chiedo se non sia stata la rete ad essere ostile nei confronti di un simile evento. Magari qualcuno potrebbe pensare che i blogger dovrebbero snobbare il Salone attraverso un atto di critica radicale, o al massimo con un flash mob. O, al contrario, che dovrebbero sporcarsi le mani e farsi vedere in mezzo a quel mercato del pesce per dire alla gente: «Oi, testina. Noi siamo qui». Altrimenti non se ne esce. Perché internet è internet e la vita reale è un’altra cosa. E noi non vogliamo che la nostra esperienza e il nostro lavoro si limitino ad un nobile videogame. Giusto?

 

CAM cartellone - Salone del Libro di Torino 2012

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