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Qualche anno fa, nel 2006, venne pubblicato un breve pamphlet: Sul banco dei cattivi. A proposito di Baricco e di altri scrittori alla moda (Ed Donzelli). Quattro critici letterari, Ferroni, Onofri, La Porta e Berardinelli, accomunati dall’intento di demolire qualcuno o qualcosa, si ritrovarono ad esprimere giudizi piuttosto ficcanti e controversi a proposito di gente come Erri de Luca, Scarpa, la Santacroce, Baricco, o di un intero genere letterario. È il caso di Filippo La Porta, il quale firmò un contributo il cui titolo era già tutto un programma: Contro il Nuovo Giallo Italiano (e se avessimo trovato il genere a noi congeniale?).

In soldoni: il critico si scagliò contro questo genere (anche se sarebbe più opportuno parlare di macrogenere, dal momento che dentro al medesimo calderone ci ficca di tutto e di più: noir, mistery, thriller, detective/spy story ecc…) avanzando nove obiezioni di carattere più o meno tecnico. Un punto di vista, il suo, che non può che aver creato polemiche. A tal fine rimando alla replica di Carmilla Online (indirettamente colpita, ma non affondata, da La Porta) che rispose, punto su punto, avanzando delle confutazioni, a mio parere, puntuali e molto condivisibili. Ma al di là delle nove obiezioni di La Porta e della sua tesi di fondo – cioè quella secondo la quale il NGI (nuovo giallo italiano) sarebbe una sorta di “nuovo genere unico”, pervasivo e tirannico, speculativo e manierista, artificioso e posticcio, nonché prodotto di “un nuovo pensiero unico” – trovo una delle sue osservazioni, spesso poco rimarcata, piuttosto piccante.

Infatti, tra le altre cose, La Porta accusa gli autori del NGI di un inconscio inferiority complex che li porterebbe a reinventarsi, inopportunamente (?), sociologi visionari, criminologi impegnati ed intellettuali sovversivi. Questo loro atteggiamento sarebbe la conseguenza del fatto che loro stessi, sempre secondo La Porta, sarebbero i primi a non aver sdoganato la letteratura di genere, a tal punto da subire la presenza di una “cultura alta” che loro stessi recepiscono “superiore”. E per sopperire ad una tale oppressione ricercherebbero il riscatto attraverso romanzi che spesso cadono nel tranello dell’infinito manierismo, della “bella pagina”, oppure dell’eterno gioco/riciclo di codici narrativi fortemente imitativi. Ha ragione La Porta?

Insomma: i giallisti infetti da una strana (ed autolesionista?) velleità. Da una parte un fare letterario deprecabile, dall’altro il fatto di “atteggiarsi da big” e da “tuttologi”. Una paranoia giustificata? I giallisti si sono davvero “montati la testa”? La Porta sembra quasi voler descrivere un atteggiamento, vorrei dire, da “parvenu”, cioè da scrittori arroganti, ma in fondo sempliciotti (?), che imitano altri modelli per “fingersi grandi”. Scusate se è poco…

Ecco, io trovo questo spunto polemico abbastanza tagliente e scivoloso. Se è vero che l’intervento di La Porta, nel suo complesso, è fortemente (e facilmente) criticabile in merito alla sua analisi tecnica (lui stesso dice di non essere uno specialista del genere), è altresì vero che la sua disamina sull’aspetto comportamentale e attitudinale di questi autori coglie parzialmente nel segno.
Scrive La Porta:

«giallo e noir sono diventati da noi i generi più letti e diffusi, quasi da configurare una specie di dittatura letteraria: dal 1994 al 2003 i titoli sono aumentati del 450% e quelli italiani dal 7 al 24%. Come mai? Si tratta di un’allucinazione collettiva?». Dal 2006 le cose sembrano essere cambiate di poco. «Perdipiù l’attuale situazione del mercato, con l’assoluta sovraesposizione (e strumentalizzazione) editoriale del genere (…) crea deliri di onnipotenza. Per carità, i giallisti sono persone ammodo, sensibili ai problemi sociali, ma oggi rischiano di venir trascinati sull’orlo di una crisi di nervi. Chiamati ovunque come opinionisti, conduttori televisivi, commentatori dell’attualità, maître à penser… Il che li rende incontinenti, tronfi e a tratti magalomani». Alla faccia! «Vogliono essere il tutto ed il contrario di tutto: vincenti e trasgressivi, di successo e ribelli, amati da tutti e sovversivi, aristocratici e populisti».

 

Tuttavia occorre andarci piano. E non confondere tali “velleità” con la ricerca di alcuni autori nell’andare oltre il genere, cioè l’intenzione (in alcuni casi “politicamente programmatica”) di voler evadere da un orizzonte troppo limitante legato alla tradizione. Non esattamente un tentativo di nobilitare un genere o i suoi autori, in veste di opinionisti antropologici e filosofi di strada, ma di offrire una nuova lettura della realtà, e della società che la popola, attraverso una lettura “criminosamente tragica” del presente (che, per carità, può essere anche recepita come una scelta stra-abusata).

Occorre capire fin dove possono spingersi le ambizioni dei giallisti contemporanei, senza che essi sfocino nel ridicolo o nell’iperbole. Già, ma qual è questo limite? E se anche esistesse un simile deadline, chi avrebbe il compito di farlo valere? Forse i critici letterari stessi che, dopo aver praticamente degenerato la critica letteraria ad un vero e proprio (sub)genere letterario (ad uso e consumo prevalentemente interno), vorrebbero tornare (e forse il pamphlet Sul banco dei cattivi vuole dici qualcosa di simile) alla ribalta come mastini della letteratura. Ed in questo caso come cani da guardia della letteratura di genere. La cosa potrebbe funzionare se gli autori del NGI continuassero per la loro strada della “narrativa sociologica” e i critici non scivolassero nelle “stroncature militanti”, nel senso più politico e negativo del termine (cosa che, peraltro, mi sembra sia già accaduto).

Semmai il dubbio cruciale cade nell’effettiva destabilizzazione prodotta da questi romanzi. Siamo sicuri di parlare di libri che riescono, dal punto di vista introspettivo, nell’intento di turbare la sensibilità “civile” del lettore? La mia impressione è questa: in certi casi sì, ma sono pochi. Parlo di conseguenze oggettive, vedi l’esplosione di dibattiti di una certa consistenza.

Penso, ad esempio, a Perdas de Fogu di Massimo Carlotto, un il romanzo che innescò una forte polemica il cui epilogo coincise con il coinvolgimento dei media e della società civile, e con la chiusura della base militare di cui si parla nel libro. Ma in molti altri casi la stessa cosa non avviene, e tali romanzi rimangono testimonianze imprigionate, per quanto sincere e ben motivate, in una fruizione sostanzialmente di riporto. Ovvero nella ricerca, e nel desiderio, del lettore di leggere storie sostanzialmente avvincenti, in nome di un mero appagamento personale. Una questione, quella della “fruizione compromessa”, in Italia, sollevata dallo stesso La Porta, sia per quanto riguarda la cultura alta – passatempo chic – che quella di massa – passatempo popolare.

Ecco, io credo che sia questo il limite del romanzo e del romanzo giallo in sè, ovvero quello di esporsi ad un rischio oggettivo, data la natura, per certi versi ambigua, della letteratura, derivante da quel labile confine – che nel romanzo rimane alle volte irrisolto – tra fiction e realtà. Un equilibrio precario ed ondivago sul quale alcuni autori potrebbero aver costruito, come dice La Porta, il proprio personaggio: un romanziere-criminologo-intellettuale, a metà tra un commentatore televisivo ed un duro da salotto. Guardiamoci negli occhi: forse un fondo di verità in tutto questo c’è.

Giusto per fare un nome: Carlo Lucarelli, che personalmente giudico simpatico, preparato e non eccessivo (anzi, opportunamente pop e “sul pezzo”), il quale sembra però coincidere con la “caricatura” tratteggiata da La Porta.

In questo caso forse non abbiamo a che fare con un vero e proprio esempio negativo, tuttavia mi riesce impossibile non contrapporgli un Andrea Camilleri, il quale, dato un certo curriculum, rinuncia all’ambita etichetta di “autore”, preferendo quella di “artigiano”. Uno scrittore che, tanto per fare un po’ di aneddotica, non riesce a mettersi al lavoro, la mattina, davanti alle proprie pagine bianche, senza indossare scarpe e camicia, in segno di rispetto verso i propri lettori. Proprio così: scarpe e camicia alla stregua di un uniforme di lavoro, quella di semplice romanziere. Un’immagine che mi ha sempre suggestionato una certa ammirazione, che non mi sovviene quella di un intellettuale illuminato e borghese, istrionico e saccente, ma di un onesto operaio della penna.

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