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Non ho mai avuto un diario in vita mia. A ventisette anni sono costretto ad averne uno, che però non si nasconde sotto il letto o nel comodino delle bambole, ma è online. Alla fine Facebook ci è riuscito, non solo a rendere l’umanità un esercito di sciampiste, ma a ridurre gli esseri umani a rotocalchi. A rendere la lista della spesa della nostra esistenza una routine linguistica e un obbligo esistenziale. Facebook è il cesso, noi i rotocalchi. Ora quando Dio andrà di corpo avrà qualcosa da leggere. Dio o l’FBI. Essere dei “diari”, dei libri con l’intento di renderci bestseller di noi stessi. Il vero uomo macchina del futuro è un essere fatto di carne ed ossa ma macchina dentro, incapace di cambiare il mondo perché ne possiede già uno virtuale: il proprio rotocalco.

Non ho mai avuto un diario in vita mia. A ventisette anni sono costretto ad averne uno, che però non si nasconde sotto il letto o nel comodino delle bambole, ma è online. In realtà solo in Italia si chiama così perché la nuova interfaccia di Facebook si chiama Timeline. Vale a dire: non basta farmi i cazzi tuoi hic et nunc, ma voglio sapere anche chi eri. Immaginatevi la letteratura web sorta attorno a questo trapasso: “si apre una nuova era di Facebook, anzi, della vita digitale di ciascuno di noi”, “la nostra privacy è nuovamente in pericolo”, “questo è segno di una nuova politica di monitoraggi di marketing”, eccetera. Tra alcuni utenti esplode l’ansia. Questi sì che sono i problemi della vita. E proprio per questo non dovrebbero essere rompiture di cazzi. Già ero stato informato della cosa grazie ad un amico stra aggiornato sui new media ma quando vidi comparire la Timeline tra i miei contatti “più cool”, malgrado fossi uno dei pochi della mia cerchia che potesse dire “io so” come Pasolini, non ho potuto impedirmi il giramento di palle.

Ecco l’ansia da imperativo sociale da social network tipica di chi sa di dover vaccinare il proprio profilo da spam, inviti e notifiche inutili. Magari tornando a visitare quei siti e quei forum e visualizzare quei determinati tutorial utili a rattoppare l’invadenza delle impostazioni di questo nuovo Facebook. Vorresti farne volentieri a meno, anche perché sai che è tutto inutile, poiché Facebook sta riuscendo nell’impresa di rendere l’umanità un esercito di sciampiste. Per esempio fornendoci l’opzione di informare tutti i nostri contatti, tramite l’opzione “Avvenimenti Importanti”, sulla persona che ti scopi adesso, sul fatto o meno di portare lenti a contatto, di aver perso peso, di aver perso un parente, di esserti fratturato un osso o di aver comprato un nuovo animale domestico. Come se non fosse sufficiente la protervia dei cambi di status degli utenti stessi che allo stato attuale se non sono già delle sciampiste sono per lo meno delle portinaie. Il sentimento di impotenza di fronte ad un simile Leviatano è talmente alto da rinsaldare la consapevolezza che una volta entrato a far parte di questo mondo, una volta creato un account di Facebook, occorre sopportare di tutto: perché non basta accollarsi le menate di amicizie inutili e le mille tentazioni che ci portano quotidianamente alla deriva del cazzeggio, ma soprattutto occorre sorvolare sul fatto che possedere un profilo non basta, poiché bisogna anche aggiornarlo come vogliono loro, stare al passo con i tempi, romperti il cazzo per capire come funziona l’intero ambaradan ogni qual volta che un ebreo miliardario decide di voltare la frittata. In fondo c’è la consapevolezza di non poter evadere dalla trappola. Si può prorogare l’ora X, decidi tu quando farti il tuo “Facebook Diario”, ma prima o poi sai che toccherà anche a te. Così mi sono fatto la Timeline prima che l’avessero tutti, via il dente via il dolore mi sono detto. Ora mi sembra di essere un’idiota.

Naturalmente il punto non è questo. E non è nemmeno il fatto che la nostra esistenza virtuale su Facebook sia d’ora in poi sempre più legata ad uno strumento di misurazione globale dei gusti e delle tendenze (il pulsante “Like” è troppo grossolano, per questo verrà diversificato in “Ascoltato”, “Visto”, “Letto” e “Want”, così dicono gli esperti; a questo punto perché non introdurre “Ti schifo”, “Esticazzi” e “Vaffanculo” dico io, se poi lo scopo è quello di entrare nel cervello della gente). Il punto non è nemmeno il disagio nel prendere confidenza con la nuova interfaccia. Ma constatare il fatto che Facebook, dopo aver reso le persone intrattenimento, ora le abbia realmente ridotte a rotocalchi da sfogliare. Come? Rendendo il genere letterario più vasto del nostro secolo, gli appunti, routine ed obbligo esistenziale. Cazzo ci è riuscito. Ora siamo tanti “diari”. Touché. Facebook è il cesso, noi i rotocalchi. Ora quando Dio andrà di corpo avrà qualcosa da leggere. Dio o l’FBI.

Rotocalchizzare la nostra esistenza. Fare la lista della spesa di noi stessi. Oltre che creare una vetrina di ciò che noi crediamo di essere. Facebook ha capito che esiste questo intimo bisogno solleticato dai nuovi media. Ecco quindi le nostre esperienze ridotte ad un bazar. Paccottiglia kitsch, saldi di fine stagione misti a sole, capi unici e antiquariato, tutto condiviso nel mercatino delle pulci. Tra le bancarelle qualcuno vende ciambelle, qualche donna fa la puttana, qualcun altro ti chiede soldi mentre scaltri monellacci ti alleggeriscono le tasche o ti inoculano virus. Quale metafora è più efficace di un suk per restituire l’immagine di Facebook? Se invece fossimo libri l’intento sarebbe quello di renderci bestseller di noi stessi. Come se noi tutti fossimo così speciali ed esclusivi come crediamo di essere. Si scrive autopromozione amatoriale, si legge egocentrismo nella mediocrità o solitudine nella socialità. Tutti amici di tutti ma in fin dei conti figli di puttana affetti da autismo internettiano. Ovvio che esagero. Ma qualsiasi iperbole o paradosso contiene un frammento di verità. Ve lo ricordate Antonio di Pietro nel ‘95: «Non sono un politico e non penso di entrare in politica. Ma potete voi escludere la possibilità di vestirvi domani da donna? Tutto è possibile!». Già, anche che Berlusconi si dimetta. O che l’ultimo povero Cristo o amico scrauso del pianeta un giorno non ve lo ritrovate su Facebook: “Ehi ciao, come va? Da quanto tempo…”

Il futuro è questo. Il cyber punk d’annata, quello dell’uomo-macchina, è roba vintage. In realtà abbiamo sottovalutato sia l’uomo che la macchina. Abbiamo fantasticato sull’integrazione biomeccanica guardando troppi film di fantascienza quando in realtà il vero uomo macchina del futuro è un essere fatto di carne ed ossa ma macchina dentro. Abbiamo snobbato l’immaterialità degli automatismi, l’influenza che essi hanno nei nostri ritmi e nei nostri linguaggi: i social network, il voyeurismo virtuale, la second life di internet. E poi ancora la “ninformania”, i numeri e le statistiche che coinvolgono metabolismi, diete, pesi, ore, minuti, secondi, denaro e funzioni biologiche. L’uomo cyborg del presente è sfortunatamente fatto di carne e fottutamente alienato. Straordinariamente soddisfatto del proprio mondo virtuale perché non ne può immaginare uno diverso. E se l’ego non riesce a rimanere appagato dal nuovo “Facebook Diario”, se il fatto di essere rotocalchi virtuali online, delle “webzine” umane, è ancora troppo poco, allora è possibile optare per qualcosa di più concreto e sfogliabile. Tramutatevi veramente in libro. Probabilmente l’ultimo nostro stadio evolutivo.

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2 thoughts on “Mio caro diario

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