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Le vie del Signore sono infinite, ma Satana ha almeno Twitter. Ora il diavolo si cela dietro alle sembianze di un uccello che cinguetta in 140 caratteri in nome del mito del progresso e dell’aggiornamento tecnologico. L’ennesimo paradosso dei nostri tempi: oggi la vera democrazia è la rete ma la vera tirannia sono i social network. Ma è ancora possibile vaccinarci con il paradigma Guzzanti: «io ho questo nuovo media, la possibilità di veicolare un numero enorme di informazioni in un micro secondo, mettiamo caso a un aborigeno dalla parte opposta del pianeta. Ma il problema è: aborigeno, ma io e te che cazzo se dovemo dì?!!!».

Le vie del Signore sono infinite, ma Satana ha almeno Twitter. Come si sa il più grande inganno del demonio è quello di farci credere di non esistere, per questo ora il diavolo si cela dietro alle sembianze di un uccello che cinguetta. E non lo fa alla luce del sole, ma nel mondo virtuale, in una voliera affollata di molti altri uccelli che cinguettano in 140 caratteri. Tra i cattivi propositi per l’anno nuovo, uno dei primi che ho inserito nella lista è quelli di farmi Twitter. Me lo dice la televisione, me lo impone il costume occidentale, me lo suggerisce il futuro. Non c’è telegiornale che non pronunci almeno una volta la parola “Twitter”. Non c’è testata giornalistica che non infili “Twitter” in qualche articolo. Altro che la Francia. Fa tutto parte del piano. Dal momento che ne hanno inventata un’altra di nuova ora occorre conformarsi. Induzioni evidenti condotte da un’implicita pedagogia. Uno stillicidio insolente ma insinuante, che solletica l’ego di milioni di italiani carezzati dal mito del progresso, e quindi dell’aggiornamento tecnologico. Refresh yourself. Fatti Twitter o rimani un babbo.

Sembra di essere tornati a qualche anno fa quando Twitter ancora non c’era ed il mantra globale era un disco rotto che pronunciava la parola “Facebook”. Ora il social network per eccellenza si dice che abbia raggiunto il suo compimento, vale a dire la quasi completa diffusione massima, nel senso che può ancora crescere ma non più di tanto. Giusto qualche altro milione di esseri umani. E poi basta. Naturalmente si parla di paesi dell’occidente o in via di sviluppo, che tanto in Africa non avranno simili preoccupazioni per i prossimi quattro secoli. Quindi Facebook sembra un po’ l’impero romano del II secolo, che una volta giunto alla massima espansione è costretto a riflettere sul da farsi. Quel Facebook che è stato così intelligente da capire che si poteva fare benissimo un casino di soldi senza cominciare una guerra tra social network. E quindi niente ostilità nei confronti di Twitter, il nuovo che avanza, che rimane comunque qualcosa di diverso e complementare, quasi una sua estensione. Ecco, succede che Facebook e Twitter si sposano, chissà se metteranno su famiglia. Fatto sta che i due assieme formano una bella coppia perché si integrano a vicenda. Si possono postare cose su Facebook tramite Twitter o il contrario. Si spartiscono spazi e i ruoli, informazioni e pubblicità, mercato ed introiti. Non è detto che ogni utente abbia un account su entrambe le piattaforme ma poco conta. La malta che li unisce si chiama Google, o Google Mail, oppure Google + per i più hardcore. E poi ci sono una serie infinite di altri fratellini minori. Una galassia di villaggetti globali più o meno caratterizzati da comunità generate da diversi imperativi sociali: lavoro, musica, partner fedifraghi. Ogni cosa è buona per creare un social network ed entrare a farne parte, anche avere un tumore.

Ma Twitter è un mondo assai più complicato di quanto non si possa immaginare. Inutile entrare nei particolari, non ne ho la voglia né la competenza. Esiste già un’ampia letteratura che si occupa di questo tema. Per non parlare di blog e forum affollati di nerd, espertoni della domenica e lettori di Wired. Quelli che: “più che un social network Twitter si identifica come una performantissima feedsfera globale”. Se proprio vorreste saperne qualcosa di più basta fermate per strada un qualsiasi laureando in Scienze della Comunicazione che non sia vestito da hipster e che non abbia un account di Tumblr. Funziona po’ come con i vigili urbani (“Sa dirmi per piazza della Repubblica?”): ”Cosa cazzo è un thread?”. Sarà illuminante capire come la cosa possa tranquillamente non influire per niente nella vostra vita. Peccato che il sistema non la pensi affatto così.
Della portata di questo strumento se ne parla piuttosto profusamente anche in Rai. Se n’è accorto persino il nostro nazionalpopolare. Il titolo del programma di Fiorello, per esempio, non era altro che un hashtag. Comici i commenti da Vespa o in altri salotti del pomeriggio, “Fiorello sa come parlare ai giovani, per esempio lui ha usato molto questo Twitter”, affollati da vecchi ma giovani e giovani anziani eccitati come delle casalinghe democristiane degli anni ’50 di fronte a un vibratore colorato. Diciamo che oggi Twitter rappresenta per gli egomaniacali o i socializzanti più sociali della nostra società ciò che le donne con la valigia rossa rappresentano per migliaia di donne sole e/o troppo brutte per avere una vita sessuale decente (o una vita sessuale e basta).

L’altro giorno per radio mi è capitato persino di sentire che il nuovo Sanremo punterà molto su Twitter. Che cosa significhi questa cosa la apprendo pochi secondi dopo tra un “vaffa” sibilato tra me e me in macchina come un qualsiasi altro italiano medio e un colpo di clacson a una stronza in suv che svolta ai 30 all’ora senza mettere la freccia perché sta parlando al cellulare mentre il cane nel posto del passegero guarda fuori dal finestrino. Verrà istituito una sorta di Social Forum Sanremo Vattelapesca. Commenti, votazioni da casa, premi… Sticazzi. Insomma, questo per dire che il dogma della socialità virtuale è riuscito persino a scomodare l’adipe giurassico dei cimiteri catodici, ovvero la tv di Stato. Se quella roba smuove le mummie significa che il fenomeno non è da sottovalutare. Ma se tiriamo fuori la politica non è più finita.

Quando si dimise Berlusconi qualche genio scrisse che era finita l’era del “marketing politico”. Gente che probabilmente non aveva una connessione internet. Come se la comunicazione via web fosse un esclusivo dicastero del Cavaliere. Potrei citare il troppo facile esempio di Obama, che vince le elezioni grazie a YouTube, o Vendola che batte il Cavaliere ma solamente su Facebook nella battaglia sul numero dei fan, o il consigliere comunale di “stocazzo” che mi chiede l’amicizia malgrado si trovi da tutt’altra parte dell’Italia nonostante faccia parte del PD. Tuttavia mi riesce più gradevole tirare in ballo Angelino Alfano, proprio lui, che in qualità di nuovo leader del Pdl ultimamente va in qualsiasi trasmissione a gongolare sul fatto che Facebook è proprio una figata, che lui Facebook lo usa tantissimo, che durante le pause non può fare a meno di controllare il suo Facebook per sentire cos’hanno da dire i cittadini italiani che su Facebook esprimono sogni ed aspettative. Marketing politico + social network + comicità involontaria da parvenu = l’infarto del possibile capoccia del partito più votato d’Italia non appena scopre che ora va un casino Twitter. Senza contare che la febbre da social network è in grado di partorire aborti come Formigoni (vi prego di guardare questo video, e anche questo).

Ma poi vogliamo parlare delle twittate dei vips? Ormai i giornali di gossip non vivono d’altro. I botta e risposta, le foto, gli hackeraggi, e i “selfshooting”, vale a dire “mi-fotografo-senza-trucco-in-scene-di-evidente-quotidianità-oppure-in-cesso-davanti-allo-specchio-per-rimarcare-il-fatto-che-anch’io-sono-una-persona-normale-solo-che-seguita-da-molte-altre-persone-più-anormali-di-me”. Ricordo che una delle prime volte che avvertii la potenziale minaccia di Twitter fu qualche anno fa quando Demi Moore, mi sembra che lei fu una delle prime, iniziò a pubblicare foto di se stessa sul divano o tipo senza un dente. O assieme al suo marito in atteggiamenti intimi ma senza fare sesso, quello lo capirono poco dopo altri vips più disinibiti (ma qui non c’entra Twitter ma YouPorn e simili). Ora si è arrivati all’irrinunciabile fotoromanzo dell’unghia spezzata del pollice di Tom Hanks (che tra l’altro è più bello dei suoi ultimi film). Per queste ed altre ragioni sarebbe da prendere per mano quel nostro lontano progenitore austrolopiteco, scimmioso, peloso e puzzolente, metterlo davanti al vostro MacBook e dirgli: «visto a cosa ci hanno portato milioni di anni di evoluzione?».

Ma si dice che Twitter faccia le rivoluzioni, ovvero che sia in grado di liberare un paese, nel dare voce ad una nazione oppressa. Vero. In questo modo l’occidente può accorgersi in tempo per attuare il suo di golpe politico e instaurare in quei paesi fascismi islamici in nome di una geopolitica dadaista e capitalista. Viva la libertà, che viaggia attraverso l’adsl (che ci ha liberato dall’”AIDS” con il porno democratico, alla portata di tutti: com’è noto masturbandosi su ChatRoulette non ci si becca l’“AIDSL”). E che ci regala le tettine di Aliaa Magda Mahani per la gioia di partigiani pedopornografi, mentre piazza Tahir è una mattanza del nuovo regime militare. Andate a dire in Siria: “tranquilli che tanto c’è Twitter”.
Ma lasciando perdere le rivoluzioni, quella da tastiera in occidente vanno un casino, più che nel Maghreb. I social network servono ad ampliare la propria rete di relazioni e le proprie conoscenze. Con Twitter, ad esempio, puoi diventare follower anche di un eschimese, o di un aborigeno. Proprio come recita il paradigma Guzzanti: «io ho questo nuovo media, la possibilità di veicolare un numero enorme di informazioni in un micro secondo, mettiamo caso a un aborigeno dalla parte opposta del pianeta. Ma il problema è: aborigeno, ma io e te che cazzo se dovemo dì?!!!».

Per concludere, oggi la vera democrazia è la rete ma la vera tirannia sono i social network. Ennesimo paradosso dei nostri tempi. Oggi il diavolo non veste né Prada, né la tonaca del Papa, ma è senza faccia, si chiama John Doe, ed è una collettività composta da anonimi uccellini che cinguettano e che mangiano vermi. Mettete da parte indolenze retrive e pigrizie da stolti reazionari. Non serve a niente fare i giurassici. Qui si tratta di entrare a far parte del club e tuffarvi nel Gange colmo di piranha. Prima capirete le regole del gioco meglio sarà per voi. Così da evitare inculate, rompiture di cazzi e forse rimediare qualche scopata. O qualche visualizzazione in più del vostro blog personale. Qualcuno lo chiama progresso. Qualcun altro lobotomia. Io quello che so è che da almeno un secolo Dio è morto. Lo ha sostituito prima la DC e poi il politeismo dei cartelloni pubblicitari, gli addominali scolpiti, le gambe senza cellulite e l’iPhone. Qualche anno fa è arrivato Google assieme ai profeti di Yahoo Aswers. Ora il nuovo messia potrà twittare il proprio vangelo in 140 caratteri, hashtag compresa. Fiat voluntas di stocazzo.
Non possiamo farci niente, il tempo passa in fretta e il mondo sembra corrergli dietro. Fino a qualche anno fa l’eucarestia era elargita dalla mani di un ebreo di nome Zuckerberg, “prendete e taggatevi tutti”. Ora è tempo di ricevere il battesimo dentro la piccionaia di milioni di followers di milioni di followers. Il cerchio si chiude. Aggiungiamo un nuovo ingrediente al nostro curriculum di uomini del futuro. Allarghiamo i nostri orizzonti. Ma sempre di rete si tratta.

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