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Allons enfants de la Patrie: Monti è un rom.
Rivoluzione e pogrom, paladini della libertà e “zingari di merda”

 

Quando si dice: “estremi rimedi”. La tentazione è quella di strombazzare per tutta Torino di essere stato abusato sessualmente da Mario Monti. Dopotutto il deretano agli italiani brucerà davvero sotto le feste, ma noi ci muoviamo con i forconi solo quando si tratta di zingari. Eppure è da anni che ci tormentiamo con il ritornello della rivoluzione, ma nessuno la fa. Ci limitiamo alle giostrine da cortile o all’occupazione degli Apple Store. Non ci rimane che pregare, ma Monti non Gli farà pagare l’ICI. Italiani senza palle e senza Dio, quindi. Ma se il governo Monti fosse composto da un manipolo di rom a quest’ora sarebbero già appesi a Piazzale Loreto.

Quando si dice: “estremi rimedi”. La tentazione è quella di strombazzare per tutta Torino di essere stato abusato sessualmente da Mario Monti. Dopotutto il deretano agli italiani brucerà davvero sotto le feste, ma noi ci muoviamo con i forconi solo quando si tratta di zingari. Anche se tutti sanno come i ragazzini e le ragazzine siano avvezzi a raccontar fandonie per attirare l’attenzione. È successo un milione di altre volte, dalla parabola de “al Lupo, al lupo!” a quella di Fatima o Medjugorje. Sono gli adulti a crederli sulla parola e a rendere le cose più grandi di quello che sono. Hitler per molto meno ha fatto sei milioni di morti. I tedeschi allora non si limitarono a indignarsi ma reagirono. Altro che raid. Noi, flagellati da qualsiasi piaga, al massimo leggiamo il Fatto Quotidiano. A meno che, appunto, non si tratta di zingari. Lì si passa all’azione poiché il pogrom, diciamoci la verità, ce l’abbiamo scritto nel sangue. Lo sapeva Mussolini. E lo sa pure Umberto Bossi.

Eppure il ritornello della rivoluzione c’ha assordato per anni. Dai No Global dei primi 2000 allo scorso 15 ottobre. Il paese va a rotoli, questo mondo non ci piace, ma il massimo che riusciamo a fare sono le marce sotto casa o condividere i filmati delle marce sotto casa sui social network. Abbiamo inoltre elogiato i magrebini insorti durante questa primavera malgrado la solita beata ignoranza occidentale dilagasse come melassa. Ora ci ritroviamo attorno ad una cintura di nuovi stati islamici anche laddove si erano conservati dei governi laici. Alla faccia del progresso e della democrazia: eccoci serviti la shari’a ad un tiro di schioppo, condita da qualche colpo di stato ed elezioni farlocche. Tuttavia il brand “Rivoluzione” gode ancora di quella popolarità pop tipica di una generazione che s’indigna su Facebook e scopa su YouPorn. E che non sa che la rivoluzione è tutto fuorché un atto democratico o una maglietta del Che. Perché se si interrogasse la storia e le parole dei suoi protagonisti si scoprirebbe che «le rivoluzioni costano carissime, richiedono immensi sacrifici e perlopiù finiscono in spaventose delusioni» (Tiziano Terzani). E che le conseguenze di una rivoluzione non producano sistematicamente degli effetti positivi lo diceva pure Camus: «Tutte le rivoluzioni moderne hanno avuto per risultato un rafforzamento del potere statale». Lo seguiva a ruota Kafka, il quale non era uno che usasse mezzi termini: «ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia» (basta guardare in faccia questa nuova Italia dopo la “rivoluzione liberale” di Berlusconi).

Persino la rivoluzione per eccellenza – no, non quella cubana, né quella d’ottobre e nemmeno il ’68 – quella intoccabile, che si studia in tutti i libri di scuola e che tutti ricordano positivamente malgrado le sue ombre, malgrado nessuno l’abbia vista o vissuta, nemmeno Monicelli, ovvero la Rivoluzione Francese, neppure lei è riuscita ad evitare il paradosso: non solo quello di far trionfare la violenza, il terrore, l’irrazionalità, il pregiudizio e la pena di morte, ma anche quello di essere stato il miglior investimento di Napoleone, un nanetto stronzo che di lì a qualche anno fece ricordare a mezza Europa cosa fosse la guerra e l’imperialismo. Uno dei primi e migliori esempi di “esportazione della democrazia” in epoca moderna. Liberté, Égalité, Fraternité, ricordate? Poi, due secoli dopo, abbiamo capito che certe porcherie era meglio farle in casa degli altri.

Ma noi niente. La parola “rivoluzione” ci piace talmente tanto da ridurla ad una giostrina da cortile. E allora via ai cortei: la domenica in piazza è diventato il nostro sport nazionale, tra V-Day, No Cav, Popolo Viola, concerti, girotondi, petizioni, sfilate, cortei, sit-in, presidi e prove tecniche di occupazione, quasi a voler onorare un mito retorico, un ricamino d’obbligo internettiano o da celebrare davanti alle telecamere. Più che un movimento di massa tenace, motivato e consapevole, un riconciliarci con noi stessi ed il nostro ego: “ho fatto il mio dovere di scendere in piazza”. Sticazzi. V-Day, No Cav, Popolo Viola, concerti, girotondi, petizioni, sfilate, cortei, sit-in, presidi e prove tecniche di occupazione, ok, ma poi? Nulla: status quo imperante, corruzione dilagante, criminalità dominante, precarizzazioni, speculazioni e macelleria sociale, economica e fiscale come se piovesse. Le anime belle del nostro paese non facciano il broncetto se le loro rivoluzioni sono utili come scorregge, fatue come aria viziata, vissute alla stregua di uno slogan, di un disco rotto in heavy rotation, di un gadget dell’anima, anche quando si tocca il fondo dell’umana dignità durante trapassi storici anche piuttosto evidenti e decisivi. Il paradosso della rivoluzione pop è l’opposto di quello della rivoluzione maschia tout court: altro che sorci verdi, il popolo illuminato, il popolo guerriero, balla e canta, credendo di cambiare il mondo con i palloncini, i coriandoli e gli arcobaleni. Fortuna che c’è qualche genio che crede di farlo spaccando vetrine, facendo saltar in aria bancomat o sollevando estintori: loro, i veri duri, alle prese con prove di forza da ebeti. Immagini che mi rimandano all’infanzia, quando i truzzi più nerboruti si esibivano in cazzottoni mollati a pungiball nelle sagre di paese per dimostrare la propria virilità. Fighi di campagna che ora fanno i cassa integrati, evadono le tasse per campare e pippano cocaina.

I veri rivoluzionari sono quindi costretti a ragionare. Basta giochetti. Basta con le mascherine di Guy Fawkes. A New York hanno provato ad occupare la Borsa. Stessa cosa un po’ dappertutto in giro per il mondo. Noi a Milano l’abbiamo fatto da Versace. Ma se apre un nuovo Apple Store i tumulti sanno essere più tenaci. Non ce n’è per nessuno. Siamo invincibili solamente quando si tratta di iPhone o di rom da bruciacchiare, come se si trattasse di una nuova applicazione da scaricare gratis dall’App Store: l’iRom.
No. Dopo anni di fallimenti i veri rivoluzionari, pragmatici come dei terroristi, devono aver compreso che se di tanto in tanto i potenti vengono trucidati come maiali dalla folla, vedi Gheddafi, o appesi come prosciutti in piazza, vedi il Duce, è perché qualcun altro più forte di loro, un nemico, ha voluto che ciò accadesse. Il popolo come mezzo non come fine. Nel 99% non il liberatore ma al massimo il boia. Altrimenti c’è il piano B: il complotto. Ma in questo caso alla molestia sessuale (o al bunga bunga) non segue la rappresaglia, come avviene per gente come Strauss Kahn o Silvio Berlusconi. Due gentiluomini che non hanno fatto una fine cruenta, ma che, al contrario, è stata garantita una garbata uscita di scena. Do ut des: te ne vai fuori dai coglioni, in cambio mantieni i privilegi. E se hai un po’ di pazienza pure l’impunità.

Quindi i veri rivoluzionari devono lasciare da parte i metodi da Walt Disney e riuscire a trovare qualcuno che riesca ad esaudire i loro desideri. Qualcuno che possa avere degli interessi comuni. Se un giorno gli italiani si volessero liberare dai tecnocrati nazisti, chi più in alto di Monti, dei grandi potentati economici finanziari privati potrebbe dare loro una mano? Solamente l’Altissimo. E allora preghiamo. Invece Monti è stato più furbo di tutti. Lui l’ICI alla Chiesa Cattolica non la farà pagare. In questo modo ci ha fregati due volte. Ci manca quindi la lobby, il santo in paradiso che possa levarcelo dalle scatole. Nemmeno, che so, la P2, la P3, o la P4. Non resta altro che affidarci alle nostre mani, al nostro valore patriottico e convincere gli italiani che il nostro premier sia uno “zingaro di merda”, lui i suoi ministri, i burocrati dell’Europa Unita, e tutta l’orribonda progenie della casta, giusto per animare il popolo inferocito. Zingari di merda e non il prodotto del migliore dei mondi possibili. Allora sì che il popolo marcerà con gli occhi della tigre, come di fronte alla svendita dell’Ikea.

Mario Monti Morte

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