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29 novembre 2010. Monicelli vola fuori dalla finestra. 29 novembre 2011. Lucio Magri decide che: basta così. 29 novembre 2012. L’harakiri di Bertinotti? Può darsi, ma no grazie. Dopo anni di afflizioni, immolazioni e carneficine alla sinistra non servono ulteriori suicidi. Anche perché in questo caso non c’è rimasto nulla da uccidere. Tutt’al più si tratterebbe di vilipendio di cadavere. Ma se della sinistra non è rimasto più niente la colpa è soprattutto sua: un suicidio che non possiede né un’etica, né un’estetica. Un processo cominciato molto tempo fa ed ora simbolicamente rappresentato dal drammatico suicidio borghese di Lucio Magri.

29 novembre 2010. Monicelli vola fuori dalla finestra. 29 novembre 2011. Lucio Magri decide che: basta così. 29 novembre 2012. L’harakiri di Bertinotti? Può darsi, ma no grazie. Dopo anni di afflizioni, immolazioni e carneficine alla sinistra non servono ulteriori suicidi. Cerchiamo di persuadere i vari Diliberto, Ferrero e Vendola. Dopotutto auspicare anche la loro di dipartita si tratterebbe, questo sì, di vero e proprio “accanimento terapeutico”. Altro che la Englaro. Anzi, un vilependio di cadavere. Anche perché, nel caso della sinistra italiana, non c’è rimasto nulla da uccidere. Se ne facciano una ragione destroidi e neoliberisti turbocapitalisti: loro hanno già vinto la partita. Hanno avuto ciò che volevano: il mondo in mano alla cacca del demonio, mentre la sinistra è costretta a languire in fondo ad  un inferno freddo e plutonico, così avvilente e siderale che manco la penna horrorosa di Lovecraft riuscirebbe a descrivere.

Che Guevara skullInutile ripercorrere le tappe di una tale catabasi. La storia della sinistra di questo paese è una marcia forzata verso la rovina. Ciò che conta è il presente. Cioè il nulla. L’immobilismo di fronte a trapassi storici che cestineranno le questioni sociali, alla faccia della piazza paranoica, alla sinistra dei sindacati farsa, a quella vetero-simbolista, iperuranica e nostalgica, e a quella veltro-obamiana (per non dire dalemiana), che ora come ora si prende meriti poltici che non ha e scommette sulla bontà d’animo di cortesi tecnocrati per il solo fatto di aver dato un calcio in culo a Berlusconi (un nano al quale la sinistra ha dato più gloria che noia). Quegli stessi tecnocrati che la sinistra  contemporanea tratta con simpatia. Anzi, tra di loro vi è dell’empatia. Quello scambio sinergico di impalpabili fluidi tra individui della stessa specie. Poiché la sinistra di potere è da anni esterofila, internazionale, aderente alle governance finanziarie e speculative, quella della disgregazione delle sovranità nazionali e delle particolarità territoriali. Un disegno da ottenere a qualsiasi prezzo perché tale è il diktat di un leviatano e di un modello di sviluppo, di crescita, produzione e consumi, che non contempla null’altro se non la propria sostanziale ed inscalzabile egemonia.

Di fronte a tutto ciò la sinistra, quella critica e microscopica ma che ha ancora occhi per vedere, non può che deprimersi e subire un ultimo ed odioso paradosso: quello della sottrazione della propria anima e della propria militanza da parte dei nemici ideologici di sempre. Ora come ora gli attacchi al sistema capitalista e la tutela dei diritti sono passati in mano alla destra sociale e radicale, vale a dire ai, più o meno, (neo?)fascisti, riorganizzati, riaggiornati e di gran lunga più intraprendenti; o alle loro caricature, i leghisti, freschi dall’esclusione del governo, ora animati da un antico (e legittimo) sentimento antieuropeista; o ancora peggio, ai liberisti berlusconiani detronizzati (che liberisti e liberali non sono mai stati in quanto semplici vassalli di un re da poco decaduto), e che ora sparano merda su un sistema di governo continentale che vorrebbero, però, riformare, ovvero rinforzare, e non sostituire o destrutturare per motivazioni umane, democratiche ed ontologiche. Squali che usano l’esecutivo di Monti come pungiball con il quale sfogarsi e aumentare il consenso e la popolarità persi negli ultimi anni.

Eppure era stata la sinistra che aveva capito prima di tutti che la governance di un sistema potenzialmente globalizzato nelle mani dell’economia, e quindi dei privati, avrebbe portato, oltre che lacrime e sangue, ingiustizie e disastri, al collasso della democrazia e dell’economia stessa. Ora l’erede di quella sinistra sembra aver dimenticato questa battaglia (anche perché non ha i mezzi per poter reagire), malgrado il trapasso sia ora clamorosamente manifesto. La preoccupazione di questa sinistra è per lo più “estetica”: ovvero quella di salvaguardare la credibilità sociale e politica di un organo di partito con un valore puramente nominalistico all’interno di un palinsesto parlamentare (un paradosso dal momento che un parlamento, ora come ora, in Italia, non c’è o non conta più). In poche parole: conservare lo status di giocatore di Risiko, anche se marginale, puerile, di cui non conosce nemmeno più le regole del gioco, e che si adegua alle nuove senza prendersi la briga di apprenderle e contrastarle.

Il come si è arrivati a questo bisognerebbe chiederlo alla sinistra porno-socialista, alla sinistra gigiona bertinottiana, alla sinistra S.p.a di De Benedetti-Montezemolo-Draghi in Italia e Goldman Sachs-Fondo Monetario Internazionale-Bruxelles all’estero; a Prodi, a Ciampi, ad Amato, a D’Alema, a Padoa-Schioppa, a Letta, ad Andreatta, a Scognamiglio, a Dini, e per finire a Napolitano, il grande “iniziatore” (il primo comunista amico degli U.S.A e della Nato) e all’amico Mario Monti a “chiudere la pratica” (un cerchio che si chiude un po’ come la canzoncina del topolino comprato alla fiera dell’est). Dopo la sfilata di un simile bestiario non ci può essere che la tabula rasa. La steppa desertica battuta dal vento sopra la quale rotola un cespuglio. Le morti di Monicelli, cineasta impareggiabile e compagno duro e puro, e di Lucio Magri, fondatore del Manifesto, politico, senatore e militante della sinistra, ad un anno esatto di distanza l’una dall’altra come se obbedissero ad una simmetria del destino, divengono involontariamente simbolo di uno stato drammatico e pietoso di molti post comunisti, malgrado non si sia indugiati un secondo a farcire entrambi gli episodi di una retorica vecchia, anacronistica ed un poco stucchevole (dal superomismo nicciano all’eroismo antico) negando in realtà una lezione umana ben più drammatica: il confronto con la sofferenza, la consapevolezza della morte, la sconfitta contro il dolore. Ovvero i risvolti più tetri e violenti della condizione umana.

Baudrillard parlava del suicidio come dell’unico crimine perfetto. Palahniuk scrive che si tratta dell’ultimo atto dello schiavo. Secondo Pavese il suicidio non è più un agire ma un patire. Ad ogni modo le morti di Monicelli e Magri hanno sicuramente più a che vedere con la disperazione che con l’immolazione. Altro che “etica” o “estetica” del suicidio. Cosa che crea un amaro e sarcastico parallelo con la sinistra che questi due grandi individui hanno abbandonato per passare a miglior vita. Inoltre queste vicende sollevano senz’altro ulteriori quesiti alquanto scomodi, in special modo la dipartita di Magri, uomo di fascino, valore, spessore e indubbia lungimiranza, ma anche simbolo di un comunismo “aristocratico”, ribelle ma “arcadico”, borghese e vestito di cashmere, che, come ricorda Giovanni Fasanella (giornalista e scrittore della stessa area politica), «amava le donne ricche e i salotti della Roma bene». Il modo in cui se ne è andato farà sicuramente discutere ma fa soprattutto specie vedere come la sinistra, proprio lei, adotti come incofessabile esempio un uomo stanco della vita che può permettersi di pagare 5 mila euro una clinica in Svizzera affinché lo ammazzi (ma con gentilezza: l’etica e l’estetica di un perfetto suicidio borghese).
In quel caso i ricchi danno un “nobile addio, volontario ed assistito, alla vita”. Tutti gli altri poveracci invece, semplicemente, si suicidano.

Marx Coca Cola Communism

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