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Un vecchio tamarro, un rocker moribondo, un uomo solo con un impietoso ed involontario senso del ridicolo alla mercè di milioni di italiani dopo dieci e passa anni di decadimento creativo, plagi malriusciti, cover scampate all’aborto, album imbarazzanti, cattiva salute, polemiche ed impopolarità crescente: insomma la cronaca di un’epopea suicida. Ecco perché, dopo quest’ultimo epic fail, va concesso a Vasco Rossi l’impareggiabile lusso di sparire. Un operaio svenato dalla crisi è costretto a far fronte alla vita ed alla famiglia. Vasco Rossi no, può andarsene e chiamarsi fuori dai giochi. Saranno in molti a non rimpiangerlo. Sarebbe giunta anche l’ora. Ma lui è ancora in grado di riempire gli stadi? Anche Justin Bieber. Pure il Duce riempiva le piazze.

VASCO ROSSI: THE SOCIAL SUCKER
Perché essere favorevoli all’eutanasia del Blasco Nazionale.

di Alberto Bullado.

La notizia è già al corrente di tutti: a causa dei mal di pancia di Vasco Rossi Nonciclopedia, celebre parodia di Wikipedia, ha deciso, per protesta, di chiudere i battenti. Di qui le straripanti reazioni del web, gli articoli in tempo reale sui blog delle maggiori testate e la reazione di Vasco per mezzo dei suoi legali. Eccetera, eccetera, eccetera. Inutile ricostruire la vicenda già ampiamente descritta dalla cronaca. Il punto è comprendere l’enorme cappella di un artista allo sbando. Un uomo che negli ultimi anni, tra plagi malriusciti e cover scampate all’aborto, tra album imbarazzanti e cattiva salute, tra polemiche e impopolarità crescente, ha intrapreso un’epopea che ha un qualcosa di inevitabilmente tragico ed autodistruttivo. Per questo motivo trovo edificante spiegare perché occorre essere favorevoli all’eutanasia del Blasco Nazionale.

Diciamoci la verità, era da tempo che volevo scrivere un articolo del genere. E non credo di essere l’unico ad aver atteso Vasco Rossi al varco. Il grottesco disfacimento del Komandante stava passando per un nuovo repertorio musicale il cui massimo slancio lirico era espresso da onomotopee che molti fan dal cuore tenero e dalle strette vedute avevano volentieri scambiato per poesia. De gustibus, per carità. Poi i battibecchi con Ligabue e le frecciatine a distanza con Morgan (vedi anche il video di risposta di del Castoldi qui, allora l’antipatia e l’insofferenza verso il Blasco Nazionale mi hanno valso la simpatia dei due, che pure non amo). Controversie saporite e forse anche doverose dato l’encefalogramma piatto del nostro panorama musicale, tiranneggiato da un’ipocrisia annichilente, quella del “volemose bene”, mentre all’estero esplodono, com’è giusto che sia, faide di comunicati stampa e insulti dai live set. Infine Vasco decide di dire basta, di dimettersi come rock star. Dimettersi, proprio così, ha usato quella parola. Forse il suo era solamente un lavoro per guadagnare la pagnotta e non uno stile di vita che l’aveva più volte portato al limite del baratro. Probabilmente il Signore Onnipotente aveva ascoltato le preghiere di migliaia di italiani, facendosi beffa dei belati dei fan, ma il mio incauto ottimismo ignorava il fatto che Vasco, orfano di riflettori, demente e febbrile come un normale pensionato in crisi d’identità, si sarebbe reinventato bimbominkia di Facebook.

I clippini del Komandante erano diventati il vero tormentone dell’estate. Come un anziano (tamarro) che gioca a fare il moderno dopo aver scoperto, come l’ultimo pirla del pianeta, il social network per eccellenza. Lo abbiamo visto farneticare davanti all’impietosa telecamera del proprio Mac (sì Vasco usa un Mac come il sottoscritto e come milioni di altri coglioni) nel tragicomico auto-reality show, impudico e per certi versi pornografico nella restituzione sistematica di un uomo intento a demolire la propria immagine senza pudore alcuno. La domanda legittima era: perché? Chi te lo fa fare? Dev’essersi trattato di un uomo molto solo perché nessuno gli ha impedito di andare in onda davanti a milioni di italiani, nudo come un verme in tutta la sua grottesca ingenuità. Lo abbiamo visto in tutte le salse, imbolsito, invecchiato, in motorino, legato con lo scotch, scapigliato, ancora più imbolsito, completamente andato oppure in versione Elton John. A quale scopo non si sa, non lo sapremo mai. Forse per creare attorno a sé un nuovo personaggio di nome Jack, il folle Jack, un compiaciuto scopiazzamento di Jack Folla. Ma anche questa ennesima gaffe è in pieno stile Vasco Rossi. Poi scopro, visionando uno dei suoi clippini, di essersi definito un “social rocker”. “Social rocker”, proprio così, che pronuncia con trasporto e meraviglia, forse un po’ troppo rincoglionito dai farmaci, come se avesse visto la Madonna. “Eureka!”, avrà pensato, ignorando il fatto che Facebook e YouTube sono pieni fino ai capelli di clippini altrui. Fulvio Abbate, intellettuale, giornalista, scrittore, li gira da anni per la sua Teledurruti, un videoblog, o vlog, o tv monolocale, che esibisce con alterigia e sagace fantasia, intervallata sì da sprazzi di demenzialità, ma surreale consapevole e condita da tanta ma tanta autoironia. La stessa cosa non si può dire di Vasco che, Nonciclopedia a parte, ignorava inoltre di essere per la verità un social sucker, o social jocker che dir si voglia, per non dire pagliaccio, buffone, macchietta internettiana, un meme mentecatto come molti altri. Proprio come una Gemma del Sud, un Mino Franciosa, un Richard Benson qualunque. Ora Vasco vorrà far chiudere i battenti a Conaltrimezzi per ciò che è stato appena detto? Un motivo in più per mandarlo a fare in c**o.

Dicevo: clippini imbarazzanti, alle volte penosi, intrisi di un’involontaria comicità. Logico aspettarsi la parodia. Ma, tornando sul pezzzo, a Nonciclopedia questo non frega. Non è questo il vero motivo di dileggio. I clippini, il declino di una star, le sue polemiche, il ritiro, gli ultimi dieci anni di marcescenza. Niente di tutto questo. Vasco è un oggetto da dissacrare a prescindere, come qualsiasi voce dello scibile umano (proprio come su Wikipedia). Il social rocker inconsapevolmente ridicolo viene dopo, non è altro l’ultimo capitolo del web-romanzo satirico costruito sulla sua persona. Un romanzo, nel caso di Nonciclopedia, corale, globale, che non risparmia nessuno. Figuriamoci Vasco Rossi. Un laureato in Scienze della Comunicazione certe cose dovrebbe capirle oltre che comprendere l’assist mediatico offerto, con una certa ingenuità, proprio a Nonciclopedia (a cui va riconosciuta una certa furbizia): ecco quindi lo sciopero del sito che in questo modo sfrutta una platea mediatica impareggiabile salendo alla ribalta della cronaca. E questo a danno, naturalmente, dell’unico fesso di questa faccenda.

La verità è che l’unico aspetto democratico nel mondo della comunicazione è il fatto che spesso i vip possono pagare le conseguenze della propria ignoranza, del proprio cattivo gusto, delle proprie mosse false (ed al giorno d’oggi non esiste vendetta più cieca ed implacabile del web). Un aspetto che pure la politica ha dovuto apprendere e che a maggior ragione è da applicare al mondo dell’arte che sbaglia quando sceglie gli stessi metodi della burocrazia, inequivocabilmente grigia, innegabilmente ipocrita, immancabilmente puerile, per farsi giustizia. Roba da piccoli borghesi, da imperterriti coglioni, non da rock star. Perché la giustizia artistica non è quella dei tribunali.
Caro Vasco, il discorso è piuttosto semplice: Nonciclopedia ti sta sul cazzo, non ti è piaciuto il modo in cui ti hanno trattato? Facci una canzone o un clippino. Se vali, se hai veramente qualcosa da dire, saprai colpire, fare centro, demolire l’avversario, altrimenti meriterai il dileggio della platea, lo stesso che ora, tutto sommato, ti stai meritando. Insomma Vasco, una volta ci avresti sparato sopra. Sicuro di avere ancora cartucce? Forse è questo il punto. Forse aveva ragione Morgan. Il sucker di Zocca non ha più benzina. Chissà come ci si sente nell’essere Vasco Rossi. Chissà come ci si sente nel godere della solidarietà di uno che si chiama Daniele Capezzone. Come se non bastasse sapere di che pasta sono fatti la maggior parte dei suoi fan.

A rendere ancora più tetra ed emorragica l’immagine di Vasco sono i comunicati apparsi su Facebook e sul sito ufficiale che hanno un che di surreale (vedi qui e qui). “Non è stato Vasco a voler chiudere Nonciclopedia”: ma se non fosse stato per Vasco ed i suoi procedimenti penali Nonciclopedia sarebbe ancora online! La solita manfrina del censuratore che dice di non esserlo, una scoreggia a metà tra il delirio e l’ennesimo autogol. Non ci siamo proprio. «Certe cose un senso non ce l’ha» (sic!). Se è vero com’è vero che un artista lo si misura per l’arte che offre alla gente e per la qualità della comunicazione che fornisce al prossimo credo che non si sbagli affatto nel definire Vasco, almeno quello degli ultimi 10 anni, un artista scadente, oltre che un personaggio mediaticamente discutibile, chiassoso, invadente, onnipresente, arrogante, probabilmente inutile perché ha poco o nulla da dire ed il fatto che riempia gli stadi, in un’Italia del genere, è la conferma di quanto detto. E a nulla valgono le apologie nostalgiche: il Vasco di una volta non c’è più. Il Vasco di adesso fa schifo. È un social sucker per scelta e vocazione. Una tragica parvenza umana di quel rocker che fu, una larva che non riesce a tramontare: Nietzsche diceva di apprezzare gli uomini che sanno tramontare. Anche noi lo apprezzeremmo da Vasco. Forse è l’unica cosa che gli rimane di fare anziché affogare in un grottesco pantano fatto di oblio, farmaci e bassezze. Il succo del discorso è questo: lunga vita all’uomo, eutanasia al suo personaggio, il social sucker, il rocker moribondo, del quale sempre più persone sentono legittimamente di poter, o dover, fare a meno.

Un consiglio che giunge dal cuore. Caro Vasco, fai come Luttazzi: sparisci (tra le altre cose il comico, romagnolo come il rocker di Zocca, dopo aver eliminato il suo blog cancellando in questo modo le prove delle sue bassezze ed evitando il confronto e le polemiche, ha annunciato di trasferirsi su Twitter; il suo profilo, che ora conta 4300 follower e zero twitterate, z-e-r-o, è probabilmente l’unico, ultimo, vero colpo di genio di Luttazzi). Caro Vasco, cancella la tua presenza non solo dai palchi ma anche dal web. Fai perdere le tracce per non essere più perseguibile. Fuggi, datti alla macchia delle cliniche. Ci sarà sempre qualcuno a seguirti, a mostrare solidarietà, qualcuno che per una qualche ragione continuerà ad amarti ad oltranza: del resto è innegabile un certo fideismo da parte dei tuoi fan. Un po’ come Scientology. Un po’ come Berlusconi. A proposito: tutta questa faccenda del cazzo (chiamiamola con il suo nome) è stata accolta da alcuni media generalisti come un assist per la fantomatica legge anti-blog. Un motivo in più per biasimarti caro Blasco e per non rimpiangerti. Se il popolo ora vuole ammutinare il Komandante ci sarà un motivo. Giusto così.
Credo che non ci sia nient’altro d’aggiungere. Se non la banale considerazione che sono sempre i peggiori quelli che non se ne vanno.

Curiosità e approfondimenti:

A quanto pare non è la prima volta che Nonciclopedia finisce nei guai.

Scatta la gara di solidarietà su Facebook. Salviamo Nonciclopedia. Ma esistono anche pagine di questo tipo: Lasciate in pace Vasco o mi uccido e la conseguente Salviamo Aldo dal suicidio lasciando stare Vasco. Anche se non è finita qui: Lasciate in pace chi vuole che venga lasciato in pace Vasco o mi uccido (e così via).

Forse qualcuno se lo starà chiedendo, ma cosa c’era scritto di così tremendo nella pagina di Nonciclopedia su Vasco Rossi? Eccola, se non riuscite a visualizzarla provate qui.

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