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«Dicevano che mi avrebbero confermato una B».
Ero automunito, avevo il cane, un piccolo giardino. E persino un tagliaerba, anche se non esattamente di ultima generazione.
«Ma tua moglie è un cesso».
Fausto. Uno che delle graduatorie se ne fregava.
Casa sua era un buco di culo e come posto di lavoro si era sempre accontentato di quel suo impiego al cimitero. Un tipo divertente comunque. Prima di… sì insomma, morire, rimanere contagiato, sempre se ci volete vedere una differenza.
Fausto ed il suo modo di fare irritante. Mentre parlava aggrottava la fronte con fare beffardo.
«E quell’altra, come hai detto che si chiama…».
«Chi?»
«Quell’altra che ti scopi».
Quell’altra. Cioè Zoe. Che cazzo di nome è poi Zoe? Fausto aveva sospirato insofferente.
«Sì ci siamo capiti. Una troia fricchettona con il cervello in aceto. Neanche otto anni in meno di te».
Il limite minimo per il Bonus Vita stabilito dal Ministero della Salute era nove. Vai a capire perché.
Prima che succedesse tutto questo casino, per andare a racimolare un po’ di scopate sociali occorreva frequentare dei circoli. Zoe l’avevo conosciuta durante il corso di yoga del venerdì. Un posto facile per racimolare qualche borghese fedifrago. Zoe mi aveva subito inquadrato. Dopo esserci finito a letto avevo cominciato con il corso di cristalloterapia e di cucina vietnamita.
Una troia fricchettona con il cervello in aceto. Franco forse aveva ragione. Morta anche lei. O meglio, contagiata. Dio solo sa che fine ha fatto.

«La verità è che la vita è una merda. Per tutti, anche per te».
«Parla il custode del cimitero».
«Esatto». Fausto annuiva. «Il custode del cimitero. La differenza tra me e te è che io non faccio finta di essere quello che non sono. Non riempio il mio tempo libero di hobby scemi. Non do retta alla pubblicità. E non mi vesto come un fighetto del cazzo solo per farmi un nome di fronte agli Ispettori di Salute Pubblica».
«Sai che non c’è da scherzare su queste cose».
Accontentarsi di una C era solo un modo per adeguarsi alla mediocrità. Lo dicevano anche gli attivisti del partito. Perché non avere di meglio? E poi, al di là delle sovvenzioni dello Stato, era un attimo scivolare ancora più giù, beccarsi un’insufficienza, essere inseriti nel Programma di Riesame o, peggio ancora, di Recupero. Un’umiliazione che non avrei potuto sopportare.
«Non capisco. Sono stato in ferie in Cina. Sono andato a consegnare la documentazione». Il turismo, il cosmopolitismo: erano tutti discrimini validi per gli Ispettori di Salute Pubblica. Facevano salire il punteggio. «Ho mandato loro persino le foto dove io, Cristina e Domenico siamo sopra la Muraglia Cinese».
«Sticazzi» il sarcasmo di Fausto ora mi manca. «Tu e le tue piccolezze borghesi». Quelli del Ministero di Salute Pubblica. Se l’avessero sentito parlare in quel modo… povero Fausto. «Sei andato dai cagariso solo perché tuo cognato vive e lavora lì. Gli hai scroccato il soggiorno e hai volato in economy pigliando al volo un’offerta. Non avresti mai potuto racimolare un fottuto bonus solo perché hai barato sul domicilio e sul piano del grattacielo per atteggiarti da bauscia con quelli della Commissione».


Fausto aveva ragione. Ed era sufficientemente sensibile da non offendere i miei sentimenti dicendo la semplice verità. Che non ero riuscito a mantenere il tenore di vita della scorsa Dichiarazione dei Redditi Materiali, per via della mancata promozione, i debiti, i mutui in corso con il rialzo del tasso a causa delle rate non pagate. Figuriamoci per la Dichiarazione dei Redditi Esistenziali. E l’uso clandestino di psicofarmaci rilevati con l’esame del sangue. Aggiungici un’amante persino più racchia di mia moglie, anche se più giovane, ma non abbastanza per i legislatori mangiafiche lampadati del Parlamento. Quelle del Sud America, appena maggiorenni, o erano già occupate o volevano troppi soldi, dato che ne rimanevano sempre di meno.
A quei tempi, prima del contagio, o comunque del sabotaggio. Prima del colpo di stato del Partito della Vita, dell’irrigidimento dei Parametri. Prima dell’eutanasia popolare, dei tentativi di eugenetica. Prima di tutta quella merda, quando eravamo solamente dei borghesi e basta, persuasi dalla propaganda politica e commerciale, prima di mia moglie ed il suo esaurimento nervoso che aveva inciso sulla valutazione finale, prima che accadesse il disastro, avevo creduto in tutto questo. Nell’incremento di status, nell’accumulo di bonus, nei certificati delle visite ai musei d’arte moderna da presentare al Ministero di Salute Pubblica: documentazioni buone per attestare il proprio livello di cultura, soddisfazione, intrattenimento, spensieratezza.
Fausto aveva ragione. E per questo è morto prima di molti altri. Persone che avevano torto marcio. Come me. Almeno lui si è risparmiato questo inferno.
Morto, oddio, contagiato. Perché ora come ora è difficile trovare la differenza tra un uomo ed un cadavere. O capire qual è veramente il senso della vita e da cosa si misura il suo valore. Una volta significava spuntare delle caselle. Riempire moduli da consegnare per ricevere i bonus. Ora non ho più idea per che cosa valga la pena di vivere.
«Accetta di essere quello che sei. Prima ci riesci, prima sarai…» Fausto usava poco quella parola, per via della propaganda e della pubblicità che ci bombardava 24 ore su 24. «… felice».
Ci dicevano di sparare alla testa. Di farlo e basta senza badare a chi, o cosa avessimo di fronte. Un parente o un amico. Perché quelle cose non erano più loro.
Joshua. Il fratello di Zoe. Lui con i suoi rasta impiastricciati di sangue e cervella altrui che mi urlava nelle orecchie mentre guidavo la mia station wagon in riserva di carburante zigzagando per l’autostrada invasa di sporcizia, carcasse fumanti, cadaveri. O quelle cose semoventi che una volta erano stati parenti ed amici di qualcuno e che da un giorno all’altro si erano trasformati in esseri da colpire alla testa e basta. Joshua, il fratello di Zoe, attivista per non so quanti e quali movimenti di protesta. Lo stesso Joshua isterico che strillava in falsetto come una donna cercando di ricordare le preghiere da elevare a Dio. Joshua l’anarchico, il sovversivo, il bastian contrario che cominciava a reclamare l’intervento del Governo.
«Dove cazzo sono quelle fottute armi di distruzione di massa?»
Mica tutti erano equipaggiati per l’apocalisse e avevano il loro fucile da padre di famiglia in casa. E sparare alla testa di amici e parenti non del tutto morti poteva essere un problema dal momento che la polizia se l’era data a gambe e l’esercito non interveniva. Spariti tutti.
«Merda dove sono i missili?! Eh?… dove cazzo sono?» Joshua e io e la station wagon scassata senza benzina. E la voce di Joshua sempre più petulante e gente per strada che dovrebbe essere morta ma che invece non lo è. «Voglio le bombe! Voglio le bombe che cadono dal cielo su questo cazzo di posto di merda!!!».
Joshua il pacifista. Joshua l’antiperialista. Urlava, parlava, non stava mai zitto, tanto da avere sempre quella schifosa schiumetta agli angoli della bocca.
Lui sì che è morto. Questa volta lo so per certo.
Zoe, sua sorella, era fatta di tutt’altra pasta. Amava scherzare. Era una tipa più cinica. Accettava di scopare con me malgrado le motivazioni da borghese fedifrago, plagiato dalle nuove predisposizioni del Ministero di Salute Pubblica. Il Sesso Ludico era stato legiferato come valore sociale passibile di bonus.
Accettava di scopare con un borghese nevrotico, io che potevo essere qualsiasi altro, firmando il certificato di relazione. Zoe. Forse era lei che scopava me.
Diceva che con la classificazione degli status, l’imposizione dei tenori di vita, il potere convertito a tecnocrazia, avremmo dovuto immaginarci a cosa si andava incontro. La pensava come suo fratello ed i suoi amici della comune.
«Dare valore ad una vita. Classificarla» Zoe pallida. Il volto imperlato di sudore. «Che fine avremmo mai dovuto meritare se non questa?».
Io che non sapevo come sostenerla, toccarla. Lei, così sporca di sangue. La spalla massacrata dal morso di uno di quei parenti o amici di qualcuno da colpire alla testa e basta.
Mi aveva implorato di ucciderla e io non l’avevo fatto. Codardo come sempre. Pauroso e vile come un piccolo verme.
L’avevo lasciata lì, io, incapace di agire, di prendermi quell’ennesima responsabilità. L’avevo lasciata tramutarsi come quelle altre cose pornografiche così contrarie a qualsiasi ordine naturale. L’avevo lasciata trasformarsi in quei fantocci presi di mira da cow boys armati fino ai denti che si divertivano a sparare come in un tiro a segno, in un videogame, in un safari di periferia. Solo che reale. Solo che post apocalittico.
Zoe, prima che la lasciassi lì dov’era, me lo disse chiaro e tondo.
«Sei solo una merda».
Perché non avevo fatto quella cosa semplice, su cui tutti eravamo d’accordo. Uccidere chi non si meritava di vivere. Noi pedine della società del benessere.
Era cominciato da lì. I testamenti biologici. La sottoscrizione di nuove leggi. Le liste di prescrizione del tenore di vita, che divennero di proscrizione sociale. E poi i regolamenti dei decessi. Faceva tutto parte del sistema. Quella cosa che i più scettici chiamavano Tirannia della Felicità, Fascismo del Meglio. Fatto sta che poi il Partito della Vita, quello che prometteva a tutti tutto, che rendeva i sogni materia, con le sovvenzioni, i sussidi, le agevolazioni fiscali per chi si dimostrasse degno di essere un uomo felice, quel Partito che stravinceva le elezioni, decise di imporre gli status e le classificazioni. Quel sistema capillare di controllo in grado di valutare il livello di ciascuno al fine di mantenere alti gli standard, lontani dai parametri negativi.
A questo serve lo Stato, dicevano. Renderci tutti quanti felici, completi, esclusivi. A questo serve vivere. Ed ogni cosa era lì per ricordarcelo. Tv, scuole, università, propaganda. Mentre la gente ignorava che in questo modo dava al sistema la facoltà di decidere perché e come vivere. E decidere perché e come morire. Su questo il Partito parlava chiaro. Ma l’avevamo deciso noi, noi tutti, con i nostri voti. Prima ancora dell’ascesa al potere di quel Primo Ministro così tanto simile ad un messia.
E allora palestra, dieta bilanciata, una famiglia felice, una prole numerosa. C’era gente che studiava lingue che non avrebbe mai parlato, che leggeva libri che non avrebbe mai potuto capire, che comprava aggeggi tecnologici dei quali non se ne faceva niente. Comfort, status symbol, esistenze full optional.
Persone corredate di lussi. Oggetti che possedevamo e che ci possedevano ma che contribuivano a tenere saldo il sistema. Malgrado gli anatemi di chi si professasse contro e che, ad uno ad uno, smettevano di strillare. Scomparivano senza che nessuno si facesse troppe domande.
Del resto come si poteva essere contrari al Partito della Vita? Come si poteva non essere d’accordo con la perfezione?
«Vogliono solo limitare i danni».
Ruggero. Altra bella sagoma.
«Hanno ragione. Ci lasceranno marcire in questo inferno che hanno intenzione di arginare. Come dargli torto?»
Il classico uomo con le idee chiare. Diceva che l’errore più grave era stato quello di concedere a tutti le stesse possibilità.
«Un ossimoro. Il lusso è tale solo se per pochi. Ed il godimento è solo per quelli che fanno parte del club». Non so che lavoro facesse Ruggero prima di tutto questo casino. Ma la sua casa era una specie di bunker. «Il meglio deve andare ai migliori, c’è poco da fare. Cioè quelli più forti».
Ruggero diceva che questo era il vero concetto di aristocrazia. L’unico valido. Il più primitivo.
«Dio ci ha fatto dono di questa strana ecatombe. Abbiamo provato a sostituirci a Lui e Lui ci ha puniti».
Ruggero diceva che solo i deboli sarebbero rimasti ad aspettare l’intervento delle forze armate morendo di fame oppure attendendo di essere a loro volta contagiati.
«Solo chi riuscirà ad uscire da questa merda con le proprie gambe merita di vivere. Questa volta non ci salverà il conto in banca o l’abito di firma».
Quando lo diceva, Ruggero, con quella sua mascella squadrata e le braccia forti, mi guardava. Poi caricava il fucile e mi invitava a salire sul pick up.
«Vieni con me a fare il culo a quei fottuti terroristi?»
Il virus aveva cambiato tutto. Negli ospedali dove il Ministero somministrava l’eutanasia, gli uomini si risvegliavano come morti. Solo che, naturalmente, non lo erano. In pochi giorni si era scatenata una pandemia. Proprio come nei film. Il caos, la violenza ed un caprio espiatorio. O forse la verità.
Io avevo smesso di badare alla televisione. Quella che mi aveva persuaso di vivere come un algoritmo di possesso, accumulo e controllo. Francamente non mi importava più nulla. Gli ultimi messaggi a reti unificate prima del black out finale parlavano di un sabotaggio, di una pista terroristica, di quei nomi, di quelle facce che potevano essere chiunque. Tutte cose che mi avevano lasciato indifferente.
Ruggero diceva che ora come ora contava solo essere uomini. Avere le palle.
Voleva la testa dei terroristi. E ricevere la loro taglia. Da chi, come e quando erano ragioni secondarie. Lui avrebbe comunque fatto piazza pulita della vera feccia. I colpevoli di tutto questo casino.
Naturalmente Ruggero ed il suo pick up un giorno non erano più tornati.

Dicevano di stare uniti, di andare verso la costa. Senza più telecomunicazioni qualsiasi voce era buona. Con il passaparola ogni cazzata poteva diventare più grossa e anche più vera. Arriveranno delle barche. Oppure ci saranno delle barche. Da qualche parte si sarebbe andati. Naturalmente molta altra gente era partita. Automobile, più raramente aerei. Alcuni semplicemente a piedi, come negli antichi pellegrinaggi. Nessuno era più tornato indietro. Come Ruggero. E la cosa faceva pensare. Nessuno.
Molti tra i sopravvissuti che avevo trovato in giro mi avevano assicurato che presto sarebbe finita. All’estero si sarebbe saputo di questa tragedia e sarebbero arrivati i soccorsi. Anche se c’era da pensare il peggio. E se la cosa avesse riguardato tutto il mondo? Tutti gli esseri umani del pianeta? Lo dicevano i pessimisti, profeti della sventura in tutto e per tutto uguali a me, che si affidavano alla loro maledetta logica. Li incontravi per strada, assieme ad altri profughi. Se nessuno era venuto a darci una mano probabilmente era giunto il momento di iniziare a pensare ad una nuova vita, dicevano. Noi che eravamo nati, cresciuti e vissuti nella bambagia. Circondati di plastica. Assistiti da cose o persone. Come in un gigantesco allevamento avremmo potuto solo migliorarci, rincorrere il sogno di scalare il gradino successivo. E vivere il più a lungo possibile per goderci il paradiso in terra che ci eravamo edificati mattone su mattone, pubblicità su pubblicità.
Ma ora che non c’era più niente, era già molto saper accendere un fuoco.
La scienza aveva sconfitto il cancro. Gli effetti di malattie degenerative irreversibili venivano alleviati tanto che nessuna patologia era in grado di compromettere del tutto l’esistenza. Il progresso ci aveva resi quasi immortali. In molti riuscivano a varcare il secolo di vita. Cure, benessere, comfort: tutto era legato al proprio status. Ai settaggi dello Stato.
Loro, i profeti di sventura. Dicevano: «e se facesse tutto parte di un progetto?».
La presa graduale di un potere che facesse leva sulle nostre aspettative, sulle nostre speranze, sui nostri sogni, sui nostri consumi. Un sistema sempre più consolidato di cervelli, di routine e di burocrazia. Il tutto stipulato attraverso il sodalizio del benessere.
E quindi l’attuazione pratica. Innalzare il livello del tenore di vita. Mettere a disposizione i mezzi di godimento di massa elaborati dalla scienza. Vedere cosa succede e poi attuare le classificazioni.
Loro, i profeti di sventura, odiati da tutti perché dicevano quello che nessuno voleva sentire, non erano simpatici a nessuno. Dicevano che in questa penisola disastrata erano rimasti solo individui appartenenti alle fasce medio-basse. B e C. Gli A, il top della piramide sociale, comprese le forze dell’ordine, erano spariti. Poco prima del disastro, della fine della civiltà. Semplicemente, un giorno, ci lasciarono soli, in balia di tutto, come in un grosso scherzo di cattivo gusto. Immaginare dove fossero finiti, capire perché se n’erano andati senza dire niente a nessuno erano tutti discorsi che si erano imbastiti nei giorni precedenti, nelle prime settimane in seguito al disastro. Poi era diventato un argomento tabù.
Forse Ruggero aveva ragione. Il lusso è tale solo se per pochi. Il godimento è solo per quelli che fanno parte del club.
Nessuno aveva più voglia di parlarne. Tranne loro. I profeti di sventura. Corvacci frustrati dallo scempio.
«E se avessero deciso che il valore di una vita meritevole di essere vissuta si fosse tutto ad un tratto innalzato tanto da escludere la maggioranza della popolazione?».
Se fosse successa una cosa del genere? Una sorta di soluzione finale senza campi di concentramento, niente bollette del gas, solo discariche umane a cielo aperto ed un virus inoculato a migliaia di persone pronte a morire secondo l’imperio burocratico? Esseri umani che si erano trasformati in un qualcos’altro, pronti a riprendersi ciò che avevano perso a causa di una prassi sociopatica, antropologica, storica.
Se si fosse trattato di una vera e propria bastardata?
Nient’altro che caos e autodistruzione. Un cavernicolo teatro di selezione della specie, prima della morte per stenti. Ora che i supermarket non c’erano più.
Un provvedimento cinico, bestiale ma dannatamente risolutivo, fottutamente pragmatico, meravigliosamente economico. Touché.
C’era ancora qualcuno così sciocco da sprecare munizioni contro la logica di questi chiacchieroni.
Buoni proiettili per buoni cervelli. Il solito clichè.

La gente ora voleva dormire. Stava sdraiata tutto il giorno. Non si trattava solo di stanchezza. Dormire conveniva. Chi aveva la forza di alzarsi si trascinava fuori. Gente che non tornava più indietro.
Alla fine erano in tanti a non muoversi verso la costa, a rimanere lì dov’erano. A casa. O nei centri commerciali abbandonati. Non che si trattasse di una vera e propria scelta. Semplicemente la gente non partiva come affetta da una strana indolenza.
Ritrovarsi in un mondo diverso. Vivi e non più vivi. Dopo un po’ ci si isolava, sconsolati, ognuno per conto suo. Una solitudine che faceva male.
Gente che aveva deciso di non seguire le migrazioni di quelle persone fiduciosa e che parlavano di barche. Come ai tempi di Noé. Oppure non si pensava proprio a niente. Ognuno con se stesso e basta.
Mi biasimavo. E ripensavo a cos’ero.
Automunito. Laureato. Il cane. La casa con il giardino ed il tosaerba anche se non di ultima generazione. La station wagon con un buon chilometraggio alle spalle. Una famiglia. Un figlio. La moglie cornuta.
Uno stereotipo così edificante da riuscire avvilente.
C.
«Non possiamo darti di più» avevano detto quelli della Commissione.
E la cosa più sconfortante non è solo il pensiero rivolto a mia moglie, mio figlio, Zoe, il cane, tutti scomparsi chissà dove, oppure la vergogna di aver pensato che fine avrebbero fatto i miei soldi nel momento in cui la gente ha realizzato che quella poteva essere la volta buona, la fine del mondo. No. È questo continuo tarlo. Il rimpianto di non essere riuscito ad essere stato un uomo più felice, un individuo che non è riuscito ad avere il meglio. Quel tanto che bastasse per prendere una B o una A e non essere qui. Fare parte di quelli che ce l’hanno fatta. Quelli che sono spariti chissà dove.
Già. Merito il peggio.
Come quando il mercato di un prodotto che diviene saturo si converte in mercato di sostituzione. La baracca regge solo se lo si consuma presto e si passa ad altro.
In un mondo dove la vita era godimento, duraturo e garantito, chi non godeva veniva sostituito. C’erano parametri da garantire, limiti da rispettare. Altrimenti, beh…
A differenza di ora, ero una persona che ci teneva a vivere, un concorrente che faceva parte del gioco.
Sbagliavo?

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