Home

Racconto ispirato a qualcosa di vero. Naturalmente.

Gaijin (外人 gaijin) è una parola della lingua giapponese che significa letteralmente “persona esterna (al Giappone)”, cioè colui che non è nativo, non è del luogo. Con questo termine vengono indicati dai giapponesi gli stranieri: gaijin ha una connotazione un po’ più dura e talvolta velatamente razzista, rispetto al termine più neutro ed ufficiale gaikokujin (外国人 gaikokujin) che vuol dire appunto
“persona di una terra esterna (al Giappone)”, cioè straniera.

WIKIPEDIA

«I cani» dice «sono pessimi attori porno».
Un seminterrato dimenticato da Dio che vale diecimila chilometri e dodici ore di volo. È da quando sono qui che mangio cibo crudo. Circa una trentina di ore senza sonno nelle quali elaborare un nuovo termine che ridefinisca il concetto di acidità di stomaco.
Ulcera?
Lui è uno di quelli che portano l’unghia del mignolo più lunga del normale. Lunga ed appuntita. Una delle prime cose che ho notato fin dal primo drink in quel disgraziato bar-karaoke, il luogo del nostro incontro funestato da basi musicali tecno e dalle dote canore di giovani scolarette, sudate per l’esibizione.
Il mio capo mi aveva convocato nel pieno di un amplesso con una mia ex studentessa. Nel suo ufficio, seduto sulla sua poltrona in pelle, con alle spalle la gigantografia de L’origine du monde di Gustave Courbet, mi aveva avvertito di avere del lavoro. E che il giorno dopo avrei preso l’aereo per un lungo viaggio.
«Tutto spesato. Mi dispiace di averti interrotto sul più bello».
Tutta questa strada per finire in uno scantinato che sa di salnitro e olio fritto.
Il regista, un giapponese, dice che con i cani è una cosa triste. La sua faccia piatta e amorfa è solo un sostegno osseo per due occhi che nascondono di tutto. Mi fa che per questo è passato ad un altro genere di cose.
«Perché» dice «inutile nasconderlo. Con gli animali che sono cibo è tutta un’altra storia».
Il mio capo, seduto sulla sua poltrona di pelle, con alle spalle la vagina più famosa della storia dell’arte, mi aveva allungato un portfolio. «Roba forte».
Animali che sono cibo sulle pareti e sui monitor che affollano quest’angolo di immondo paradiso perverso.
Anguille, rospi, larve. Vermi, polpi, ramarri. Pesci, frattaglie, lombrichi.
Diecimila chilometri, dodici ore di volo per parlare d’affari. Non ero mai stato in Giappone.
Avevo passato la notte insonne a documentarmi. Mi capita spesso, prima di partire, di non chiudere occhio. La mia ex studentessa mi aveva lasciato più di qualche messaggio sul cellulare con la scheda italiana che avevo fatto finta di non leggere. Durante il tragitto verso l’aeroporto solo due cose mi avevano occupato la mente: l’arbre magique alla vaniglia del taxi e la destinazione di quel volo.
Odio i cinesi. Chissà se anche con i giapponesi avrei provato la stessa cosa.
«Cibo?» qualcosa alla mia destra attrae la mia attenzione. Qualcosa che finisco per guardare. Anzi, fissare intensamente. «Santoddio».
Il regista che mi guarda e mi chiede se c’è qualcosa che non va.
«Nulla» dico.
Un display, uno dei tanti della sala video, ritrae una vagina ricolma di uova di pesce che partorisce un proteo rosa su una vaschetta piena d’acqua mista a secrezioni.
Gli occhi del giapponese che vanno dal monitor ai miei. E ritornano sul monitor. Annuisce debolmente.
«Questo si chiama…» e pronuncia un termine giapponese vattelapesca.
Qui tutto ha un nome. Qualsiasi cosa è una categoria con una nomenclatura che anche il più assiduo consumatore di porno troverebbe inedita, insolita, complicata. Me n’ero accorto in volo, sfogliando il catalogo nascosto dentro la rivista di bordo.
A proposito. A chi me lo chiede sono solito rispondere che lavoro per una casa d’aste. Che è, grosso modo, una delle mie vere attività.
«Di solito la gente comincia con i capitoni» dice.
Comprensibile. Le modelle che leccano anguille e che se le strofinano a vicenda contro il corpo. Poi si passa a cose più spinte. Inserzioni vaginali, anali plurime. E poi è tutta un’escalation di clisteri di vermi, di divaricatori, di rettili, di orge fantasmagoriche tra donne e cose che si muovono sopra parti anatomiche indistinguibili, bagnate di strane bave.
Il giapponese mi indica un altro monitor: una scena con due ragazze che espongono le terga. Sembra che abbiano otto code.
Il regista dice che la differenza tra le anguille piccole e quelle grosse è che quelle grosse non puoi infilarne tante in una volta sola, però almeno non si muovono. Davanti a me le immagini da più angolature di donne e capitoni mi fanno sembrare una bestia con troppi occhi. Come una mosca.
Il mio capo, il suo ufficio, la gigantografia di una figa francese del XIX secolo, mi aveva detto che la gente per cui lavoro vuole questa roba.
«Rimandi fallici». Mi accorgo solamente un attimo dopo d’aver parlato. Così, senza farci caso. Come a giustificare ciò che vedo. Io e il mio fare da stupido occidentale. Intuisco lo sguardo del giapponese. E cerco di memorizzare ciò che qualche ora prima avevo studiato dallo studio di casa mia al comodo sedile in business class del volo verso Tokyo. «Shokushu goukan. Horror hentai», scandisco. Di certo avete presente questo nostro modo di fare. Accumulare parole che si pretende significhino qualcosa per dimostrarci idonei quando abbiamo il presentimento di non esserlo. Di certo avevo presente lo stato d’animo del giapponese. Simile a quello di un giapponese con la mano di un occidentale dentro le proprie mutande. Mi chiedo cos’avrei mai potuto pensare nei confronti di un turista tedesco con i bermuda chiari, agli Uffizi, intento a darmi lezioni sul Rinascimento, quando ancora lavoravo come guida turistica. Do ugualmente fiato alla bocca. «Penso anche a certe shunga del XIX secolo, all’arte erotica ukiyo-e» indico una donna che amoreggia con una piovra. «A Hokusai».
Il giapponese finge gentilmente di pensarci su. Poi dice che no, non crede si tratti di questo.
«In realtà lo facciamo senza pensarci molto, senza fare riferimento a cose o persone». Il giapponese riprende verso un’altra postazione di monitor affollata di riviste pornografiche e scatole di cibo istantaneo abbandonate ovunque. «In realtà lo facciamo perché ci piace. Perché è bello».
Modelle che si limonano con teste fasciate di calze di nylon contenenti rane. Corpi avvolti da cellophane e bisce. Bocche riempite di pesci rossi.
I video rivelano il segreto e cioè che durante le riprese gli animali sono vivi.
E poi vengono fatti a pezzi.
«La gente spesso vomita» dice. «Le modelle, lo staff. Alle volte l’odore diventa insopportabile e l’intero set sembra una fogna». Il giapponese per la prima volta da quando sono in questa specie di orrida spelonca di cemento fa una smorfia simile ad un sorriso. «È divertente».
Allora il regista mi conduce davanti al monitor delle piovre. Tentacoli che si confondono in un rapporto lesbico piuttosto viscido. Gli stacchi di montaggio ritraggono zoomate in dettaglio. In un fotogramma percepisco un clitoride intirizzito ritratto in trasparenza dietro una membrana gelatinosa.
«I polipi vanno forte». Il regista mi indica alcuni poster. «Sono duttili. Li puoi plasmare come vuoi».
No. Questa volta non ripeto il nome di Hokusai.
Però penso al mio capo che parla dei nostri clienti, di privati facoltosi, di galleristi. E del mio prossimo ingaggio.
Partire per il Giappone. Entrare in contatto con queste persone. Parlare d’affari, contrattare, stipulare accordi. Perché i nostri clienti si sono dimostrati interessati. Esigono canali preferenziali.
Il mio stomaco è un inferno che rivaleggia con qualsiasi scantinato giapponese colmo di zooerastia artistica. O quello che è.
Ma il succo del discorso è un altro. Film da due ore girati in teatri di posa sotterranei bianchi avorio. Servizi fotografici ad alta definizione in pellicola pregiata dal costo di migliaia di dollari. E poi oggettistica, libri, gadget, feticci. Roba di un certo livello. Il tutto gestito da un sito internet che conta migliaia di visite al giorno e migliaia di utenti registrati in tutto il mondo.
La gente per cui lavoro. Privati facoltosi. Galleristi.
È da un po’ che mi gira questa cosa per la testa.
Alla domanda il giapponese risponde imbarazzato. Capisco subito che è stato un errore.
Dice: «No, non è un business».
In Giappone è maleducazione non rispondere, anche a qualsiasi insinuazione per quanto inopportuna. E dall’impaccio tradito dal regista scopro di essermi spinto oltre. Di aver detto qualcosa di sbagliato.
Dice: «Il denaro non c’entra per niente».
L’ho offeso.
Cambio discorso. «E questi cosa sono?»
«Gechi». Sopra il volto di una ragazza. I dettagli che si fissano nelle intimità e nella bocca. «E questi sono rospi» quei cosi verdi e lucidi dentro le calze di un’altra modella. E sono fottutamente enormi. Il giapponese dice che se ci siedi sopra esplodono. La pelle esterna è fredda e viscida. Il contatto con le viscere è invece caldo. «Le modelle adorano sedersi sopra i rospi»
È chiaro che per nessuno di quelli che lavorano qui dentro ciò che fanno è un business.
«Questi invece sono grilli»
Cosetti neri dai tratti spezzati.
Il giapponese mi fa da guida come Virgilio con Dante. Mi mostra un caleidoscopio di immagini che arrivano al particolare anatomico più spinto. A ritrarre la viscosità delle mucose interne. A restituire il colore lucido degli incarnati tumidi e delle linee spezzate delle zampe, delle antenne e dei carapaci di esserini piccoli, ignobili, insignificanti.
Il mio capo. L’avevo conosciuto in ospedale. Insegnavo ad una delle sue figlie. Quel giorno prima di partire mi aveva detto che quelli del nostro ambiente volevano vederci più chiaro. Perché volevano quella roba che in Giappone non aveva un vero un proprio nome ma che ne aveva molti, come avevo scoperto qualche ora più tardi. Kasei, genten, kubishime, konki, genki. A seconda dei soggetti e delle discipline.
Il mio capo. Diceva che quelli del nostro ambiente la chiamavano “arte oltre-porno”, o “post-porno”. E la volevano.
Non mi rendevo ancora conto di come la nostra fosse solo un’abitudine. Quella di etichettare credendo di normalizzare. Quella di nominare con l’illusione di istituzionalizzare, scoprire, creare e quindi possedere e dominare un nuovo mondo, per quanto diverso e perverso dal nostro. Più che una cattiva abitudine un vizio.
Art seeker. Talent scout
. Prof d’arte amante del bello sotto i vent’anni. Il linguaggio è un fabbrica di eufemismi.
E allora do aria alla bocca.
«Certe forme di feticismo» dico «anche se estreme o alle volte inaccettabili, funzionano perché possono sublimarsi in arte». Il giapponese ascolta mentre parlo di soggetti ininfluenti e dell’importanza della presenza di un artista che dall’altra parte dell’obbiettivo sia in grado di restituire il tutto come se fosse arte. Opere che veicolano sensazioni di un certo tipo. Mi sovviene la mia ex studentessa allo specchio, nuda e magra, risistemarsi la chioma e ravvivarsi il rossetto. «Basta pensare a Nabokov o a Carrol…».
Il giapponese mi guarda per quello straniero che sono. Qui mi chiamano Gaijin. Qualcosa che significa più di “straniero”. In realtà il giapponese mi fissa in quel modo ogni qualvolta non mi limito a semplici domande.
«Credo di no». L’unghia del mignolo, lunga, unta ed appuntita. Non posso fare a meno di spiarla. «Ogni cosa qui è ciò che è, ed appare per ciò che vale». Dice che mi ringrazia per avergli dato indirettamente dell’artista, ma in realtà lui non lo è. Dice che molta gente confonde tutto ciò con l’arte perché trova certe opere tecnicamente impeccabili, perfette, ipertrofiche di particolari, forme ricercate, giochi di luce calibrati al millimetro. Dei piccoli capolavori, anche se dal soggetto estremamente controverso. «In Occidente confondete le cose e avete problemi di gusto, ma questo è solo un vostro problema e della vostra arte». Il giapponese scuote leggermente la testa e con indifferenza dice: «In realtà tutto questo è porno». Si guarda in giro con fare stranamente cinico. «Ti sembra di essere in un atelier?».
No. Non occorre che gli risponda. Se non altro per il caldo, l’umidità e questo sentore sgradevole e vagamente soffocante che sa di calzino sporco. Quest’aria pesante da metropolitana affollata. Da orario serale. Da linea che porta verso la periferia. In un umido giorno lavorativo d’autunno. La gente ammassata che odora di tutto. Sensazioni che credevo perdute, riemerse dal mio non troppo lontano passato di studente. Benzina che cola sopra le pareti corrose del mio stomaco invaso di succhi acidi che sono l’eiaculazione trattenuta della mia anima e della mia solitudine.
Anche queste sono deduzioni che tengo per me.
Ci sono posti in Giappone in cui puoi pranzare sul pavimento della metropolitana, con il cibo direttamente poggiato a terra. La gente sale sui mezzi pubblici con guanti e mascherine e si igienizza frequentemente le mani.
Qui dentro è come vivere in un mondo al contrario. Un seminterrato che sa di cose sporche. Una specie di fogna onirica che riproduce devianze sublimi ed autenticamente disturbanti, oltre che stilisticamente perfette. Nulla che a giudizio del giapponese possa comunque evadere dal porno e che possa essere frainteso come arte.
«Ora ti faccio vedere una cosa».
Un video di un sedere bellissimo in primo piano che espelle del latte. Il latte che stilla dallo sfintere anale e che cola direttamente nella bocca di una carpa stretta tra le mani di un’altra modella. La carpa naturalmente è viva. Ed è costretta a bere.
«Cosa ne pensi?».
La domanda mi spiazza. Normale, piccolo, dimesso non avrei mai sospettato che quel giapponese potesse mettermi alla prova.
Penso che è la prima volta in vita mia che rifletto sul fatto di non sapere realmente se i pesci bevono o meno. Dopodichè penso al mio capo, alla gente per cui lavoro, ai nostri clienti. Privati facoltosi, galleristi. Penso a come penserebbero loro. Gente di un certo livello che cerca di dipanarsi in un coagulo di manuali sfogliati all’università o nelle librerie di qualche salotto bene, nudi, con i genitali arrossati, indossando solamente delle mascherine veneziane. Gente di un certo livello che focalizzerebbe il soggetto con nonchalance ma con intimo disagio. Come quando si è davanti ad un’opera della quale non si riesce ad afferrarne il significato ma le dimensioni del labirinto che ci sta dietro.
La gente per cui lavoro. Privati facoltosi, galleristi.
Loro, proprio come me, avrebbero indifferentemente parlato di Bosch e di Lynch davanti ad un bicchiere di vino pregiato ed un culo che caga latte in bocca ad un pesce.
Qui in Giappone, in questo scantinato traboccante di follie, ho imparato a starmene zitto.
Nel display lo zoom ritrae la testa della carpa che beve e boccheggia e sbatte le branchie sempre più velocemente. Poi si ferma.
Il giapponese sembra che non respiri nemmeno. Ancora quella specie di sorriso.
«Ora è morta».
Il giapponese mi invita dentro un’altra sala.
Dice che si occupano anche di altri generi estremi. Tipo il soffocamento. Il giapponese mi accompagna davanti ad una serie di ritratti. Modelle cianotiche. Occhi piretici. Capillari iniettati di sangue.
«Il fascino consiste in questo caso nel contemplare il volto di una persona prossima alla morte». Le foto sono in successione. Il giapponese indica. «È una progressione. La modella è sempre più morta. Non so se mi capisci».
Annuisco.
«E questa» il giapponese all’altezza dell’ultimo ritratto «questa è la faccia più simile di una persona che sta per morire che un uomo potrebbe mai contemplare». Mi soffermo a fissare gli occhi della modella che sono due lucide biglie di sangue senza pupille.
Per un insondabile scherzo della mente mi ritrovo ad osservare quelli della mia ex studentessa roteare come durante quelle settimanali simulazioni di orgasmo a casa mia.
«Naturalmente la ragazza non è morta». Il giapponese prosegue oltre ed io lo seguo. «Usiamo corde di pelle di foca, o catene, o fili metallici». Sposta la sua attenzione sulla parete di destra. «Con lo spago da pesca si ottengono ottimi risultati». Foto di carni aggrovigliate di spaghi sottili. Salami umani. «L’importante è non far sanguinare mai». Il giapponese mi invita ad osservare attentamente. È vero. Non c’è mai sangue. Qualsiasi altro umore va bene. Ma il sangue no. In quelle foto di pelle livida, segnata, ma mai del tutto vilipesa e ferita ci vedo tanto della mia ex moglie.
«È una specie di comandamento». Il giapponese pare concentrarsi. La sua pronuncia è pessima. Inglese asiatico decisamente non tra i migliori. Tuttavia riesce a ritrovare il giusto vocabolo tra i meandri della propria memoria. «Si tratta di un dogma». L’acidità che frigge nel mio ventre è un’iperbole di sfrontata arroganza.
Ci spostiamo in una stanza piena di animali sviscerati.
Qui sì, sono costretto a trattenere qualcosa dentro lo stomaco. Il giapponese, il suo respiro quasi assente, non fa caso a me.
Il concetto di orgia ci sta troppo stretto. Stessa cosa per quanto riguarda quello di snuff movie.
Il teatro di posa. I separé candidi come neve di un ghiacciaio. I fari, le telecamere, i pannelli catarinfrangenti. Il pavimento è un mattatoio che trasuda uno smegma organico indefinibile. Nel mucchio qualche essere umano aveva scopato con cose che a stento avrei definito animali. E non mi riferisco alle bestie fatte a pezzi e lasciate suppurare lì sul pavimento.
Roba di un certo livello. I miei clienti, privati facoltosi, galleristi. Arte oltre-porno. L’ulcera e la mia ex moglie.
Forse è una logica conseguenza se in quel momento costringo il giapponese a parlare di soldi. Mi accorgo immediatamente della sua noia.
Affari. Per il giapponese tedio. Per il sottoscritto la ragione di questo viaggio. E la salvezza della mia ragione.
Ma non fraintendete. Non sono solo un cazzo di spacciatore d’arte di un certo livello. Una volta qualcuno mi avrebbe dato dell’intellettuale. Come la mia ex moglie. Come la mia ex studentessa.
Finisco per stringere in mano una stilografica pronta a danzare sopra un pacchetto di assegni.
«Solo una cosa» dico. In Giappone ti rispondono sempre.
«Sì?».
«Hai detto che hai cominciato con i cani».
«Sì».
«E che poi sei passato a questo genere di cose perché con gli animali che sono cibo è tutta un’altra storia».
«Sì».
Rospi, lombrichi, ramarri. Tritoni, larve, frattaglie. Tartarughe, gechi, salamandre.
Il mio sguardo che passa sopra foto, poster, video.
«Solo che questo non è cibo».
Un attimo di silenzio, io e lui, circondati dagli incubi di uno strano pornografo giapponese.
Una ragazza che lecca un ramarro decapitato. Un’altra che ha appena divorato il ventre di un rospo. Che lo sostiene per un zampa con i denti. Le stampe affisse sui muri mostrano modelle ricoperte di viscere ancora calde di chissà quale altra bestia.
Il giapponese. Ancora quella smorfia. Quella cosa che sembra un sorriso.
«Davvero lo credi?».
Faccia piatta e amorfa. Gli occhi che però nascondono di tutto.
In Giappone ti rispondono sempre.
«Tutto questo è cibo».
Firmo.
Mentre seguo il giapponese verso altri luoghi senza nome, rifletto che nulla di tutto ciò avrebbe un senso senza la morte. Non sarebbe più la stessa cosa. Le modelle soffocate, i volti viola: una simulazione. Altra cosa con gli animali, dove lì sì che puoi spingerti oltre. Dove puoi oltraggiare una forma di vita ritenuta inferiore. Anche quella una simulazione, dell’assassinio del tuo desiderio sessuale che rimane intatto ma ricoperto di merda viscida. Senza quegli animali morti come tanti porno antistress il gioco non varrebbe la candela.
Mi torna in mente il mio matrimonio.
E non riesco a fare a meno di pensare a cosa mi differenza veramente da tutto questo con il fatto di aver per anni insegnato storia dell’arte a ragazzi disabili, leucemici, terminali, in case di recupero e ospedali. Giovani senza speranze ai quali insegnavo che al mondo vi erano opere d’arte sublimi che non avrebbero mai potuto vedere prima di morire. Una di quelle ragazze era miracolosamente sopravvissuta. Ed era stata la causa del mio divorzio, oltre che della mia ulcera.
E mentre rifletto su tutto questo, su come l’uomo si riduca ad un simile feticcio, su come la sua fantasia si possa trasformare in mondo affollato di strane forme, fatto di foreste ombrose e di altrettanti feticci, e sul sangue e sulle frattaglie di bestie orribili, spalmate sopra i corpi di donne bellissime, mentre penso a tutto questo mi accorgo di essere già uscito da quel posto. Da quell’anticamera prima dell’abisso. Ma sono solamente precipitato in un nuovo inferno.
Da uno scantinato incrostato di salnitro dominato da sofisticate quanto avvilenti perversioni, ad un altro girone, fatto di hotel luminescenti, colorati, caramellosi, come tante casette di Hänsel e Gretel. Per le strade uomini e coppie sfilano e guardano donne discinte, vestite di costumi demenziali.
C’ero passato anche prima. Le vetrine, le luci, le puttane. I bar, strani esercizi commerciali provvisti di fumetti porno con bambini coperti di sudore, e strane rivendite di mutandine usate che puzzano.
Dicono che in questo paese si consumano meno rapporti sessuali rispetto a tutto il resto del mondo.
Il giapponese, sempre al mio fianco, accenna con il capo verso le casette di Hänsel e Gretel. Ancora quella specie di sorriso. «Altrimenti l’alternativa è scopare cartoni animati».
Mi chiedo quale possa essere l’origine di questa maledizione.
Una ragazzina vestita da chissà quale eroina dei fumetti ci aggancia, squittisce, sorride. Il regista si ferma, saluta, s’inchina. Immobile, come un’occidentale statua di sale, li guardo ammiccare verso la mia elegante persona. Mi sovviene una domanda. Ancora una, l’ultima.
«Tieni famiglia?».
Non so se realmente rivolta al mio Cicerone o alla sua prossima preda. Li vedo entrambi esitare dall’imbarazzo.
In Giappone rispondono sempre.
«No, non importa. Scusatemi».
Me ne vado. In un trip allucinato in salsa gastrica, stringo i denti e mi massaggio la pancia martirizzata dall’ulcera, pensando a mia figlia, a casa di sua madre, e a quella del mio capo, conosciuta in uno di quei deprimenti ospedali, miracolosamente guarita dal suo terribile male ed ora angelo della mia autostima.
Io e la mia lingua. Dannato Gaijin che non sono altro.
Per strada scorro la rubrica dei numeri telefonici sul cellulare. Prima di contattare il mio capo non so se chiamare sua figlia o la mia ex moglie.

Annunci

4 thoughts on “Gaijin – CAM#05: TRASH!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...