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A quanto sembra la “primavera democratica” è giunta anche da noi, partendo dal Medio Oriente e passando per la Spagna. Qui c’è da toccarsi i coglioni. Ma il popolo festante gode, gode, e ancora gode, senza guardare al di là del proprio naso, mentre la politica torna a fare capolino, come il miracolo di San Gennaro, alla faccia della vittoria popolare ad apartitica. Le solite facce dotate di natiche che grufolano come suini in quel porcile chiamato Parlamento, mentre il futuro è lì pronto a tirarci le solite brutte sorprese. Perché dopo la primavera viene l’estate, e poi l’autunno, e ancora l’inverno. Nel frattempo Pisapia muove i primi passi… Chi ben comincia è a metà dell’opera, dicono.

PRIMAVERA ARABA. L’avevano chiamata “primavera araba”, con il tipico trasporto del padrino libertario. L’occidentale medio, agli scontri armati, ai bombardamenti, alla visione dei massacri e delle rappresaglie, aveva sorriso come un padre bonario: loro ce la stanno facendo. A diventare come noi: dei democratici. Formiche pronte ad entrare a far parte del nostro fagocitante libero mercato, cioè a diventare pappa per i nostri affari, adottando la cultura ed i costumi di quell’emorragico “migliore dei mondi possibili”. Con le armi, si capisce, le nostre. E che cadono dal cielo dai bombardieri della libertà (ma solo quando e dove ci conviene). Ci si chiede quanto debba ancora durare questa “primavera” dal momento che l’estate è alle porte e che le immagini restituite dai media ci educano sul fatto che pare non esserci troppa trippa per gatti. Le repressioni stanno avendo la meglio, vedi la Libia e la Siria. La democrazia è distante, la pace è un miraggio, e i dittatori stanno ancora lì dove sono e giocano allegramente a scacchi davanti alle telecamere. Una “primavera araba”, un poco tardiva, con tutte le carte in regola per un’estate di bombe in pieno stile “arrivano i nostri!”. Poiché da bravi padrini della libertà, dobbiamo dare una mano a chi può averne bisogno. Altro che fiori e rondinelle. Ma a noi il sorriso da padri bonari non ce lo toglie nessuno. Nemmeno le vittime civili.

PRIMAVERA ITALIANA. Ora, in seguito ai tumulti spagnoli (e stiamo parlando della Spagna di Zapatero, mica di Francisco Franco), il termine “primavera” viene evocato anche qui da noi per battezzare la rinascita democratica che si sta respirando in Italia. Una stagione che ultimamente va di moda ma che, se si va a dare un’occhiata ai prodromi arabi (ma anche spagnoli), non suona di certo come un buon auspicio. Tuttavia, qui da noi, è iniziata la festa.
Tanto per essere chiari, qui non si tratta di fare gli uccellacci del malaugurio e nemmeno gli scettici micragnosi pronti a ridimensionare o svilire un risultato storico, bruciante e fosforescente com’è stato l’esito degli ultimi referenda, ma di gettare uno sguardo al presente, ed al futuro, smarcato dal facile ottimismo delle corte vedute, ma soprattutto da certe stucchevoli cascate di miele, come queste: clicca qui (tra le altre cose lunedì il blog del Fatto Quotidiano sembrava un mega party web di boy scout alle prese con la loro prima sbronza). Allora proviamo ad avanzare alcune considerazioni, a costo di passare per guastafeste.

POLITICA AL PREZZEMOLO. A cosa faccio riferimento? Prima di tutto alla politica che, com’era prevedibile, s’è messa in mezzo. Quella non si smentisce mai, ma proprio mai. La stessa che dopo aver martellato per giorni sul non schieramento e sulla natura squisitamente incolore, popolare e per nulla ideologica del referendum, ora torna a tuonare contro Berlusconi. Bersani e D’Alema, eccoli comparire con la loro proverbiale faccia tosta (un grazioso eufemismo) a rivendicare una vittoria che non appartiene a loro nemmeno di una briciola (così com’era già accaduto con Pisapia a Milano e De Magistris a Napoli). Loro, i due grandi esponenti della “sinistra pragmatica e statista”, quella delle più becere privatizzazioni, acqua compresa, quella del nucleare prima sì e poi no, quella dei poteri centrali economici europei, quella chierichetta di Mario Draghi, quella delle lobby editoriali e delle simpatie con i più grandi industriali del paese. Proprio loro che tornano ad appropriarsi di una vittoria della gente comune, com’era certo che fosse, sicuro più del miracolo di San Gennaro. E nel carrozzone gigioneggia anche un certo Casini, lui che il legittimo impedimento l’aveva creato. Referente, assieme a Fini e Rutelli, di un Terzo Polo nuclearista fino all’altro giorno e che ora zompa sopra il carro dei vincitori: è giunta l’ora che il governo se ne vada a casa. Incensamenti anche da parte di un Vendola, con la sua regione che c’ha l’acqua privata e con una raccolta differenziata più bassa della Campania. Quel Vendola verde ma rosso più che mai quando si tratta di convogliare il risultato referendario a spallata al governo. Un mondo sinistro, quello di una certa sinistra, che fino all’altro giorno anatemizzava contro il popolo bue, che ora, tutto ad un santifica.

IPOCRISIE E PARADOSSI. Quindi il ritratto di una politica a caccia di popolarità e che è costretta a smentire se stessa pur di rimanere nell’agone mediatico, per cercare di rimanere a galla in questa nuova e strana primavera della quale vorrebbe, in una qualche maniera, impossessarsene. Di certo un penoso paradosso, che però sembra funzionare, poiché la gente, quello stesso popolo di votanti, inebetito dalla sbornia democratica, talvolta sembra dare credito, attraverso certi comportamenti, alle sparate ridicole di un’opposizione raccogliticcia, messa assieme con lo sputo, forte dell’acme referendario e di un antiberlusconismo oramai viscerale ed allo stadio terminale, oltre che di un opportunismo al limite del ridicolo. In questo frangente viene fuori tutta la beata ed ingenua ipocrisia degli italiani (ci mettiamo in mezzo anche noi): quelli che “andate a votare, a prescindere dalla vostra scelta, ma andateci”. Uno slogan stra abusato e di facile presa, ma che in realtà sottintendeva un inganno sibillino. Mai e poi mai il “no” avrebbe potuto competere in termini percentuali con il fronte del “sì”. Il richiamo al voto, per certi versi più che legittimo, aveva lo scopo di dissuadere i votanti più controcorrente al fine di garantire un quorum che di fatto non avrebbe fatto altro che convalidare i 4 “sì”. Inutile raccontarci la storia dell’orso, poiché anche l’ultimo scemo del villaggio aveva capito che la questione politica era solamente incentrata sulla quantità degli italiani che questa imponente mobilitazione sarebbe riuscita a portare al voto (che qualche settimana prima lamentava la solita censura televisiva; una lagna peraltro poco credibile e non confermata dai fatti, dal momento che del referendum se n’è parlato molto, a prescindere da qualche passaggio mancato di un tg nazionale, come se da queste puerilità potesse o meno dipendere il destino di una nazione).

LAUTO PASTO. La mia sensazione è che dopo aver ottenuto un responso di massa, senza chiederci la natura del sentimento popolare e di riproduzione del consenso, senza verificare quanta consapevolezza, quanta preparazione e quali reali motivazioni hanno portato così tanti italiani al seggio, ci si è limitati alla festa ed agli sfottò, lasciandoci trasportare dall’onda emotiva, tramutando l’esito referendario in oro colato. Eppure queste cifre così straripanti avrebbero dovuto stimolare analisi un poco più profonde, oltre che renderci noto un dato di fatto oramai innegabile: la voglia della gente di rendersi responsabile, attraverso qualsiasi mezzo, del proprio destino e di rendersi protagonista della vita pubblica di questo paese. Un fatto sicuramente positivo, ma che manifesta allo stesso modo un atteggiamento che si fonda sull’esasperazione e che ci rende un’entità ricattabile e senza rappresentanze. Vi siete chiesti perché solo certi referenda riescono a prendere vita e non certi altri che porterebbero ancora più italiani al voto? Qualche esempio? Iniziative come “Parlamento Pulito” (lasciamo perdere che si tratti di un’iniziativa di Grillo) che costringerebbe la nostra politica a sottostare a regole di trasparenza e legalità minime, oltre che risparmiarci certi avvilenti querelle per mezzo stampa tra garantisti ed innocentisti. In questo modo si taglierebbe la testa al toro. Per non parlare dell’abolizione delle pensioni parlamentari e ministeriali, lautamente remunerative, anche a personalità in carica per mezza legislatura o addirittura qualche mese. Questioni non esattamente esiziali, ma ugualmente importanti e che darebbero un segnale di gran lunga più forte ed esplicito alla nostra classe dirigente. In questo caso assistiamo al silenzio imbarazzato della politica. Perché questi referenda non si fanno?

VITTORIA DEMOCRATICA? Ritornando agli scrutini del 12-13 giugno, si sarebbe dovuto parlare di una vera vittoria democratica se si fosse trattato di un vero e proprio scontro tra due fronti d’opinione. Cosa che non è stato dal momento che chi è andato a votare è andato quasi esclusivamente per il “sì”. Certe percentuali bulgare dovrebbero in realtà suggerire non solo quello che abbiamo appena detto, ma che la partita non era mai cominciata. I grandi referenda che hanno cambiato il corso della storia hanno avuto, sì, un gran successo di affluenza, ma si sono conclusi con percentuali diverse da quest’ultime, che hanno dato testimonianza dell’esistenza di un dibattito equilibrato. In questo caso non si è fatto altro che sancire una vittoria di quorum e quindi di quantità. A qualcuno questo basta e avanza per esultare.

SOGNO O REALTA’? L’impressione è che tra le celebrazioni della vittoria e la realtà dei fatti vi sia quindi una quantità inopportuna di retorica, anche al di fuori della strumentalizzazione politica, spesso autocelebrativa e di comodo. Una sorta di scollamento tra immaginario collettivo e status quo. La verità è che non si sta facendo che celebrare un gesto, tutto sommato, infinitesimale, quello di spendere 5 minuti della propria vita recandosi al seggio a votare. Nulla di così rivoluzionario. Certo, il raggiungimento del quorum è un risultato molto importante, ma se si andasse ad indagare un po’ più a fondo sulla natura di questo enorme consenso, ci si potrebbe accorgere anche di qualche sgradita sorpresa: adesioni superficiali, voti per fare un dispetto a chi sappiamo, disinformazione, conformismi di vario genere e tanta, ma tanta, confusione. Una realtà che fa a pugni con una certa indoratura che molti cittadini, complice una certa propaganda, si sono cuciti autonomamente addosso. Un sentimento dilazionato dai commenti che si possono anche leggere sul web: “ora mi sento meglio”, “sono fiero di me stesso”, “mi sono sentito parte di una cosa importante”, “che emozione, mi sono commosso nella cabina elettorale”. Le urne come un pellegrinaggio a Medjugorje. E avanti di questo passo. Dopotutto si è trattato di un voto, diciamoci la verità, poco capito e tradotto, con fare anche un po’ ingenuo, in una vera e propria missione morale e civile malgrado semplificazioni e banalizzazioni francamente poco accettabili. Tuttavia, alla fine della fiera, vittoria straripante o meno dei referenda, poco è cambiato nella nostra vita.

PENSIERO UNICO. Il sospetto è che si stia sottovalutando la pericolosità di un nuovo “pensiero unico” emergente, profondamente connesso, ancora una volta, ad un sistema democratico di tipo rappresentativo, e quindi partitocratrico, e quindi populista, a prescindere dalla natura dell’innesco. Cioè il successo vagamente minaccioso di un nuovo conformismo dorato, privo di una reale anima critica, ed al contrario soavemente adorante, autoindulgente, rasserenante e fortemente adesionista: perciò facile preda di qualsiasi strumentalizzazione politica o emotiva. Quale placebo più dissetante e pericoloso per un’Italia come quella che abbiamo sotto i piedi?

E ADESSO? Ora, all’indomani dell’orgasmo referendario, ci ritroviamo con più di un terzo dell’acqua pubblica sprecata (in certe regioni del sud le percentuali superano quelle dell’affluenza alle urne), con un impianto idrico nazionale obsoleto e da rifare, con un preventivo di circa 60 miliardi di euro, alla buona, e con una municipalizzazione invasa da quello stesso clientelismo mafioso che fino all’altro giorno aveva garantito sprechi, inefficienza e costi pornografici. E quindi che si fa? Ci pensa Berlusconi come per i rifiuti (poiché vale la pena ricordare ai festanti che alla guida del governo c’è ancora lui e non Pisapia; e se anche fosse…)? Nel frattempo continueremo a comperare energia, per esempio, dalla Francia. Quella stessa nazione più volte eletta come esempio virtuoso, anche, anzi, soprattutto, dalla sinistra. Un’energia che, guarda caso, viene prodotta da anni (e non solo da quando c’è Napoleone Sarkozy) da centrali nucleari, peraltro ad un tiro di schioppo dal nostro suolo democraticamente denuclearizzato. Inoltre rimaniamo sempre il solito paese energeticamente non autosufficiente e con i bilanci in nero. Altro che party referendario: qui c’è da fare gli scongiuri, tirarsi su le maniche e scervellarsi non poco per trovare una soluzione. Ed alla svelta anche. In una nazione che, a proposito di ecologia e politiche energetiche, non ha nemmeno la terza media (classe dirigente ma anche opinione pubblica).

4 STAGIONI. Per noi italiani, che siamo campioni mondiali di luoghi comuni, non dovrebbe essere difficile scoprire che, in realtà, una rondine non fa primavera. E se anche fosse, dopo la stagione del risveglio e degli aulenti afrori, torna l’estate, torrida e disinibita, in questo caso con la promessa riforma del fisco by Tremonti (il cosiddetto “fisco dell’estate”). In seguito tornerà l’autunno, uggioso e crepuscolare, tempo buono, che so, per un Federalismo Padano (prima o poi il governo dovrà dare questo il contentino altrimenti: kaputt). Ed infine, come ogni anno, il rigido inverno, con le cannibalizzazioni dell’Europa, i salassi di Bruxelles e l’esame dei bilanci da parte di burocrati, che stanno più in alto di tutti, e che, alla faccia della salute della nostra democrazia, non sono stati eletti da nessuno. Un inverno, insomma, nel quale farà ugualmente freddo anche senza (?) Berlusconi. Rammentate.

P.S: Primavera Pisapia. In Italia era cominciato tutto da qui. Le amministrative, il crollo del centrodestra e la vittoria inaspettata (ma solo dai meno informati) di Pisapia, assunto come simbolo del “cambiamento”. Ora contempliamo alcune nomine discutibili di quella che era stata salutata come un’illuminata task force. Lucia Castellano, direttrice del carcere di Bollate e, ancor prima, di quelli di Genova, Eboli e Alghero, è andato l’assessorato a Casa, Demanio e Lavori Pubblici. Cosa sarebbe successo a parti invertite se una giunta di destra avesse nominato una ex direttrice di carcere a decidere delle politiche abitative di una città come Milano? Pisapia, che dovrà affrontare brutte gatte da pelare, come il completamento di un Expo 2015 tutta asfalto e cemento, ha visto bene di cercare sostegno verso forze politiche molto meno di sinistra. Vedi Bruno Tabacci, vecchio leone democristiano, ora in forza all’Api (ve l’avevo detto che il Terzo Polo avrebbe battuto cassa) nominato al Bilancio, una carica così, di passaggio… Alla Cultura confermato Stefano Boeri, sotto la giunta Moratti-Formigoni, colui che aveva firmato il progetto sia dell’Expo che del Cerba, progetti tutt’altro che a misura d’uomo e tutt’altro che “green”. Poi ci sono i due Pierfranceschi: Pierfrancesco Majorino (Welfare e Salute) e Pierfrancesco Maran (Mobilità, Ambiente, Arredo Urbano), esponenti del PD. Chiudiamo in bellezza: Franco D’Alfonso, ex dirigente Fininvest e Mediaset, alle Attività produttive, al Commercio e al Turismo; Chiara Bisconti, manager della San Pellegrino (gruppo Nestlè) al Benessere e Sport. Che altro dire? Niente.

DIBATTITO SUL REFERENDUM: puntate precedenti

  1. Referendumfilia: democrazia diretta? No, qui c’è puzza di politica

  2. “Spero che la gente non voti. Questi referendum sono inutili”

  3. La notte di Marsiglia

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