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Referendum del 12-13 giugno. Evviva la democrazia popolare. Come no, e la politica dove la mettiamo? Gli schieramenti, la campagna di sensibilizzazione, i retrofront, i voltagabbana, i consigli elettorali, Berlusconi: tutto è qui per dirci che la faccenda puzza di Parlamento. Ognuno vada a votare, ma con la consapevolezza di oliare ancor di più gli ingranaggi della politica. In barba alle spiegge ed al meteo.

Il 12-13 giugno mi sgraverò da una persecuzione. Andrò a votare, come ho sempre fatto in tutti i referendum, con la sporca sensazione di non aver esattamente contribuito al bene della democrazia, ma di aver favorito un gioco politico. Dal mio punto di vista, chi crede che al contrario si tratti di un’occasione per rilanciare un metodo di consulta il più vicino possibile alla volontà dei cittadini in realtà non sbaglia del tutto. Tuttavia il referendum, oltre che essere un’arma spuntata contro certe egemonie ed un fiacco espediente di partecipazione popolare (spesso non si raggiunge il quorum), funge, come già è successo in passato, anche e forse più da test politico. E che il Parlamento affermi il contrario ne è l’esatta conferma.

Non si fa altro che dire: «Acqua, aria e legalità non sono né di destra né di centro né di sinistra» (Di Pietro). Sbagliato. Proprio perché si tratta di temi esiziali, la politica, in un paese come l’Italia, che si insinua praticamente ovunque, un po’ come la mafia, a maggior ragione intende appropriarsi anche di un simile scrutinio popolare. Inoltre tutti, credo, hanno presente l’attuale contesto politico: un governo che vacilla, una batosta elettorale fresca fresca, un referendum partito dal basso e sposato dall’opposizione, insomma, uno computo di voti che, come sempre, va al di là delle questioni messe in campo. Tant’è vero che ogni forza politica ci tiene a far sapere come la pensa. Altro che appello apolitico: ciascun esito dei 4 quesiti risponde a imperscrutabili calcoli partitocratici.
A volo d’uccello:

1 – ACQUA/1 (Scheda Rossa): abrogazione dell’articolo relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici;

2 – ACQUA/2 (Scheda Gialla): abrogazione della norma che consente al gestore di ottenere profitti sulla tariffa pari al 7% del capitale investito;

3 – NUCLEARE (Scheda Grigia): abolizione delle “nuove norme” che consentono la costruzione di nuove centrali;

4 – LEGGITTIMO IMPEDIMENTO (Scheda Verde): abrogazione della norma che prevede la possibilità per il premier e ministri di invocare il legittimo impedimento;

Colore Verde: Sì

Colore Rosso: No

Colore Blu: Libertà di scelta


Pd, Idv, Sel, Movimento 5 Stelle, Verdi:

1 – 2 – 3 – 4

Pdl, Fli:

1 – 2 – 3 – 4

Lega:

1 – 2 – 3 – 4

Api:

1 – 2 – 3 – 4

Udc:

1 – 2 – 3 – 4


Qualche considerazione. Prima di tutto l’opposizione dei due maggiori blocchi Pdl vs. Pd/Idv/Sel, cosa che la dice lunga sulla portata politica del referendum e sulla struttura degli schieramenti che combaciano con quelli più o meno nati o condizionati dalle ultime elezioni amministrative (Fli non si pronuncia più di tanto: la sua condotta è come al solito sotterranea ed ipocrita, vorrebbe la fine di Berlusconi ma non può dirsi a favore dei “sì” poiché fino all’altro giorno, prima di lasciare la maggioranza, si era detta favorevole ai “no”). In secondo luogo l’atteggiamento della Lega che si barcamena tra il “sì” e la “libertà di scelta”, prova del fatto che il legame con Berlusconi non è più quello di prima. Eppure il Cavaliere in questi giorni si era impegnato nel definire il referendum fazioso ed inutile. La “libertà di scelta” del Pdl sta infatti a significare: “andate al mare” (come disse Craxi nel ’91). Ergo: non votate. Poiché l’obbiettivo non è chiaramente quello di far vincere i “no”, ma di non far raggiungere il quorum.

Dopodichè c’è da sottolineare l’oramai proverbiale e pornografica faccia tosta del Pd, ma anche dell’Idv, che a suo tempo, luglio 2006, firmarono entrambi il ddl Lanzillotta che avanzava la proposta di privatizzare alcuni settori pubblici come l’acqua (hai capito Di Pietro…). Bersani ribadì le medesime posizioni a Carpi, nel 2008, e nel novembre 2010, vale a dire qualche mese fa, assieme a Franceschini ed altri colleghi di partito, cercò di depositare alla Camera un ddl che si chiamava “Disposizioni per il governo delle risorse idriche e la gestione del servizio idrico integrato” che prevedeva termini e condizioni contrarie con l’attuale posizione del Pd (vedi l’articolo 10 del disegno di legge chiamato, guarda caso, “tariffa sul servizio idrico integrato”, pensa un po’…). L’ipocrisia di Bersani è stata persino oggetto di un’invettiva di Grillo: «Dopo aver boicottato il referendum, non aver aderito alla raccolta firme e, soprattutto, aver spalancato le porte alle privatizzazioni dell’acqua e lottizzato società di servizi in mezza Italia, pensiamo alle varie Hera (Emilia-Romagna) e Iren (Torino-Genova-Emilia occidentale), ora cavalca il “SI” al referendum sull’acqua». È finita qui? No. Nel 2007 Bersani, allora Ministro dello Sviluppo Economico, firmò, in casa dall’allora presidente George W. Bush, con Samuel Wright Bodman, Ministro dell’Energia americano, l’accordo Italia-Usa, il Global Nuclear Energy Partnership, sulla futura costruzione di nuove centrali nucleari (vedere per credere). Ora il Pd sembra aver cambiato idea. Ancora una volta la prova della portata squallidamente politica di questo referendum.

C’è però da dire che i 4 quesiti posti dai referenda riescono a tirare in ballo problemi un po’ più seri rispetto, quantomeno, al solito tran tran. Cosa che la politica non fa, perché non vuole o non ci riesce. Ma è altrettanto vero che le vere questioni che condizionano in modo decisivo il destino dell’Italia, così come dell’Europa, (finanza, economia, lavoro, salari, tasse e tassi d’interesse, macropolitica e diplomazia estera) rimangono fuori dai palinsesti e soprattutto dalle urne. A noi non ci rimangono che le briciole, questioni pratiche, sì, ma pur sempre convertite dall’agone politico in sottili test e monitoraggi utili all’opportunismo dei soliti noti. Eppure il primo ed il secondo punto del referendum offrono non solo l’opportunità di dibattere attorno alla questione “privatizzazione dei beni comuni”, ma di considerare che gli acquedotti pubblici sono dei colabrodo, tra perdite e sprechi inauditi, e che la gestione statale si è finora rivelata insufficiente e scadente. Quindi come la mettiamo? Per quanto riguarda il nucleare non si fa altro che considerare l’esempio della Germania. E perché mai? L’abbandono dell’atomo era già previsto, altro che retrofront. Se il governo tedesco ha voluto ribadire una simile posizione è perché, date certe difficoltà, non ha voluto perdere l’occasione di sfruttare l’effetto Fukushima. Trattasi anche in questo caso di opportunismo politico fine a se stesso. La Merkel, che pure si era detta in passato favorevole al nucleare, proprio come Bersani, vuole rincorrere il recente successo elettorale dei Verdi. Ma la scelta di abbandonare l’atomo, che è più politica che economica, comporterà l’aumento di consumo di carbon fossile (la Germania dipende ancora molto da questa forma di energia, tanto che è alle volte costretta ad importare dalla Francia nuclearizzata) il quale prevederà un aumento delle immissioni e, probabilmente, delle tasse. Una scelta di vertice arbitraria, altro che referendum popolare: si è trattata di una decisione presa in una consulta che, tra le altre cose, comprendeva addirittura una rappresentanza della Chiesa. Alla faccia della tanto osannata democrazia diretta…

Ma ogni disquisizione sul referendum del 12-13 giugno è vana se non si prende in considerazione la questione del quorum. Affinché l’esito del voto venga convalidato c’è bisogno del fatidico 50% più uno: vale a dire 25.332.487 voti, cioè, come riporta il Fatto Quotidiano (che non fa mistero della portata politica di queste votazioni) i 900 mila che hanno votato per Pisapia, Fassino, Zedda e De Magistris moltiplicati per 27, ovvero: «Cinque volte i telespettatori che giovedì hanno visto Annozero. Ottantamila volte il numero dei deputati che sostiene la maggioranza di centrodestra. Altro che i trenta Responsabili, qui ci vuole mezza Italia che abbia voglia di democrazia. Delle 15 occasioni, negli ultimi 40 anni, in cui serviva che il 50 per cento più uno degli italiani andasse a votare ci si è riusciti solo otto. L’ultimo referendum ad aver raggiunto il quorum risale al 1995. Poi più nulla. E in ballo c’erano questioni importanti: dalla legge elettorale alla procreazione assistita, dall’articolo 18 all’abolizione dei rimborsi elettorali per i partiti». Ecco giustificato il forsennato passaparola sul web che, pure se in buona fede, contribuisce ad alimentare un gioco politico di cui sopra. Per non parlare del balletto dei soliti opinion leaders, tra i tanti Margherita Hack, “costretta” a fare una mezza retromarcia a proposito del nucleare (sbizzarritevi: 12345, la mia preferita rimane: le scorie nucleari lanciamole nello spazio).

Questo significa che faremmo tutti ad evitare le urne il 12-13 giugno? Per carità, non sto affatto dicendo questo. Andate tutti quanti a votare, dite comunque la vostra, ma in coscienza di dare pur sempre olio ai meccanismi di questa politica che molti cittadini che andranno a votare vorrebbero poter cambiare. Purtroppo da qui non se ne esce. Il referendum è l’ennesimo banco di prova, un po’ più indorato del solito, nel quale la politica ha la possibilità di trarre le proprie somme. Naturalmente scoccia, anzi, disgusta doverne parlare in questo modo, ma la realtà dei fatti ci costringe a metterla su questo piano, ad accettare di malavoglia di contribuire all’andazzo. E a far dipendere la “salute della nostra democrazia” dalle previsioni del tempo di un weekend vicino all’estate.

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