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Qual è la differenza tra obbligo accademico, gratitudine e feticismo? Quanto c’entra nella venerazione postuma di Pasolini un sentimento di compensazione? Perché tutto ad un tratto l’Italia si è trasformata in un gigantesco fan club del vate maledetto? Lui ne sarebbe felice?… Come l’elegia reiterata, la continua retrospettiva, l’estenuante citazione hanno al contrario avariato la salma di uno dei più grandi intellettuali italiani di sempre.

PASOLINI È MORTO: NON SE N’È ACCORTO NESSUNO?
P.P.P. non c’è più da 36 anni. Culto, nostalgia, timore reverenziale idolatria di massa: gli afrori emanati da un cadavere ingombrante

di Alberto Bullado


Parli di intellettuali e spunta lui. È ovvio. Lo assumi come riferimento, come pietra di paragone, perché, gira e rigira, di intellettuali del genere in Italia non ce ne sono stati molti. Pasolini è stato un poeta, uno scrittore, un cineasta, un critico, un agitatore culturale, un mediatore civile, un vate sociale: un caso più unico che raro. E poi l’autoconsapevolezza e la posa di chi è cosciente di essere tutto questo e, come tale, di esercitare un rilevante ascendente nell’ambito della cultura e della società. Ebbene, per anni ci siamo nutriti della lezione pasoliniana dilazionata forzatamente con l’intento di colmare il vuoto, innegabile, lasciato dalla sua perdita e nel frattempo con la volontà di esorcizzare un senso di colpa più intimo e profondo. La voce della coscienza sembra dover ammettere: “Pierpaolo, te lo dobbiamo, dopotutto. Sei morto. Il minimo che possiamo fare dopo averti ignorato è adorarti” ovvero l’estremo paradosso di elevare sull’altare del martirio un intellettuale che non c’è più poiché ostracizzato dal conformismo borghese e dall’ipocrisia dell’Italia del bifrontismo morale. Ma fino a quanto ci si può spingere nel debito di riconoscenza? E qual è il confine tra gratitudine, obbligo accademico e feticismo?
Il dubbio legittimo di avere a che fare ancora una volta con il luogo comune della “gloria postuma” per contrappasso e compensazione c’è ed è forte. L’impressione è quella di aver fatto un uso scorretto della memoria, riducendola ad una sorta di gogna intellettuale. Fare di Pasolini un simbolo nazionalpopolare ha significato volgarizzare la sua lezione in ogni salsa, senza contare le numerose strumentalizzazioni operate, ancora una volta rigorosamente post mortem, sulla sua persona. In questo modo Pasolini è stato ridotto a quello che fu Cicerone per la Letteratura Latina: uno spezzatino, un santino da antologizzare e da frammentare in aforismi beoti e decontestualizzati. Un corpus di frasi, stralci, florilegi, bignami striminziti capaci di dire di tutto ed il contrario di tutto annacquando una controversa vitalità con iniezioni di inzerbinati salamelecchi al sapore di apologia del marcio. Poiché tra le nostre varie colpe vi è anche quella di ridurre l’amore e lo studio di Pasolini nell’ambito dell’idolatria oscura, quasi a volerlo ritenere un vate maledetto e poco altro, uno spirito libero e in quanto tale indigesto, alienato, sofferente. Un affezionamento scomposto e scorretto, dal sapore sottilmente macabro se ci riferiamo, tra le altre cose, anche all’affascinante controversia che aleggia intorno alla sua morte. Un aspetto non affatto secondario se si considera l’assunzione di Pasolini da parte della cultura pop, il suo essere diventato un patrimonio collettivo di massa che vive anche di simili implicazioni.
Se da un punto di vista accademico e culturale si avverte la condanna ad un eterno necrologio, da un punto di vista sociale è avvenuta una sublimazione. Pasolini viene ora agitato come exemplum di un anticonformismo perduto. Tuttavia si tratta di un sentimento massificato, acefalo, responsabile di averlo volgarizzato ad una caricatura intellettuale, uno stereotipo che ha pervertito la nostra controcultura in un fangoso post-pasolinismo di etichetta. Un conformismo che, ci scommetterei, farebbe annaspare lo stesso Pier Paolo, orripilato dal pretestuoso manierismo che ora porta il suo nome. Da entrambe le prospettive sopra citate, che si tratti di agiografia, di una vuota ortodossia, piuttosto che del ritrito gusto dell’invettiva compiaciuta, si fornisce, tramite l’abuso di una lezione del passato, un pericoloso alibi intellettuale a chiunque voglia farne uso. Una divaricazione rispetto alla realtà da una parte, una facile deresponsabilizzazione dall’altra. Insomma, non serve a nulla fare i pappagalli, così come strapparsi i capelli dal rimpianto. Inoltre, questa sorta di stolida venerazione di Cassandra ha dilazionato le attuazioni del pensiero del friulano oltre il dovuto. Sarà capitato a chiunque di sentire dalla bocca di qualcuno un’esclamazione simile alla seguente: “Pasolini è unprofeta!”. Sbagliato. Pasolini era un profeta. Lo è stato negli anni ’60 e ’70 preannunciando e criticando ferocemente la società dei consumi degli anni ’80 e ’90, fino ad arrivare ai 2000 se proprio vogliamo. Ma se nel 2011 Pasolini continua a profetizzare, da cadavere, allora ci dev’essere un problema. Ed il problema non è certamente lui o la sua salma, ma noi, vivi e vegeti. Tutto ciò significa che siamo immobili e che non riusciamo a leggere il futuro perché il presente ci è estraneo. E continuerà ad esserlo anche reiterando ciò che andava dicendo Pasolini, venuto a mancare 36 anni fa.
In sostanza si tratta di denunciare l’usura impudica di una classe intellettuale composta da una serie di santini da ostentare, e quello di Pasolini non è altro che un esempio, il più emblematico e macroscopico. Il post-pasolinismo, così come altre correnti analoghe, è un carcinoma che ha attecchito un po’ ovunque, un abuso, più che un imitatio, e nel complesso un malcostume generalizzato dal quale faremo bene a liberarci. Perché se c’è un qualcosa di più odioso della nostalgia, peggio se ingiustificata, è l’uso scorretto e superficiale di una memoria. Come per molte altre cose l’Italia ha quindi tutto il diritto e anche il dovere di guardare avanti, piuttosto che di ciarlare inopportunamente rimirando l’aura oscura di un vate perduto anzitempo.
L’elegia reiterata, la continua retrospettiva, l’estenuante citazione hanno al contrario avariato la salma di uno dei più grandi intellettuali italiani di sempre, e come lui, quella di tanti altri. Una marcescenza colpevole di aver zittito ed intimorito un’iniziativa ed un’autonomia intellettuali fisiologiche che in tutti questi anni hanno latitato ed avuto difficoltà ad emergere anche a causa dell’invadenza di un’auctoritas sponsorizzata non esattamente da una florida intellighenzia ma da uno sterile fan club assieme ad un intellettualismo sprezzante ed antiquario. Ora è giunto il momento di farla finita. Poiché, come ho già detto, il sottoscritto è assolutamente certo che lo stesso Pasolini sia stato il primo a disgustarsi del proprio cadavere.


Conaltrimezzi #04: Intellettuali:

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