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L’America gongola e l’Europa si complimenta. Ma nello stesso tempo tituba. Giusto o sbagliato aver ammazzato Bin Laden? Ed altri ridicoli quesiti, quando invece si ignora che la morte del nostro arcinemico era inevitabile dal momento che concediamo agli Stati Uniti di fare quello che vogliono. Una nazione con una certa storia ed una certa cultura. Occhio per occhio, dente per dente. Noi prima ce ne laviamo le mani. E poi frignamo. Giusto, è stato un errore ammazzarlo. Meglio Guantanamo?

Ci si interroga sulla legittimità dell’omicidio di Osama Bin Laden dopo che quest’ultimo è stato ovviamente ammazzato. Fanno un certo che le lacrime di coccodrillo dell’Occidente. Ritardatarie e ipocrite come sempre. Abbiamo appeso Mussolini come un prosciutto, abbiamo impiccato Saddam come un salame, non muoviamo un dito per le migliaia di esecuzioni sommarie che avvengono ogni anno in Cina. Ora ci sentiamo a disagio perché gli americani, di cui siamo sodali, hanno fatto fuori Bin Laden. Complimenti.

Certo, sono del parere che sarebbe stato meglio prenderlo vivo, per interrogarlo e saperne di più oltre che per dimostrare, almeno per una volta, la tanto supposta superiorità morale della nostra civiltà rispetto a ciò che noi consideriamo il Male Assoluto. Eppure fino all’altro giorno eravamo tutti d’accordo sugli attacchi mirati. Insomma, su quelle bombe intelligenti, ma quelle intelligenti per davvero, da sganciare sulla testa dei cattivoni. Parole da guerrafondai moderati. Alla Di Pietro per intenderci. Quelli che a stento hanno il coraggio di pronunciare eufemismi come “operazioni di intelligence” (e che a malapena riescono a pronunciare pur senza avere la benché minima idea del loro significato). Come se bombardare a tappeto i promontori dell’Afghanistan, naturalmente al sicuro, da diecimila metri, oppure cercando di stanare i terroristi con il napalm fosse stata loro concessa la possibilità di arrendersi o di parlare. Tutto ciò ha molto di post-eroico, un modus operandi che dal punto di vista del “codice d’onore” (passatemi questo termine arci-desueto) risulta davvero un pasticcio. Ad ogni modo va detto, a scanso di equivoci, che la morte di Bin Laden non era né giusta, né sbagliata. Ma semplicemente inevitabile.

Oggi invece si prova un lieve rimorso per l’efferatezza con cui si è tolto di mezzo un’icona del male, della quale, diciamoci la verità, ci eravamo quasi “affezionati”. Naturalmente non dal punto di vista emotivo, ma la barba di Bin Laden ci era in qualche modo utile, anzi, utilissima, se non altro in nome di una certa cronaca, o se vogliamo, propaganda. Ora è venuto meno uno dei capisaldi della nostra cattiva coscienza che disorientata arriva persino ad interrogarsi sulla morte del proprio arcinemico. Poveretto lui. Assassini noi. Chapeau.
Filippo Facci, che è un giornalista antipatico a molti, ha stilato una lista intelligente di ragioni, in tutto sei, per cui era meglio non ammazzare il n°1 di Al Qaeda. Le condivido in larga parte. Considerazioni alla portata di tutti e che infatti sono in bocca a vari opinionisti così come alla gente comune, ma che non considerano un dato fondamentale: gli Stati Uniti d’America. E con questo ho detto tutto.

Non si può impedire ad un leone affamato e sanguinario di recalcitrare di fronte alla preda e ad una promessa di strage. Figuriamoci al cospetto di un boccone così succulento. Perché gli Stati Uniti sono quello che sono. Il loro esercito, il loro modo di gestire una guerra, la loro politica estera, arrembante, arrogante, spesso avventata e controproducente: l’America è questa, e lo è sempre stata. Da Kissinger ad Obama. Dal momento in cui si dà agli americani carta bianca nel procedere come meglio credono, come sempre abbiamo fatto, non c’è da aspettarsi altro. Queste sono le conseguenze. Ecco perché la morte di Bin Laden era inevitabile. Cosa mai avrebbe potuto fare un americano con un fucile in mano al cospetto dell’Anticristo? 

Inutile lamentarsi ora. È chiaro che il problema è a monte e cioè gli Stati Uniti che scorrazzano in giro per il mondo come cow boys, bombardando, ammazzando civili, finanziando guerre sporche, combinando una gran serie di casini che da Cuba al Medio Oriente gli si sono sempre ritorti contro. A questa strana superpotenza diamo il lusso di fare quello che vuole, malgrado gli interdetti dell’Onu, leggi internazionali, carte costituzionali, codici d’onore militari e dichiarazioni dei diritti umani. Eppure, come i media ci hanno edotto per anni ed anni, l’affaire Bin Laden e la lotta contro Al Qaeda non erano solamente una questione americana. Dopo New York c’era stata Londra, Madrid e Sharm el-Sheik. Non a caso si è parlato a lungo di “terrorismo globale”. Del resto contro Al Qaeda erano, e sono, impegnate le intelligence di mezzo mondo. E invece ecco gli americani che covano il colpaccio per mesi, in segreto. Poi una telefonata del grande capo. E via, si parte all’avventura. La frittata è fatta. Omicidio a telecamere spente. Occultamento di cadavere. E poi al mondo: «giustizia è fatta», senza nemmeno uno straccio di prova, attendendo magari complimenti, ringraziamenti e giubilo unanime. Che sono puntualmente arrivati, dai nostri supini, stolti e codardi capi di governo.
Ed ora anche il piagnisteo molle ed intellettualoide delle belle coscienze europee, che si arrovellano sul niente. Bin Laden è stato ucciso o giustiziato? Il nostro è un atto dovuto o una truce vendetta? È giusto o sbagliato ammazzare un nemico disarmato? Il capo di Al Qaeda costituiva davvero una minaccia per il mondo libero? Un po’ come dire: una moderna diatriba sul sesso degli angeli. Qui sembra che la gente abbia il prosciutto davanti agli occhi. Il punto è che il Presidente degli Stati Uniti si bea in mondovisione di averlo ammazzato quasi si fosse trattata di un’esecuzione condotta di suo pugno. Capite cosa voglio dire? Una rivendicazione di orgoglio. Inoltre stiamo parlando di una cultura che ammette la pena di morte e che applica sistematicamente la legge del taglione: occhio per occhio, dente per dente. Altro che legittima difesa, scontro a fuoco, possibilità di prenderlo vivo e piagnucolante da esibire come un trofeo. Prendere in considerazione simili evenienze significa non avere la benché minima idea di cosa sono gli Stati Uniti, la loro storia e loro cultura.

L’alternativa? Guantanamo? Abu Ghraib? Il trattamento stile Bradley Manning? Buon per Bin Laden essere stato freddato in quel modo. Poiché è anche opportuno contestualizzare il trattamento che prevedibilmente avrebbe ricevuto il n°1 di Al Qaeda. Per queste ragioni non trovo così utili certe diatribe che volteggiano in una sorta di orizzonte idealizzato, astratto, parlando di valori che non appartengono alle parti chiamate in causa. Nel frattempo, mentre fiorisce un tale dibattito, si produce un altro strano ed inspiegabile fenomeno: la riconoscenza nei confronti degli Stati Uniti. C’è chi parla di un ritorno d’immagine per una nazione che ha vissuto momenti migliori. Per non parlare della popolarità del proprio Presidente. Stiamo parlando di un evidente paradosso.

Gli Stati Uniti avrebbero fatto una bella figura se Bin Laden fosse stato trovato, catturato e/o ammazzato o processato il 12 settembre 2001 anziché il 2 maggio 2011. O meglio ancora il 10 settembre 2001… E invece no. Ci sono voluti dieci anni di ricerche, di sangue e di terrore. Ci sono volute due guerre, due nazioni distrutte, due popoli annientati, una marea di miliardi scialacquati in spese belliche, un numero incalcolabile di vittime civili, una devastazione irreparabile, la nascita di un crogiuolo di odio fanatico, altri attentati ed il sacrificio di molti nostri uomini per avere la vita di un uomo, uno solo, persino malaticcio, ritrovato nello stesso luogo che si era, peraltro, sempre sospettato: il Pakistan. Di fronte a tutto ciò non si capisce come gli Stati Uniti se ne possano uscire positivamente. Così come il loro Presidente, che non fa altro che replicare la solita retorica marmorea dei suoi predecessori, malgrado fosse stato eletto per ragioni contrarie, senza fornire all’umanità un briciolo di prova di quello che dovrebbe essere il “trionfo della nostra civiltà”, l’evento storico di maggior portata di questo ancor giovane millennio dopo, appunto, l’11 settembre 2001. È invece passato il concetto che noi tutti dovremmo credergli sulla parola, malgrado una versione dei fatti fumettistica, che magari corrisponde anche alla realtà, ma che ora come ora non è avvallata da prove e che è sommersa, è proprio il caso di dirlo, da dubbi. Domanda: è così che si dovrebbe comportare un valente leader politico al cospetto del proprio popolo e dei propri alleati? È questa la leale condotta che dovrebbe assumere Barak Obama in nome dei suoi compatrioti e dei parenti delle vittime che a questo punto chiedono verità?
Gli Stati Uniti e l’Occidente hanno davvero una strana idea di lealtà, giustizia, verità ed orgoglio.

Infine un’ultima riflessione. Achille quando ebbe la meglio su Ettore, ne fece scempio del cadavere. Lo legò al proprio carro trascinandoselo attorno alle mura di Troia per giorni, sotto lo sguardo addolorato degli assediati. Infine il condottiero dei greci, vinto da una pietas che è propria dell’eroe antico, restituisce le spoglie di Ettore alla famiglia. Roba d’altri tempi. In questo caso l’eroe in questione è Barak Obama, che vince il suo nemico dopo che questo ha reso gli Stati Uniti uno zimbello arrogante e sanguinario per dieci lunghi anni. Infine il Presidente proclama la propria vittoria senza che nessuno potesse constatarla. In questo caso la salma non riceve né una pietas eroica, né una normale e fisiologica ostensione mediatica. Per chi volesse è in fondo all’oceano in mezzo ai pesci. Persino il corpo del maledetto Catilina fu consegnato ai genitori dopo la battaglia di Fiesole. All’esecrabile Nerone fu addirittura eretta una tomba. Al giorno d’oggi si ammazzano figli, mogli e parenti dei propri nemici, come nel caso di Gheddafi e dello stesso Bin Laden. Quelli sì vengono mostrati come trofei.
Già, i tempi sono davvero cambiati.

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