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Un weekend dominato da un matrimonio regale e dalla beatificazione di un papa. Quando si dice la modernità… Nel 2011 monarchia e papato battono ancora chiodo malgrado tutto. Stiamo davvero vivendo in una sorta di Medioevo Postmoderno? C’è l’informazione globale che funge da narrazione agiografica, tra gossip e feticismo; ci sono le icone della società di massa elevate a medium emotivi; c’è un popolo bue pronto a rendere qualsiasi superstizione un business. Verrebbe da dire di sì, se non fosse che oggi vi è la consapevolezza di avere a che fare con una piacevole evasione. E di essere tutto sommato presi per il culo da un’informazione nella quale vale più il non detto che lo stradetto. Nel frattempo hanno pure ammazzato Bin Laden…

Uno potrebbe anche dire: “esticazzi” e ne avrebbe ben donde. Fatto sta che nel giro di tre giorni Royal Wedding e beatificazione di Giovanni Paolo II hanno calamitato l’attenzione di mezzo mondo. Folle oceaniche per le strade, dirette televisive, canali unificati. Di fronte a tutto ciò si potrebbe ostentare indifferenza o insofferenza, ma si perderebbe l’occasione di riflettere a proposito della natura di simili stream mediatici. Perché non è normale contemplare le immagini di un matrimonio anche quando non vi sia la volontà di sintonizzarsi appositamente dal televisore di casa. È successo al sottoscritto: YouTube proponeva nella propria home di seguire l’evento in streaming. Uscendo di casa ho dovuto prendere atto del fatidico “sì” nei bar del mio paese. Per non parlare della diretta dal parrucchiere o in qualsiasi altro esercizio commerciale… Passeggiare per la strada aveva significato sfilare accanto a vetrine che rimbalzavano gli schermi di piccoli televisori tutti sintonizzati nel medesimo evento. Per non parlare delle chiacchiere per i marciapiedi. A qualcuno sono arrivate persino delle mail che pubblicizzavano il matrimonio di William & Kate. L’ente mediatico che ci insegue e ci perseguita. Quando Maometto non va alla montagna… Domenica 1 maggio uguale. Questa volta è il Vaticano ad essere teatro di un’immane celebrazione. L’investitura di un nuovo papa? No. La beatificazione (ripeto: la beatificazione, neanche la santificazione) del precedente. Rai monopolizzata. Mediaset pure. Persino La7 trasmetteva una sorta di fiction, nell’ora di pranzo, inerente alla figura di papa Wojtyla. Insomma, l’impressione era quella dell’accerchiamento: non c’era scampo da Piazza San Pietro. Ma soprattutto non c’è scampo dell’ingerenza dei media.

Eppure corre l’anno 2011. E stiamo parlando di monarchia e papato, ordinamenti pronti a battere ancora chiodo. Come? Grazie a muscolose ed onnipresenti maestranze mediatiche tipiche di un postmoderno imperniato in un ideale di informazione globalizzata. Un controsenso? Anzi, un anacronismo? Forse. Fatto sta che occorre farsene una ragione. Abbiamo a che fare con lasciti del passato che la modernità non è riuscita a cancellare. Tracce di un ancien régime che un mondo drogato di progresso e futuro come il nostro non è riuscito a fare a meno. La popolarità di simili istituzioni è un dato di fatto innegabile che si riscontra nell’oceanica popolarità di cui ancora godono queste antiche istituzioni, capaci di ergersi con statuaria monumentalità, e nel contempo con irriverenza pop-kitsch, dai forsennati gorghi mediatici. Eppure noi tutti sappiamo di come il mondo della comunicazione viaggi al giorno d’oggi a ritmi forsennati. Agenzie di stampa istantanee, il celere ricambio di notizie di cronaca da tutto il mondo, le mitragliate dell’Ansa pronte a restituirci un mosaico di informazioni ad una velocità impressionante. E invece no. Ci sono dei momenti in cui tutto si ferma. È anche questo il potere dei media: quello di dilatare arbitrariamente il tempo. Improvvisamente non v’è nulla da sapere al mondo se non ciò che succede nella basilica di Westminster o nel cuore del Soglio di Pietro. Perché?
Si potrebbe parlare delle (il)logiche conseguenze di un bizzarro medioevo postmoderno, di rigurgiti retrivi, o quantomeno tradizionalisti, della nostra società. O di reminescenze romantiche e fiabesche, nel caso del Royal Wedding, e di legittime manifestazioni d’affetto e di fede, per quanto riguarda Papa Giovanni Paolo II. Oppure si potrebbe anche parlare di disinformazione (su questo ci torno tra un po’).

Ad ogni modo c’è da constatare l’atteggiamento ondivago della società di massa, che dopo secoli sembra conservare specifici tic comportamentali: essa subisce di continuo la malia delle grandi autorità, a metà tra il sogno e l’identificazione, fasti del potere e affetto mediatico, quando non proprio venerazione o culto feticista. Fenomeni che persistono malgrado un periodo di forte scollamento tra “volgo” e “potere”. Tirando le somme, nonostante il popolo sia sempre pronto nel denunciare sprechi e malcostumi di chi sta sopra di lui, con la solita ed inconcludente isteria, quando arriva il momento della celebrazione, è ben lieto di abbandonarsi al rito collettivo, tra gossip e venerazione, curiosità ed ossequio. Un bisogno che prende il nome di evasione globale: un contentino utile a soddisfare l’appetito emotivo collettivo. In questo senso i media fungono da catalizzatori di una certa mitologia postmoderna, che coinvolge non solo autorità secolari o spirituali, ma anche qualsiasi altra grande personalità della società di massa (dalla rock star allo sportivo passando per i divi di Hollywood).

Eppure, nei casi specifici, gli aspetti per mettere in ombra cotanto giubilo ci sarebbero tutti. L’Inghilterra naviga in cattive acque. La conseguenze della crisi economica si fanno maggiormente sentire rispetto a tanti altri paesi europei. Tasse, disoccupazione, costo del lavoro sul lastrico. Ciononostante nulla impedisce al popolo inglese di celebrare un matrimonio costato, anche di tasca loro, milioni di sterline, mentre le dirette tv, accompagnate dai commenti di postillatori simili ad automi, di fronte a sfarzosità che nessuna working o middle class potrebbe mai ambire, sono pronti a rimarcare ogni tre per due la “sobrietà”, la “semplicità” e la classe della prima principessa “borghese” e “low budget” della monarchia inglese.
Se invece vogliamo parlare degli aspetti più controversi del pontificato di papa Wojtyla si rischierebbe di far notte. Tuttavia conviene mantenerci su un rassicurante qualunquismo, per esempio riportando le esemplificative parole di Maureen Dowd che dalle colonne del New York Times tiene a ribadire il carattere conservatore ed oscurantista di Giovanni Paolo II che da una parte ha insabbiato lo scandalo della pedofilia nella Chiesa per proteggere alcuni dei prelati coinvolti, dall’altra si è accanito su posizioni antimoderniste a proposito di contraccezione, lotta contro l’Aids, celibato dei preti, sacerdozio femminile, divorzio, nuove nozze e unioni tra omosessuali.
«[Non bastano] gli occhi allegri e la fermezza temprata dalle battaglie contro nazismo e comunismo, o l´appeal di un ex attore e di un ex operaio, di un cardinale sciatore e un poeta alpinista» a cancellare «la macchia indelebile di uno scandalo sessuale globale che non smette di ribollire neanche in questi giorni di Pasqua». Per la l’editorialista americana la beatificazione di Giovanni Paolo non sarà altro che «uno show due giorni dopo il matrimonio di Kate e William» in cui Benedetto XVI, altro pezzo da novanta di un certo atteggiamento oscurantista della Chiesa, «otterrà un boom mediatico facendo rivivere la magia di Giovanni Paolo, motivo per cui ha accelerato il processo». Peccato che la beatificazione di papa Wojtyla sarebbe incompatibile con «la sua incapacità di allontanare i pedofili voltando lo sguardo dall´altra parte per molti anni».

In questo vi è tutto il rapporto tra Vaticano e villaggio globale: un papa mediatico ed un suo successore, intelligente e risoluto, pronto a giocarsi l’icona del predecessore dilazionandone l’aura mediatica mediante un processo di “sponsorizzazione” post mortem. Personalmente credo che di Benedetto XVI vadano rimarcati molti altri aspetti, così come va detto che di papa Wojtyla occorre ricordare non solo la sua enorme valenza politica e spirituale negli anni della Guerra Fredda, ma anche il suo aspetto manageriale a proposito delle politiche della Chiesa.
Per esempio pochi ricordano l’aspetto “riformista” per proprio pontificato, così come il suo raffinato intuito agiografico. Un esempio: nel ’83 egli rivide il ruolo dell’Advocatus Diaboli, l’avvocato del diavolo, una figura incaricata dalla Chiesa Cattolica Romana di apportare argomenti che mettano in discussione le virtù e i miracoli dei candidati alla canonizzazione durante il processo d’indagine. Le conseguenze? Numero di processi di canonizzazione cresciuti esponenzialmente. Durante il solo pontificato di papa Wojtyla 500 nuovi santi e più di 1300 beatificazioni. Un vero e proprio boom… Se si considera che molte delle nuove canonizzazioni coinvolgono realtà del terzo mondo, cioè le nuove frontiere della fede, su tutte Asia ed America Latina, ci si accorge di come Giovanni Paolo II abbia garantito alla Chiesa, anzi, al futuro della fede, cosa assai più importante, come minimo un altro secolo abbondante di vita. Mi chiedo perché questo la gente non l’abbia capito e si soffermi troppo e solamente sulla compassionevole tenerezza mediatica, a quanto pare pure taumaturgica, di uno dei papi-statisti più grandi dell’epoca moderna.
Quanto all’arma in mano alla monarchia per accattivarsi la simpatia del popolo è presto detto: vi sono le maioliche dei Windsor, le sbronze di Harry, i tagli (inutili) alle spese (inutili) della Regina (che rimane comunque la pensionata più ricca d’Inghilterra) e gli abitini low cost di una futura reginetta borghese, simpatica, carina e tutta sorrisi.
Sacro e profano. Miracoli e gossip. Fede e feticismo.

Ma se da una parte vi è l’evasione ricercata e premiata dalla società di massa, dall’altra vi è anche la volontà di un’egemonia mediatica di propinare l’ora di ricreazione mondiale occupandosi di facezie. In questo modo si cerca di colpire un bersaglio sensibile: l’opinione pubblica della classe media. Da un lato perpetuare l’identificazione con le icone della società di massa, dall’altro distrarla da ciò che avviene altrove. Proprio così: nell’epoca dell’informazione globale, onnipresente ed ipertrofica, vale molto di più il “non detto”, e cioè ciò che passa inosservato mentre gli occhi guardano da un’altra parte, che lo “stradetto”. In questo senso appare persino comica la notizia dell’uccisione di Osama Bin Laden, fulminea ed inaspettata, all’indomani di un weekend dominato da un’overdose di evasione. Eppure viviamo tempi turbolenti. Basti pensare a ciò che sta avvenendo in Mediterraneo ed in Medio Oriente (vale la pena ricordare che pochi giorni fa si è commemorata la liberazione di questo nostro paese bombardando una nazione straniera), per non dire dell’Estremo Oriente, tra Cina, un Drago (mica tanto) dormiente, e Giappone, teatro di un’immane tragedia. E poi ancora i mercati internazionali, con le loro bizzarrie in grado di determinare il futuro di generazioni, e le direttive europee sull’economia che stanno scannando le singole sovranità nazionali alla stregua di un vero e proprio colpo di stato. Minacce, trapassi, cambiamenti epocali ai quali, in queste ultimi tempi, tra anniversari dell’Unità d’Italia e 25 aprile abbiamo saputo replicare con la naftalina e la retorica superficiale e distratta del nostro tricolore. E poi ancora la politica interna, quella dei pollai parlamentari, che ha raggiunto oramai logiche dadaiste. In questo senso i media, fornendoci colate di informazioni plausibili ma insignificanti, nel senso che trattano avvenimenti che non cambiano di una virgola le nostre vite, fanno della piacevole disinformazione, facendoci credere che l’universo mondo possa incarnarsi, almeno per un giorno, nel cappellino giallo della regina Elisabetta o nel fatto che Berlusconi, sotto il baldacchino delle autorità italiane in piazza San Pietro, fosse l’unico a non esser presente con a fianco una moglie.
Come si diceva in incipit: “esticazzi”.

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