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Antifascismo come prezzemolismo civile, emotività collettiva, mitologia di un’Italia alienata, ma soprattutto reazione conformista alla politica. Ed alla facciona ridente di Berlusconi. Basterebbe questo per liquidare la questione. Come anche considerare che non è la libertà che muove la moltitudine ma la sua illusoria rappresentazione. Diamo quindi il via ad un nazionalismo kitsch e caricaturale. Proprio quello di cui ha bisogno un’Italia orfana di vitalità intellettuale ed intelligenza critica. Al potere sempre più aggiornato ci piace rispondere con la naftalina. Di cui siamo patologicamente ghiotti.

“Chiunque sogni di una libertà senza limiti e senza freni porta in sé il germe del fascismo,
anche se grida il suo antifascismo ad alta voce”.
Maurice Schumann
, Angoisse et certitude, 1978

“La ribellione fascista nasce sempre laddove un’emozione rivoluzionaria
viene trasformata in illusione per paura della libertà”.
Wilhelm Reich
, Psicologia di massa del fascismo, 1933


Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (1/3)

Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (2/3)


Secondo quanto detto finora, l’antifascismo contemporaneo è o non è un sentimento nazionalpopolare benpensante e paraculo? Dove la valentia o la fierezza in tutto ciò? E a quale pro la restaurazione estetica ma acefala di un tricolore sbiadito che puzza di naftalina? Il proprio. E cioè l’ego di un popolo dissetato di protagonismo civile, ma con la coda di paglia. Uno spunto di riflessione che non scende dall’alto, ma che nasce dall’osservazione. Poiché occorre sempre interrogare il presente.

Va da sé che il successo di uno spirito antifascista distratto e postmoderno è la reazione ad uno status quo che mozza il respiro. Inutile raccontarci la storia dell’orso: se oggi si respira un certo clima è perché la gente è insofferente alla politica che recepisce come una minaccia. Inoltre non si riesce più a sopportare Berlusconi. Quindi ecco il paradigma del “regime”. Un regime di pulcinella al quale corrisponde un anti-regime altrettanto carnevalesco. Tanto più che il Cavaliere è lì dov’è e continua a vincere e a raccontarci barzellette malgrado un esercito di “eroi”. Buon per lui, non per i suoi detrattori, che a questo punto avrebbero dovuto digerire una lezione che anche un bambino avrebbe appreso: da questa sorta di onanismo non se ne esce.
Ecco perché, per certi versi, e qui i veri martiri morti ammazzati durante il ventennio si rivoltano forsennatamente nella tomba, l’antifascismo contemporaneo è paradossalmente sovrapponibile all’antiberlusconismo. Da una parte il Duce, dall’altra un Nano. Da una parte un coraggioso partigiano, dall’altra un povero pirla. Da una parte la guerra, dall’altra la festa di piazza. Chiaro il concetto? Il confronto procede per ossimori, ma gli antifascisti del nuovo millennio sono troppo presi da Facebook per potersene ravvedere.

Quindi se in Italia vige un regime è quello, come ribadito, della stupidità, dell’entropia, della bonarietà d’etichetta, non quello di Silvio Berlusconi. Abbiamo detto e ripetuto che non vi può essere libertà senza intelligenza critica, perciò gli italiani non sono liberi perché hanno scelto di non esserlo. Tutto questo per poter condurre il proprio immutabile stile di vita, ancorandosi, quando se ne avverte il bisogno, ai soliti salvagenti morali, vedi antifascismi e tricolori, allungati dalle solite partitocrazie sempre prodighe nel commutare consensi elettorali in una cloaca parlamentare.

Finora in questo intervento si sono scritte cose che irridono l’autentico spirito antifascista che fu. Qualche verginella potrebbe fraintendere, poiché non è il sottoscritto a non avere considerazione e rispetto delle nostre radici e della nostra memoria, ma sono gli stessi interpreti o eredi di una tale tradizione a fare un uso scorretto ed alle volte ridicolo di un patrimonio collettivo.
Poiché un certo attivismo d’evasione non si può confondere con l’eroismo, così come la celebrazione dell’ovvio per acume, perspicacia, bontà intellettuale. E non si capisce davvero da dove venga tutto questo prestigio morale nell’allinearsi ad una parrocchia che sotto più punti di vista appare come un bacino d’entropia condivisa. Uno dice: ma è una reazione istintuale e doverosa. Il punto è che la libertà è una cosa seria e se è vero che la essa ha poco a che fare con il mondo di Berlusconi, procedendo secondo il medesimo sillogismo, non può avere molti punti di contatto nemmeno con la nostalgia, l’evasione e la mitologia di un’Italia alienata. Né può essere uno slogan, o una posa, né tanto meno un’ideologia, specie se recepita come necessità o obbligo memoriale: mentre è evidente che l’antifascismo contemporaneo è una summa di tutte queste cose.

Inoltre la libertà non si concreta nell’appendere un dittatore come un prosciutto (fosse così semplice…). Né di rivendicarne il gesto dopo oltre sessant’anni. Anche qui: questione di stile e di metodo. Perché la libertà non è rivendicazione. Né tanto meno esibizione. Le due cose congiunte presuppongono invece una sorta di ricreazione sociale. Quella si chiama festa, zizza, goliardia. Con la colpa di non essere affatto goliardica, ma seria, retorica, stucchevole. Chi si diverte in una simile broda è, lasciatemelo dire, gente con uno strano, anzi, inquietante senso del divertimento. La festa è un’altra cosa. Come altra cosa è la libertà. Che non è un feudo. Né una giusta omologazione. La libertà è esprimere veramente qualcosa. E non la libertà di esprimere cose “giuste”.
Se poi per libertà intendiamo la sovranità dell’individuo, Mill docet, allora si capisce che qui siamo andati tutti quanti a puttane. L’individuo più libero in questo paese è un soldatino, purché della giusta divisa. E solitamente chi lo nega è molto spesso un soldatino. E molto spesso della giubba in questione. Un individuo che rinuncia alla propria individualità in nome di un ego collettivo.

Occorre ammettere, una volta sottoposti alla classica doccia fredda di buonsenso, l’antifascismo come prezzemolismo militante, con i suoi toni roboanti e ricreativi, ha molto a che vedere con la medesima forma mentis della stra vituperata logica della Cultura della Visibilità (dalla tv ai reality show): una raffazzonata ricerca di prestigio. La piazza con gli striscioni non garantisce un futuro catodico ma l’autossoluzione morale, l’alibi intellettuale al proprio montante conformismo, sì. Una scusa politicamente corretta alla propria pasciuta ed esistenzialmente remunerata indolenza. Poiché la libertà, quella vera, logora. Mentre è la giusta parrocchia quella che paga, anzi, che appaga.
Siamo quindi certi che protagonismo ed autoassoluzione possano rendere un buon servizio alla libertà? Non lo credo. La libertà non è un vagito né un capriccio insolente, ma è un esercizio quotidiano e pedissequo di qualità umane alla portata di chiunque ma che non crescono sugli alberi e che non sono nemmeno acquistabili nei discount dell’attivismo civile.

Poi rimane aperta una questione ontologica: la libertà non può incarnarsi in un dogma “anti-qualcosa” che presuppone l’obbligo di schierarsi necessariamente contro un’entità che in questo caso nemmeno c’è. E la libertà non è compatibile con alcun obbligo, figuriamoci se politico. Ancora una volta una questione di logica, mica altro.
Inoltre non si può semplicemente ridurre la libertà ad “assenza di fascismo”, altrimenti significherebbe accontentarsi di una parodia. Senza contare il risalto che si darebbe a ciò che si intende come negazione o assenza di libertà. Un paradosso intimamente squilibrato che ricorda da vicino un certo Cristianesimo medievale, quello che necessitava del Diavolo per giustificare Dio, quasi che nominandolo o esorcizzandolo, con ipertrofica e morbosa intensità, servisse a dimostrare, legittimare e allo stesso tempo comprendere Dio, che altrimenti non si sarebbe potuto rivelare. Un ossimoro. La stessa cosa vale per la libertà. Si agita l’Anticristo per rendersi tutti immediatamente dei beati. Se così fosse il paradiso sarebbe più affollato di quel plebiscitario bordello di anime sfigate che prende il nome di inferno. O Italia.

Un ultimo punto controverso: io non credo che la libertà sia partecipazione (qualsiasi dittatore ha collezionato bagni di folla). Non che voglia dare torto a chi compose il fortunato motto, una persona genuina (e che intendeva infondere un messaggio assai più sofisticato e profondo), ma chi ne fa un uso smodato, persone molto meno genuine, e che mi ha portato a riflettere circa un tema come la libertà in relazione alla moltitudine.
Io credo che la libertà non possa essere quella voluta dai molti, poiché la moltitudine non la anela. Quest’ultima piuttosto cerca una pia illusione. O un’illusione fine a se stessa, alle volte niente affatto pia. Inoltre la libertà del singolo, e fino a prova contraria siamo tutti esseri umani unici ed irripetibili, non può essere la summa di una moltitudine, che spesso risponde ad un computo medio quando non alle contingenze di pochi.
In realtà la libertà è di chi sa di potersi smarcare da tutto e da tutti con la leggerezza e nel contempo il coraggio e la risolutezza di chi non solo è convinto delle proprie scelte ma ne è autenticamente ispirato, in nome di nulla, se non di se stesso e delle proprie ragioni. E basta.
Non si capisce quindi questa cosa dell’antifascismo, e cioè sottrarre una pulsione che fu di gente di un altro periodo storico per i propri fini “emotivi”. In questo caso sembra di avere a che fare con un “-ismo” vicino parente di un certo sensazional-“ismo”, un certo facile patet-“ismo”, che si ciba di un nazional-“ismo” lacrimevole, farsesco e fanciullesco, la cui massima aspirazione è la sublimazione del kitsch. Ma ciò che avviene è spesso il contrario. Un orrido feticismo, quando non ancora non si degenera nella necro-filia/fagia.

Uno dice: di questi tempi occorre essere patrioti. Ma essere patrioti significa essere pur sempre prigionieri, di un colore. Anzi, di tre. Tri-colore. E lo dico con la piena coscienza di bestemmiare contro la sensibilità di molti. E che il fatto di essere molti getta un’ombra sull’effettiva “libertà” individuale disciolta nella massa. E sulla quella espressa da una bandiera, che di fatto non ha, e che ha perso malgrado tutto l’antifascismo di questo mondo.
Può infatti la libertà avere un obiettivo collettivo? Può risiedere in un’insegna vecchia di secoli vilipesa dal naturale, fisiologico avvicendarsi delle ere? E possono valori partoriti da vetro-paladini di altri tempi ed altri mondi decidere le sorti di future generazioni improntate in un culto scolarizzato da sigle politiche attorno a principi che non forniscono nulla contro il riaggiornamento delle dinamiche di potere? Io non lo credo. È sempre lo scorrere tempo e l’operato dell’uomo a cambiare le carte in tavola. Le regole del gioco non rimangono le stesse. E chi non è in grado di comprenderlo è colui che si crede protagonista quando in realtà è fuori dai giochi. O che balla vecchi dischi revival quando la musica è cambiata da molto. Democrito diceva: «il cosmo è mutamento, la vita è opinione che si adegua». Democrito aveva ragione, e l’impressione, mia e personale, si capisce, è che chi legge una Costituzione di sessanta anni fa come fosse Topolino o la Bibbia, torto.

Non basta infatti scimmiottare i principi cardini della nostra democrazia come degli scolaretti per poter riaffermare diritti. Così come non basta atteggiarsi da partigiani del nuovo millennio se poi manca la materia grigia, la consapevolezza, la sensibilità critica, come anche i mezzi interpretativi. E nel contempo il coraggio di affrontare le vere sfide dei nostri tempi.
La verità è che non ci potrà essere alcuna Costituzione a salvarci le terga, né una bandiera utile a tamponarci le ferite, specie se emorragie fatali ed arteriose. Ma queste sono convinzioni oramai inculcate nella testa di folle oceaniche. I sorrisi beoti di questa brava gente mi terrorizzano. O tutt’al più mi suscitano un riso amaro, venefico, cinicamente ilare, ma pur sempre doloroso. Perché in fondo si tratta del futuro di tutti.
Un poeta, Charles Péguy, disse: «la libertà è un sistema basato sul coraggio». Appunto. Prima ci liberiamo di una certa accomodante pavidità e meglio sarà per noi.

Traendo le somme, l’unica Liberazione di cui abbiamo bisogno non è la rivisitazione del 25 aprile, ma quella dell’idiozia, o per essere più esatti, di una certa superficialità ed entropia. Siate piuttosto partigiani del buon senso. Siate patrioti dell’intelligenza, che è una patria di gran lunga più malservita ed ambita del tricolore e della libertà. Quest’ultima la si ha quando la si vuole e quando la si riesce a conservare meritandosela. Mentre la prima quando la si coltiva, sempre, giorno dopo giorno, e non in una sola festa scandita dal calendario del perfetto boy scout.


Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (1/3)

Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (2/3)

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