Home

25 aprile, viva il Tricolore e la festa dei boy scout. L’alternativa all’ipercorrettismo politico è muoversi lungo l’affilato crinale della bestemmia. E quindi perché non considerare l’antifascismo, tra le tante cose, la cartina tornasole di un paese beota e quindi illiberale? Perché a ben vedere, dibattere di antifascismo, prima o poi si arriva a questioni inerenti l’appropriazione della memoria, la retorica di Stato, l’ortodossia politica, il monopolio memoriale, il pensiero unico, ed infine, il reato d’opinione. Perché anche in democrazia le idee possono essere delitti. Viva la libertà degli idioti e del fascismo dei buoni.

Continua da: Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (1/3)


La libertà ha più a che fare con l’intelligenza che con l’antifascismo. E l’Italia non è un paese libero perché non è un paese intelligente. Niente di irriverente o scandaloso se si afferma che anche l’antifascismo si inserisce in un simile contesto, alla stregua di uno status symbol morale in dotazione con il kit del perfetto boy scout. Un prontuario di virilità civile plastificata che sembra uscito dall’Happy Meal del MacDonald.

Del resto viviamo di narrazioni e caricature a tinte forti. Siamo abituati a nani e puttane, vermi e mafiosi. Un paese dei balocchi che si merita i patrioti altrettanto farlocchi che ha. L’eroe contemporaneo è quindi un partigiano picaresco in blue jeans, salottiero o piazzaiolo, snob o girotondino, ignorantuccio ma tricolore, conformista e postmoderno, annoiato e frustrato, pignolo e lunatico. Un italiano. Un dirimpettaio che come molti suoi simili sa di essere nel giusto e di chiamarsi fuori da tutto il marcio che lo circonda. Un valoroso.
La sua parrocchia impone una giusta omologazione, un accomodante conformismo, una conciliante mediocrità intellettuale. Oltre che sfornare partigiani ritardatari, eroi a tutti i costi e che a tutti i costi offrono il proprio autoindotto eroismo a chiunque lo chieda, o meglio, a chiunque sia costretto a reclamarlo dopo essere stato messo alle strette dall’immonda accusa di essere “non antifascista”. Funziona un po’ come Facebook: non puoi fare a meno di averlo, così come non puoi non essere antifascista. E quando lo sei lo devi dire a tutti.

Dice: ma non puoi dare contro l’antifascismo che è l’espressione di un insieme di valori irrinunciabili per la nostra democrazia. Vero in parte. Qui non si tratta di mettere in discussione i capisaldi delle nostre istituzioni, ci mancherebbe, così come sputtanare gli autentici protagonisti della Resistenza, ma di porre l’attenzione sulla deriva culturale illiberale contemporanea. È una questione di metodo.
Voglio dire, giusto per fare qualche esempio pepato, ci rendiamo conto che provvedimenti come la legge Mancino e la legge Scelba, peraltro ripudiata da uno come Togliatti, introducono il reato d’opinione? Io lo so che mi sto spingendo in territori magmatici, ma vale la pena ribadire che la democrazia non può difendersi dalle idee aberranti adottando il medesimo savoir faire dei totalitarismi, altrimenti non si capisce dove e come la democrazia si dovrebbe distinguere dagli stessi mostri che intende combattere. Era giusto per fornire degli esempi, e per ricordare, qualora fosse sfuggito il concetto, che quando ci si mette sulla strada del reato d’opinione si sa dove si comincia ma non dove si va a finire. Personalmente una meta verso la quale non amerei veleggiare, e cioè l’intolleranza dei tolleranti. Il fascismo dei buoni. Ancora una volta: dov’è finita la libertà di pensiero? E l’intelligenza critica della gente? Non basterebbe quella per prosciugare con condizione di causa perversioni che invece vengono ammazzate dalla censura burocratica? Perché la nostra democrazia, figlia dell’antifascismo, dovrebbe proibire delle idee? Se siamo sicuri dei nostri principi democratici perché perseguitare chi gli stessi principi li snobba o li rimette in discussione? Tra le altre cose stiamo parlando di becchini della storia la cui testimonianza basta e avanza per rivelare crepe e obbrobri sufficienti nel persuadere qualsiasi persona assennata di lasciar perdere. O forse che il popolo italiano non è poi così dotato di quegli anticorpi democratici che con tanta prosopopea ama esibire durante le proprie ricorrenze?… 

Sotto questo punto di vista l’antifascismo appare come una sorta di velo pietoso utile a nascondere le ipocrite pudende di una nazione geneticamente illiberale. Un’egomaniacalità collettiva a cui la moltitudine simpatizza. Il tipico narcisismo isterico di un popolo intimamente populista, gretto e degenerato come fu quello fascista. Che dentro di sé era antidemocratico e quindi “criminale” come la gerarchia che lo portò all’abisso della guerra e delle leggi razziali. Lo stesso popolo che oggi manco s’accorge della propria aggressiva pigrizia intellettuale: una vera e propria forma di tirannide, che degrada e assopisce.
Non vedo perché non scomodare categorie scomode come “ortodossia” o “pensiero unico” nel caso di questo strano totalitarismo “democratico”. È proprio vero che l’antifascismo contemporaneo è molto più vicino al Grande Fratello che alla libertà. Il Grande Fratello di Orwell, beninteso, non quello di Mediaset.

Uno si chiede: ma come si è arrivati a questo punto? Niente di trascendentale. L’antifascismo ha semplicemente vissuto di rendita per anni, facendo leva su una fantomatica ed autoindotta superiorità morale da agitare con ripicca contro chiunque si fosse dichiarato non antifascista. E secondo una certa lobotomia improntata su un logaritmo binario, non allinearsi alla giusta combriccola significa, per forza di cose, essere “fascista”. Chapeau. In questo modo non solo si è perpetrata una guerra catacombale tra mummie feticiste e giovani infeudati, lucenti e sbarbati, ma è stata consentita la sopraffazione indebita di una memoria collettiva ad uso e consumo di un determinato clima culturale.
E non ci vuole molto per ricostruire l’albero genealogico di una tale maestranza. Dopo piazzale Loreto viene rottamato il patriottismo romantico e postunitario che, in seguito all’esaltazione della Prima Guerra Mondiale, aveva consegnato l’Italia all’ebbrezza fascista. In un’Italia in fondo al baratro nasce la necessità di creare un nuovo mito fondante. Ecco la Resistenza. Che finisce nei libri di storia, passando per varie scremature, ed in un secondo momento fila dritta dritta nell’agiografia del popolo italiano, alla stregua di un santino intoccabile. In questo senso l’antifascismo moderno è da considerare un “galateo storico” coatto nei confronti della nostra memoria (a fumetti). Un manuale di etichetta salmodiato da tanti chierichetti.

Al di là della boria claustrale va detto che il danno non è da sottovalutare. Poiché in questo modo il nostro controverso dopoguerra venne sequestrato da una lunga, complessa e muscolosa mistificazione. Lo volle la patria. E lo vogliono gli italiani, che al cospetto di un’erosione politica così sfacciata e scostumata, come quella che si consuma quotidianamente sotto i nostri occhi, necessitano di una propaganda civile rassicurante, assieme all’ostensione “sacrale” della Costituzione Italiana, carta inspiegabilmente taumaturgica, che ricorda un po’ la Vera Croce di Costantino, la sacra reliquia esibita in battaglia durante le Crociate. Ma poi sappiamo tutti com’è andata a finire.
E difatti la nostra Costituzione non solo è un’arma spuntata contro i soprusi della politica, ma è già carta straccia che nulla può contro i travasi di potere dell’economia mondiale, dei strapoteri finanziari delle banche centrali, delle prevaricazioni di un’Europa che tra trattati, accordi, piani semestrali ha già preso possesso di sovranità nazionali calpestando i diritti fondamentali di tutti noi: lavoro, salari, debito pubblico, sanità, istruzione, cultura ecc… Mica bruscolini. Mica puttane e leggi ad personam. Ma gli antifascisti moderni hanno occhi solo per il Ducetto del bunga bunga e delle SS berlusconiane. E poco importa se una scoreggia di Draghi può valere più di una finanziaria. A proposito, è recente la notizia dell’inciucio italo-francese per ottenere l’appoggio transalpino alla scalata del capoccia di Bankitalia alla Bce. Poi uno dice i conflitti d’interessi di Berlusconi…

Ma noi no, non dobbiamo dimenticare le radici della nostra democrazia (anche se miopi e ignoranti su tutto il resto) che nel frattempo è andata a puttane, tanto e tale è stato il beneficio del revival antifascista. Noi no, non dobbiamo abbassare la cresta e la Costituzione ce la teniamo stretta. Il tipico contentino dello schiavo e di milioni di belle anime italiane letteralmente imprigionate in un attivismo civile del tutto comparabile ad un videogame.

Eccolo un controverso spunto di dibattito. Paradossalmente non è stata la mancanza di antifascismo la causa di questo prolasso civile, ma il contrario. Questo antifascismo d’evasione ha fornito all’Italia, come se ce ne fosse stato bisogno, colesterolo intellettuale oltre che un alibi sociale e nel contempo un’Arcadia virtuale che non appartiene a nessuno di noi. E tutto questo mentre il mondo è andato in un’altra direzione, mentre il potere ha potuto banchettare alle spalle di ridicole bagarre, di anatemi snervati e snervanti, di balletti di piazza colorati di rosso, bianco e verde. Ma con predominanza di rosso (i comunisti hanno sempre cercato di risciacquare in panni nel sangue partigiano).
Tutto questo per dire che l’antifascismo come emblema libertario o archetipo collettivo contemporaneo fa acqua da tutte le parti. Ma, ribadisco, non parlo di sigle, di nomi, o di determinati fatti storici, ma di approcci, di attitudine, di abitudini, di linguaggi. Ed è anche per questo che l’antifascismo perde terreno nell’affezione di una classe media ed arrivista che non sopporta certe borie e solidarizza con certi revisionismi dell’ultimo minuto (ma che in realtà si sussurrano da sempre). Se poi il 25 aprile si tramuta in occasionale sfilata di fazzoletti rossi, di rivendicazioni ardite, di volta-frittate bislacche, beh, a questo punto trovano giustificazione persino certi deliri berlusconiani…

Alla libertà dei santini e delle filastrocche va quindi preferita l’intelligenza critica, la ragione, il sapore intenso, vero e concreto di un frutto prelibato ma colto da un albero selvaggio, non l’ortaggio OGM spiccato dall’orticello di fiducia, o dalla piantagione intensiva irrorata di pesticidi. E l’antifascismo, va detto, è una coltura di Stato, culturalmente igienica, anche se intellettualmente così così. O tutt’al più una primizia di determinati oratori politici. Occorre farsene una ragione. E invece no. Venga colto dalla peste chi ha il coraggio di pronunciare simili eresie, sempre per la questione della libertà di pensiero di questo paese…poco libero, poco intelligente, ma antifascista. Esticazzi.


CONTINUA

Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (1/3)

Annunci

One thought on “Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (2/3)

  1. Pingback: Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (1/3) « il blog di alberto bullado

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...