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Il 25 Aprile è il giorno giusto per trarre conclusioni amare: l’antifascismo al giorno d’oggi ha più a che fare con il Grande Fratello che con la libertà. È uno status symbol, storicamente incerto, ideologicamente claudicante, tuttavia conciliante, nazionalpopolare e politicamente corretto. Ma il punto è un altro: l’antifascismo è soprattutto un conformismo. La domanda è quindi la seguente: può la libertà essere una (giusta) omologazione? C’è libertà quando occorre rispondere a determinati obblighi? E quanto l’ipercorrettismo politico può andare d’accordo con l’autonomia intellettuale? In sintesi: vi può essere libertà nella mediocrità? Nel frattempo è il solito trionfo calendarizzato dell’eroismo autoindotto, un autoero(t)ismo.

Il 25 Aprile è il giorno giusto per trarre conclusioni amare: l’antifascismo al giorno d’oggi ha più a che fare con il Grande Fratello che con la libertà. È uno status symbol, storicamente incerto, ideologicamente claudicante, tuttavia conciliante, nazionalpopolare e politicamente corretto. Ma il punto è un altro: l’antifascismo è soprattutto un conformismo. La domanda è quindi la seguente: può la libertà essere una (giusta) omologazione? C’è libertà quando occorre rispondere a determinati obblighi? E quanto l’ipercorrettismo politico può andare d’accordo con l’autonomia intellettuale? Senza contare la degenerazione nostalgica, il feticismo retorico e l’arrembante necrofilia parlamentare e/o stradaiola che gira attorno al classico derby campanilistico e manicheo tra rossi e neri.
E poi, in un paese comunemente inteso come popolato da idioti, com’è che tutto ad un tratto vale il motto: “la libertà è partecipazione”? Com’è che si è all’improvviso collettivamente eroi nello stringere in mano un tricolore e nello stesso tempo rifulgere di gloria? In sintesi: vi può essere libertà nella mediocrità?
L’impressione è che chi non sappia interrogarsi con disinvoltura e dimestichezza in simili contesti, seppure un filino borderline, è uno scemo, o quantomeno un ingenuo. E probabilmente non merita la libertà. Non perché essa sia un bene lesinabile da pochi, ma perché quest’ultimo non sa nemmeno cosa sia.

Forse esiste un legame tra libertà ed intelligenza. Forse è per questo motivo che in Italia non si può parlare di libero arbitrio e di autonomia intellettuale. Forse è per questo che occorre tirare in ballo l’antifascismo. Che non è solamente un patrimonio di valori e memoria, chissà poi quanto condivisi, ma soprattutto linguaggio, forma mentale, atteggiamento. Un pulviscolo un poco ammorbante, alle volte davvero pastoso, che intorbida la vista ed impedisce di valutare fenomeni al limite, tra debito di riconoscenza e pesantezza retorica, pedigree politico ed obbligo morale. Ma soprattutto l’origine di un veto, non già, come dice qualche “nostalgico”, sulla storia scritta, ma su quella contemporanea. Perché la questione non riguarda la Resistenza ma gli antifascisti degli anni duemila. E l’antifascismo che li anima.

Al giorno d’oggi “Liberazione” è un termine piuttosto in voga ma niente affatto monovalente. Esso presuppone degli interrogativi – “liberi rispetto a chi? Grazie a chi? In nome di che cosa? A quale prezzo?” –che distinguono un individuo libero da un individuo che non lo è. Chi non se li pone difficilmente comprende il significato della parola libertà. E, di conseguenza, non solo non la merita – non essendo essa, a mio parere, né un diritto, né un dovere, bensì un lusso intellettuale, alla portata di tutti, da esercitare e amministrare – ma non può averla perché non saprebbe nemmeno distinguerla. Stiamo parlando di logica dopotutto.
Eppure basterebbe poco per renderci conto della frattura tra realtà e celebrazione: lo status quo diplomatico, lo stato di salute della nostra stessa sovranità, la presenza militare straniera sul nostro suolo, la dipendenza economica, senza contare il fatto di commemorare la liberazione di un popolo ed una nazione a suon di bombardamenti sulla testa di altri popoli e nazioni. Per questi e molti altri motivi c’è da riflettere sul significato che oggi diamo alla parola libertà. E se non lo si fa almeno durante il giorno a cui è relegata una simile festa, nel quale si vive l’apogeo calendarizzato di una certa idiozia, allora non ci rimane altro che aggiungersi al corteo che scandisce il ridente passo da majorette tricolori. Una Marcia su Roma verso un grigio, nullo ed immoto, o immobile, conformismo. Che beninteso, come ogni conformismo, è accomodante e conveniente. E di conseguenza contribuisce all’assopimento, al letargo dell’intelligenza e non favorisce un’autonoma sensibilità critica, che a questo paese manca più di qualsiasi altro simulacro di plastificato riscatto civile.

L’antifascismo c’entra, perché sempre di più lo si sta riducendo, tra le altre cose, ad un gioco retorico fastidioso e rompiballe. Una caccia alle streghe simile ad un vizio pernicioso, tipico di un placido buon pensiero, che costringe tutti, e a tutti i costi, di allinearsi “democraticamente” all’antifascismo. Chi non lo fa è un turpe individuo che si macchia di una colpa morale, politica e memoriale. E io che credevo, passatemi l’allegoria calcistica, che agli interisti che ancora si ostinano a rivendicare e a festeggiare lo scudetto di cartone andasse lasciata la possibilità di raccontarsi la propria gloriosa barzelletta, condividendo con loro risate, ma sarcastiche. In realtà quello dell’antifascismo è un gioco bambinesco imbastito da quattro negromanti (politica, media, informazione, propaganda). Giacché, anche se per qualcuno sembra duro ammetterlo (chissà perché poi), si può benissimo essere non fascisti senza per forza essere antifascisti, poiché l’antifascismo va oltre il “non fascismo”. Esso è un’introiezione di simboli, l’assorbimento di un determinato patrimonio di tic sociali e culturali, leggi anche militanza, a rischio imbecilleria. Sarà politicamente scorretto, ma credo che vada la pena ribadirlo.

Va da sé che chi scrive non si professa antifascista. Ed il motivo è molto semplice: non lo posso essere per motivi anagrafici. Ho 26 anni e non ho fatto la guerra. Al contrario di molti, me ne sono fatto una ragione senza strapparmi i capelli. Inoltre credo che vi sia stato un solo antifascismo al mondo: quello che va dagli albori del ventennio fascista alla Resistenza. Tutto il resto è revival. Prima che qualcuno alzi l’indice da revisionista pignolo, preciso all’istante che mi frega ben poco della genuinità patriottica, politica o ideologica di quell’antifascismo lì. Certo è che si trattò di un antifascismo segreto ed autenticamente e fisicamente perseguitato. E che quindi non ha nulla a che vedere con la parodia odierna, salottiera o piazziaiola che sia, e con quell’antifascismo dell’immediato dopoguerra, misteriosamente plebiscitario ed inspiegabilmente denominato d’origine controllata, in un paese fino al giorno prima nero come il carbone.

Rimane quindi il quesito: a qual fine continuare ad incensarsi di antifascismo? La mia impressione è la seguente: riscontrata la vergognosa pavidità di un popolo fatto di pecore, orfano di sfide esistenzialmente estreme, come appunto la tragedia concreta, adrenalinica ed aberrante della guerra, sia stata giudicata cosa buona e giusta replicare uno scenario di ostilità, ripescandolo da un vicino passato. Non importa quanto questo copia-incolla sia contestualizzabile con la presente realtà, l’importante è confluire dalla parte di coloro che dimostrarono un coraggio ed un eroismo magnificamente ritratto da una stucchevole retorica postpartigiana, da una parte sponsorizzata da una certa cricca, infeudata fino al midollo, dall’altra santificata ad epica di Stato da un’urgenza burocratica ed istituzionale (l’elaborazione di un mito fondante). Il risultato è quello d’aver dato il via libera ad un’eterogenea moltitudine di persone di investirsi di un eroismo autoindotto, un autoero(t)ismo, da esternare in un chiasso spesso infantile, alle volte isterico, altre volte becero, quasi sempre permaloso e sospirante. Quanto basta per soddisfare un ego medio, per non dire mediocre. Leggi anche nazionalpopolare.
Tutti antifascisti dunque: dallo studentello svagato all’attivista da tastiera, dall’operaio sfigato all’eterno laureando. Tutti antifascisti. Tutti cittadini virili. Tutti eredi di eroi e martiri. E intanto l’Italia è quella che è. Un evidente ossimoro.

Ma la libertà non può fare a meno dell’intelligenza. Entrambe merce rara in questo paese. Che invece vorrebbe traboccare di antifascismo.


CONTINUA…


Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (2/3)

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One thought on “Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo (1/3)

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