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Bob Dylan va in Cina, ma non per turismo. Non uno come lui. Ma mai ti aspetteresti che ci vada solamente per soldi. Perché Bob Dylan è Bob Dylan, il menestrello del dissenso. E la Cina è la Cina, la fogna dei diritti umani. Da uno come lui ti aspetteresti qualcosa di più di una semplice schitarrata, un surplus che giustifichi l’archetipo ribelle. E invece no. Decide di autocensurarsi dalla scaletta i brani ritenuti borderline dal governo cinese. Il sig. Zimmerman suona, passa per l’incasso, ringrazia e se ne va. Un vecchio che ha rifiutato di misurarsi con il proprio mito.

Uno come Bob Dylan non può andare in Cina per turismo. Perché Bob Dylan è Bob Dylan. E perché la Cina è la Cina. Un suo concerto, in un posto come quello, non potrebbe che finire in una rivoluzione, o quantomeno in un affaire un poco pirotecnico. Tant’è vero che il sig. Zimmerman c’ha messo un bel po’ prima di riuscire ad approdare in suolo cinese, giacché il governo gli aveva più volte rifiutato il permesso, non di soggiorno, ma di potersi esibire in una serie di date. Come si sa, lì in Cina hanno un qualche problema con la libertà di pensiero. E poi figuriamoci se il nostro avesse potuto condurre a suo piacimento le redini del gioco se persino agli Oasis era stato a suo tempo proibito di esibirsi (perché 12 anni prima Noel Gallagher aveva partecipato ad un concerto per la liberazione del Tibet).

Infine il menestrello dei movimenti di protesta americani degli anni ’60, il mito anticonformista, il cantore del dissenso, ce la fa. In Cina ci finisce per davvero. E che succede? Scoppia il finimondo? Macché. La tournée fila liscia come l’olio. E questo perché Bob Dylan decide di autocensurare dalla scaletta canzoni come Blowin’ in the wind, The time they are A-Changin, Hurricane e persino Knockin’ on Heaven’s Door. Messaggi scomodi, proibiti, indigesti in una nazione come la Cina che è la fogna dei diritti umani (ma anche un gigante dell’economia mondiale…).

Bob Dylan: va ora in onda un mito che crolla. La stampa americana è caustica e accusa il cantautore di servilismo nei confronti del governo cinese che, come previsto, aveva suggerito al cantautore di spuntare dalla scaletta i titoli indigesti. Il New York Times non ha peli sulla lingua e commenta:

«Bob Dylan che si autocensura in Cina è peggio di Beyoncé, Mariah Carey e Usher quando incassano milioni per cantare davanti alla famiglia di Gheddafi, o di Elthon John che rastrella una fortuna facendo la serenata al quarto matrimonio di Rush Limbaugh».

E quindi il menestrello obbedisce al diktat, prende la sua chitarra, suona e se ne va, passando prima per l’incasso. Qualcuno potrebbe pensare: “troppo comodo fargli la morale. Bisognerebbe vedere noi al posto suo”. In effetti la Cina, al contrario di qualche altro millantato regime democratico, non scherza in fatto di persecuzioni e rimozioni fisiche. Dare un’occhiata alle stime (sommerse) delle esecuzioni capitali per credere. Per non parlare delle violenze nelle carceri. E poi, diciamocelo, Bob Dylan non c’ha l’età per certe cose…
Verrebbe però la pena di ribaltare la frittata e dire: “troppo comodo cavalcare l’onda di un anticonformismo di carta, senza l’ebbrezza di una sfida vera e concreta. E quindi un rischio realmente tangibile”. E poi, diciamocelo, davvero il governo cinese avrebbe avuto il coraggio di torcere anche un solo capello dalla zazzera di un mito come Bob Dylan, creando in questo modo un caso internazionale senza precedenti?

Fatto sta che il cantautore americano ha deciso di non togliersi il dubbio. Lui dalla tana del Drago se n’è uscito con le proprie gambe, come un qualsiasi occidentale. È forse questo il problema: come un qualsiasi occidentale.
Domanda: era possibile agire diversamente?
Rifiutare il compromesso di suonare in quelle condizioni? Impossibile. Tournée fissata da tempo, date troppe volte rimandate. Una volta lì vale la legge del “show must go on”. Del resto le condizioni per suonare erano note da tempo. Quindi non avrebbe dovuto accettare di partire per la Cina, manifestando pubblicamente il proprio dissenso? Nemmeno. Ci vuole coraggio per arrivare a toccare il cuore di chi può aver bisogno di te. Se poi cominciamo a fare due conti in fatto di ricavi… Ma allora che fare? Esibirsi ugualmente fregando il governo. Come? Epurando la scaletta delle canzoni vietate, come stabilito, e ingannando l’interdetto con l’estro e l’alcalinità che si confanno ad un artista del calibro di Bob Dylan. Esempio: al momento dell’esecuzione dei pezzi esclusi ostentare un bel minuto di silenzio, da culminare con: «avete appena potuto sentire Blowin’ in the wind, The time they are A-Changin, Hurricane e Knockin’ on Heaven’s Door». Un escamotage semplice, di una certa classe e di gran lunga più abrasivo di qualsiasi urlo. E per di più nella tana del Drago con gli occhi di mezzo mondo puntati addosso. Ma ciò non è accaduto. Bob Dylan ha preferito evitare di misurarsi con il proprio mito. E la Cina ringrazia.

Una bella occasione mancata. Rimarrà il ricordo di un pensionato miliardario che si è esibito cantando vecchie canzoni, belle ma innocenti. Un vecchio che ha deciso di non passare alla storia, se non come un turista privilegiato con il merito di averci fatto ricordare che la strada che separa “l’essere un eroe” da un essere ordinario è disseminata di trenta vili denari.
Tra le colonne del New York Times spunta infine una glossa: in una recente biografia Bob confida che da giovane era un individuo molto meno rivoluzionario e trasgressivo rispetto all’immagine suggerita dalle proprie canzoni. In pratica un ragazzotto con delle aspirazioni molto più piccolo-borghesi di quanto si possa pensare. Appunto. Un piccolo-borghese di nome Bob Dylan. Ce ne faremo una ragione.

P.S. A ben vedere la notizia, oltre all’autocensura del cantautore americano, sta anche nel fatto che, una volta tanto, la stampa Usa di un certo rilievo sputtani la Cina. Chissà se saprà fare la stessa cosa ogni qual volta il suo “Kennedy abbronzato” varcherà la soglia della tana del Drago. Suo fido compagno di merende.

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2 thoughts on “Bob Dylan, un piccolo-borghese in Cina

    • Esticazzi. Dal sito di Bob Dylan, e allora? Probabilmente da borghesuccio quale sei tu non sai cos’è la Cina, così come non sai degli scazzi che ci sono stati per mesi prima che si potesse organizzare la tournée. Così come non sai delle commissioni di esame, della censura, della realtà quotidiana che si respira in quel paese. Vedi, se tu ne sapessi veramente qualcosa avresti potuto dirmi che certe canzoni Bob Dylan non le suona da anni, o comunque non sempre, e sarebbe stata un’osservazione più plausibile di questa tua cavolata. Ma il punto è un altro, siccome credo tu non abbia capito un cazzo di quello che ho scritto. Il sig. Zimmerman aveva la possibilità di scegliere: essere se stesso, cioè portando in un paese oppresso un certo messaggio che l’ha reso quello che è, oppure comportarsi da semplice turista. Ha scelto quest’ultima strada. Non si tratta di denigrarlo ma di prenderne atto.
      Ora tu vieni a dirmi che Bob Dyaln smentisce tutto. E dovremo credergli, accettare quello che dice, come se avesse potuto dire qualcosa di diverso.
      Quanta lungimiranza ho da imparare da te, Jean Lafitte…

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