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Dopo Parente e Dal Lago pure Socci ci viene a dire, prove alla mano, che Saviano non sa scrivere. Anche questo da annoverare tra gli attacchi strumentali della “macchina del fango”? No, è solo questione di stile. E di grammatica. La lingua italiana è un agente berlusconiano? Il punto è che se si critica Saviano dal punto di vista letterario non significa che la camorra è bella, ma che Saviano probabilmente non è quel grande scrittore che sembra. Un fatto così difficile da digerire? Sì, soprattutto dai lettori di Saviano, che molto probabilmente non leggono tanti altri libri…

A chi scrive, Roberto Saviano escogita sensazioni contraddittorie. Da una parte c’è l’insofferenza, e diciamo pure l’antipatia, nei confonti del Saviano martire, oracolo, eroe civile, guru mediatico, e di conseguenza il Saviano prezzemolino televisivo, vittima e vittimista, dall’altra l’insofferenza, e diciamo, anche in questo caso, l’antipatia, nei confronti dell’antisavianismo di destra, quello incolto e raffazzonato (“Saviano lucra sputtanando l’Italia”), così come quello di una certa sinistra snob che considera lo scrittore come l’ennesima operazione di marketing e poco altro. Detto questo va detto che il sottoscritto ha difeso e criticato Saviano a seconda dei casi. Per esempio trovo ingiustificato un certo accanimento nei suoi confronti, fazioso e strumentale, ma biasimo anche certe posizioni e atteggiamenti del partenopeo, che, diciamolo, non è altro che uno scrittore, uno come tanti (ma con più carisma e appeal mediatico) probabilmente da ridimensionare dal punto di vista letterario. E questa volta la politica non c’entra. La questione verte sulla grammatica.

L’antefatto: Antonio Socci (lui invece mi sta proprio qua) scrive un articolo su Libero (che linkerei volentieri se solo fosse presente sul web…). La tesi di fondo è piuttosto gustosa: Saviano non sa scrivere. Stralci testuali alla mano, gli errori di forma, grammatica e sintassi sono evidenti. Congiuntivi, frasi zoppicanti, espressioni che vacillano dal punto di vista della logica. Frecciatine giustificabili. L’invettiva inizia con le solite rassicurazioni di rito: “io non ce l’ho con Saviano”. E difatti: «nonostante la macchina propagandistica che ne ha fatto una specie di “Madonna Pellegrina” continuo a ritenerlo un bravo giovanotto di provincia, un ragazzo coraggioso, seppure abbagliato dal successo. E mi fa simpatia. Anche tenerezza». Non sia mai che il lettore confonda l’intervento come un attacco strumentale ad orologeria nei confronti di un Saviano che passando alla “concorrenza”, dalla Mondadori alla Feltrinelli, ha di conseguenza dirottato una buona fetta di vendite ed introiti. Tuttavia, al di là di certe faide, l’articolo di Socci va dritto al nocciolo della questione. E malgrado la firma ed il giornale che lo ospita, bisogna ammettere che si tratta di una critica condivisibile. Del resto Saviano non è nuovo a detrazioni letterarie, basta pensare agli spunti polemici di Massimiliano Parente, scrittore rompiballe che collabora con Il Giornale, che pur affondando spesso il pedale nell’ironia, si premura di criticare Saviano dal punto di vista “artistico”. Ma la critica più considerata nei confronti dello scrittore partenopeo arriva dalla penna di un intellettuale di sinistra, Alessandro Dal Lago. Si veda Eroi di carta, il caso Gomorra ed altre epopee (saggio di cui si serve lo stesso Socci per criticare Saviano). Siamo alle solite: per sfatare un mito della sinistra ci vuole uno di sinistra, malgrado Saviano, non tutti lo sanno, non sia affatto di sinistra, e malgrado le critiche non dipendano in questo caso da ragioni extraletterarie. Paradossi inestinguibili nel nostro Belpaese di Pulcinella… Ma l’ultimo passaggio di tale vicenda non ci arriva dalla carta stampata (Saviano latita e a quanto ci risulta non risponde alle critiche), ma dalla televisione: nelle nostre reti commerciali circola infatti uno spot, lo avrete visto anche voi. Assieme al Corriere della Sera esce un supplemento: Io Scrivo, corso di scrittura a puntate (libro + videointervista). Prima uscita: Roberto Saviano. Chapeau.

Qualche esempio dei pasticci e delle smagliature di prosa dello scrittore partenopeo? In Gomorra vi sarebbero espressioni goffe, un po’ così e così, che non suonano benissimo all’orecchio più allenato: Es. «la mia faccia era diventata conosciuta»; «(come) due topi che percorrono la stessa fogna e si tirano su per la coda». Socci concorda con Dal Lago quando dice che uno scrittore dovrebbe padroneggiare un vocabolario da scrittore. Eppure Saviano parla di: «motorini che ti sbirciavano», di «mappare ciò che è finito», di «fissare una guerra di camorra nelle pupille» e della «rabbia che sa di succo gastrico». Ma il mio preferito rimane: «mi svegliai con un imbarazzo tremendo perché dal pigiama, indossato senza mutande, penzolava una chiara erezione non voluta». Caro Saviano, se la tua erezione “penzola” ci dev’essere qualche problema… Poi ci sono i possessivi: «I Marino erano stati obiettivi primi della faida. Avevano bruciato le sue proprietà»; le ripetizioni: «l’attrazione turistica per turisti»; le espressioni bislacche: «prima di tirare il grilletto con tutta la forza dei due indici che si spingevano a vicenda». Passando al nuovo libro di Saviano, Vieni via con me, esaminando la sola anticipazione pubblicata da Repubblica, si incappa nella maledizione di qualsiasi scolaretto italiano: i verbi. «Una storia che cammina dritta, prevederebbe a questo punto che don Giacomo porti i ragazzi al Nord e lì se ne occupi»: due congiuntivi al prezzo di uno (l’articolo su Libero riportava altri esempi oltre a questi, ma sfortunatamente non si trova in rete). E tutto questo è frutto di uno degli scrittori più letti e stimati in Italia e all’estero.

Dal mio modesto punto di vista, in questa vicenda la bontà letteraria di Saviano se ne esce, quantomeno, un poco sbugiardata. Il trono su cui lo scrittore è assiso, da un punto di vista squisitamente letterario, vacilla. Soprattutto se si considerano le valutazioni negative di Dal Lago in merito alla lingua semplificata (che però non è necessariamente un difetto), all’impianto narrativo scadente, allo stile incerto e goffo, all’uso di una prima persona che è di volta in volta io-narrante, io-autore e io-reale (oscillazioni che generano una certa confusione). Insomma, abbagli e malintesi che uno scrittore di tale successo dovrebbe evitare. Dopotutto, contrariamente a quanti portano Saviano su di un palmo di mano, egli è da ritenere un essere umano, fallibile come chiunque altro. Nulla di trascendentale. Tuttavia, se da una parte vi è il Saviano uomo, essere imperfetto, da biasimare quando occorre, dall’altra vi è uno strano fenomeno che non si riesce a giustificare razionalmente. Mi spiego meglio. Come tutti sanno, prima di andare in stampa, un manoscritto viene passato al vaglio di vari editor e correttori di bozze i quali hanno appunto il compito di correggere, limare, cambiare, adattare il testo con la mediazione dell’autore. L’intento è quello di migliorarlo, di renderlo più piacevole, agile, commerciabile, o anche solamente di depurarlo da errori, sviste, refusi tipografici, espressioni oscure, inestetismi, eccetera, eccetera. Un passaggio normale, obbligatorio. Ebbene, c’è da chiedersi perché questa cosa non debba valere per Saviano, al quale sembra che nessuno abbia il coraggio di osservare alcunché. Da quello che si legge parrebbe che il nostro goda il lusso di stampare ciò che scrive senza intermediazione alcuna. Eppure tutti sbagliano, anche i più grandi. A tutti può sfuggire uno o più errori. Infatti qui non si tratta di far le maestrine saputelle con la penna rossa in mano, per carità, chi è senza peccato scagli la prima pietra, ma di far notare un fenomeno quantomeno curioso. Perché i libri di Saviano non vengono corretti? E perché Saviano, rileggendosi, qualche volta gli sarà pure capitato, non si accorge, anche a distanza di tempo, dei propri inciampi?

Ed a farcelo notare non sono di certo i suoi lettori, che magari non leggono molti altri libri, ma i vari Socci, Parente, Dal Lago, gente che rompe le uova nel paniere di Saviano, il quale tace. (S)Fortuna vuole che in sua difesa accorra una certa critica pronta a giustificare qualsiasi cappella dello scrittore con la classica, ed oramai stucchevole, alzata di scudi contro quella “macchina del fango” (un termine di moda) imbastita dal regime per screditare la voce di chi osa schierarsi “contro”. Peccato che qui la politica, come precisato più volte, non c’entra. Si tratta di una questione di stile. E forse anche di buon gusto e lucidità intellettuale.

Quindi cosa dovremo desumere? Che Saviano non è altro che un personaggio simbolo di una certa sciatteria letteraria, intellettuale, estetica che piace solo ad un’accozzaglia di analfabeti? Un santino buono per soddisfare un appetito nazionalpopolare pressoché disattento ed illetterato forte di una certa fascinazione mediatica che gli garantisce un’incondizionata solidarietà? Probabilmente si esagera. Ma una cosa è certa: il Saviano grande autore, il Saviano scrittore, il Saviano firma, penna, artista, prosatore, è un Re Nudo, tanto quanto quell’Italia gretta, sporca e corrotta che descrive. Nudo come qualsiasi essere umano. Ma il suo pubblico, che l’ha elevato alla stregua di un Vitello d’Oro, sarà in grado di farsene una ragione?
In un coup de théâtre finale mi va di concludere rigirando la frittata e lanciando un’ultima provocazione. E se invece avesse ragione Saviano? Che occorre scrivere in “itagliano”, agli “itagliani”, per parlare non dell’Italia che fu ma dell’“Itaglia” che c’è? È forse un errore piacere alla massa e scrivere come e per lei?

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3 thoughts on “Saviano non sa scrivere?

  1. Cavolo! Adesso nemmeno Saviano sa scrivere. E chi se lo aspettava? Io ammetto di non essermi mai accorto di questi suoi abbagli, in particolare del suo “penzolare”. Forse come molti, anche io ho letto Saviano cercando in lui quella voce da eroe civile che a te sta sulle balle, ma di cui, credo di avere bisogno. Meglio balbettare ma parlare, o stare zitti per paura di essere presi per il culo? Ciascuno si risponda come crede. Che la figura del martire, poi, non faccia bene a nessuno, siamo tutti d’accordo.
    Secondo me il corto circuito sta proprio qui. Bisogna difendere Saviano sempre e comunque, anche se questo significa difendere uno scrittore che scrive male, perché affondarlo vorrebbe dire causare un danno ancora più grave alla nostra già precaria letteratura. E’ un bel paradosso. L’idea del letterato militante ci piace e non vogliamo rinunciarvi, a qualunque costo.
    Non credo c’entri molto il tuo discorso finale sull'”Itaglianità”. Se Saviano scrive male e il lettore non se ne accorge (e mi ci metto pure io) è perché le debolezze di entrambi vanno a braccetto. Fatico ad immaginare un Saviano che, dopo la stesura finale, passa due mesi ad inserire errori e piccoli refusi, riveda la sua sintassi per sbagliare i congiuntivi ecc., per poi consegnare il suo libro all’editore e dire: “Prendete e pubblicate! Non cambiate nulla perché ciò risponde alla necessità di arrivare al lettore, perché io lo conosco e so come parla!”
    E’ molto più preoccupante un Saviano che scrive e che presenta compiaciuto la sua opera ad un editore che lo fa arrivare nelle librerie saltando tutto quell’iter di correzione, limatura e aggiustamento. Come un profeta che trasmette la parola del suo dio.
    Concludo, anche se il mio commento non ha aggiunto nulla al tuo post, confessando che avevo apprezzato l’uso ambiguo della prima persona che sì generava quella sorta di ambiguità sintattica tra l’io narrante, l’io autore e l’io reale, ma che restituiva una forte carica emotiva alla lettura. Leggere di un io che è allo stesso tempo protagonista e spettatore di ciò che accade, dell’autore reale inserito nella finzione, era un espediente interessante, soprattutto per il genere ibrido tra cronaca e romanzo di Saviano.

    • è un problema, innanzitutto di saviano, che la critica ed il pubblico non siano in grado di scindere l’autore dall'”eroe civile”. e credo che bene o male questa sia una condanna che lo scrittore si porterà dietro nella tomba, anche perché in un certo senso se l’è pure voluta se si prendono in considerazione certi suoi atteggiamenti. ma ognuno è libero di agire meritandosi sempre un giudizio lucido ed obiettivo e in molti casi con saviano in italia è impossibile.
      poi non credo nemmeno io che saviano sbagli apposta, anzi, un motivo in più per rimanere sbigottiti di fronte allo strano fenomeno della mancata correzione dei correttori, che non è un gioco di parole ma la verità. ed è questo un fatto che può far riflettere circa lo stato della nostra lingua, che sta mutando, oppure sulla qualità del pubblico, che recepisce tutto (mi ci metto dentro anch’io per carità) senza porre un adeguato filtro critico. ovvio che nessuno legge con la penna rossa in mano, ma se la lingua e le sue leggi sono divenute una questione di gusto allora è anche giusto che ognuno possa esprimere giudizi di questo tipo. e di non interpellare la politica anche quando si parla di letteratura, cosa che ahimé avviene sempre quando si parla di saviano.

  2. evviva questi pensieri. a me saviano piace come scrive…l’erezione che penzola…per me che sono donna non me ne sono accorta, c’è forse una specie di diniego che non me la fa neanche vedere, però sto ancora ridendo. saviano mi piace per l’effetto che fa nella totalità del testo, il fatto che ti tiene sulla pagina anche se parla di cose che magari, altrimenti non leggerei. aborro la sua santificazione, che anche a me fa sorgere mille domande, sempre, ma più di tutto mi stupisco quando lo si critica e si alza un’onda di groupies pronti a schierarsi al suo fianco a prescindere dalle sue parole. e questo non solo mi stupisce ma mi spaventa.

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