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Una ragazza down si laurea in Lettere. Perché non dire qualcosa di “politicamente scorretto”? Per esempio che si è trattato di un lavoro d’equipe, che non è vero che ogni persona affetta da sindrome di down è in grado di raggiungere certi risultati proprio perché non può godere delle agevolazioni e dell’assistenza adeguata. E che è inutile cercare di equiparare persone affette da handicap con qualsiasi altro essere umano. Al mondo siamo tutti quanti diversi e cercare di omologare qualsiasi persona a certi standard è da ipocriti. Se poi a tutto questo aggiungiamo il fatto che nessun giornale ha specificato che il padre della ragazza è docente della stessa Università in cui si è laureata ci si accorge che ancora una volta siamo caduti vittima della solita disinformazione. Ma a quale pro? Fare la figura dei buoni? No, dei fessi.

22 marzo 2011. Giusi Spagnolo, 26 anni, si laurea in Beni demoetnoantropologici alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo. Voto: 105 su 110. La notizia non sarebbe una notizia se Giusi Spagnolo non fosse affetta da sindrome di down, cosa che la rende la prima donna con questa patologia ad essersi laureata in Italia. Di cui il legittimo tam tam mediatico. La notizia viene rimbalzata su molte testate giornalistiche così come sul web. Ma al di là dei complimenti e della meraviglia, ora che sono passati un po’ di giorni, perché non dire qualcosa di politicamente scorretto?

Per esempio interrogarci sullo stato in cui versa l’Università Italiana. E magari soffermarci in special modo sull’efficienza degli atenei meridionali. Voglio dire, una ragazza down si è laureata a Palermo: leghisti & Co avrebbero pane per i loro denti. Ma non solo loro. Vogliamo forse dimenticarci delle frecciatine al ministro Gelmini ed al suo celeberrimo esame calabrese per avvocati? Stampa d’opposizione e i fan club di Travaglio tutti quanti a ribadire il medesimo concetto: al sud l’Università è un mercato del pesce. Ma non si tratta nemmeno di questo. L’interrogativo scorretto, anche piuttosto ingenuo e banale, lo stesso che un po’ tutti abbiamo pensato ma che non abbiamo osato esprimere una volta messi al correnti della notizia, è un altro. Come cavolo è possibile che una ragazza down sia riuscita a laurearsi e per di più con un voto di 105 su 110?

Risposta: perché Giusi Spagnolo ce l’ha fatta. Perché c’ha messo del suo: tenacia, impegno, forza di volontà. Perché è riuscita ad avere la meglio sui pregiudizi e gli svantaggi relativi alla sua condizione. Perché ha completato un complicato processo formativo pianificato per soccorrere le sue difficoltà. Ed anche perché al giorno d’oggi chiunque è in grado di laurearsi. Perché non dirlo? Sono queste affermazioni in contrasto tra loro? Neanche per sogno, poiché, pur senza nulla togliere ai meriti di Giusi, è un dato di fatto che al giorno d’oggi si laureano cani e porci. E se così non fosse l’Italia non dovrebbe far fronte ad un numero sempre crescente di laureati, dalla discutibile preparazione, che immancabilmente cozza contro quelle che sono le opportunità messe in campo dal mercato del lavoro. Ma queste sono le inevitabili conseguenze dell’Università di massa, un laureificio post-liceale scollato dalla realtà, tranne qualche caso, e poco altro.

Ma rimaniamo sul pezzo. Siamo certi che il caso di Giusi Spagnolo rappresenti, in qualche modo, una notizia in una qualche misura esemplare? Se andiamo ad approfondire ci si accorge di come si tratti di una realtà piuttosto singolare che di certo non si può applicare in altri casi. E lo apprendiamo dalle parole del padre:

«C’è dietro un lavoro di 26 anni, iniziato in famiglia e proseguito a scuola. Siamo stati fortunati perchè abbiamo sempre incontrato professori disponibili e strutture adeguate. Un lavoro di squadra che ha dimostrato come le persone con la sindrome di Down possano accedere ad alti standard di studio».

“Un lavoro di squadra”, dunque, com’era prevedibile che fosse. E quindi dove sta la notizia? Una studentessa viene seguita, passo dopo passo, fino al conseguimento della laurea. Un progetto che nulla ha a che vedere con il cammino formativo di qualsiasi altro studente italiano. Ma, lo ripeto, niente di così trascendentale. Dopotutto Giusi Spagnolo non è una studentessa come gli altri e nessuno si sarebbe aspettato un trattamento paritario. Se poi diciamo quello che nessun organo di stampa ha il coraggio di precisare, l’aspetto forse più controverso della vicenda, allora finalmente si potrà possedere il quadro completo: il padre di Giusi Spagnolo, Bernardo Spagnolo, è docente di Fisica della stessa Università. Che nessuno l’abbia detto, malgrado i giornali tendano spesso a precisare qualifiche personali, desta quantomeno uno sgradevole sospetto. Ma il lettore attento non si lascia comunque sfuggire i contorni della notizia. Giusi Spagnolo è riuscita a raggiungere il proprio traguardo perché le è stata data l’opportunità di lavorare come tutor all’interno della scuola elementare Montegrappa. Inoltre, sempre dalle parole del padre, apprendiamo che sua figlia ha goduto dell’appoggio di professori e strutture adeguate, oltre che della ludoteca comunale di Villa Garibaldi, dell’assistenza della dottoressa Romina Mancuso e del supporto del centro universitario per la disabilità. Ma lo ripeto ancora una volta, nulla di imprevedibile. La laurea di Giusi Spagnolo, relatore il Preside di Facoltà Mario Giacomarra, è quindi frutto di un lavoro d’equipe all’interno di un progetto di ricerca che, grazie ai mezzi messi a disposizione, è riuscito a dimostrare «che le persone con sindrome di Down possono accedere ad alti standard di studio».

Ma per giungere a questa conclusione c’è voluta una certa contestualizzazione, mentre la notizia era stata spacciata per buona anche se a metà: una ragazza affetta con la sindrome di down si è laureata, punto. Invece, come abbiamo visto, la realtà è un’altra: ci troviamo di fronte ad un caso del tutto eccezionale che di consuetudinario non ha pressoché nulla. Quindi ci si chiede perché sponsorizzare ciò che non esiste, ovvero l’opportunità di chiunque, anche se affetto da handicap, di “potercela fare”. Voglio dire, qui nessuno è nato ieri. Siamo davvero convinti che ogni persona affetta da sindrome di down possa raggiungere il traguardo di Giusi? Sì, se un simile lavoro d’equipe di cui sopra fosse a completa disposizione di tutti. È questa una realtà corrente e consuetudinaria? No. Tutte le persone affette da sindrome di down sono figli o figlie di docenti universitari? No. E quindi perché non dirlo con sincerità e presentare la notizia per quella che è?

Perché esiste una densa e stolida ipocrisia buonista ed assistenzialista che marcia contro la realtà dei fatti. Una sorta di mistificazione che vorrebbe negare ciò che ognuno può comprendere con i propri occhi. Ed è questo il mio vero bersaglio polemico. Il fatto che nessun organo di stampa abbia specificato la qualifica, e probabilmente anche il ruolo, del padre di Giusi (i sacerdoti della meritocrazia in questo caso hanno taciuto) testimonia il fatto che esiste un generalizzato sentimento che sfocia persino nell’idiozia.
Perché non dire la verità e fornire ai lettori tutti gli elementi della notizia? Nessuno si sarebbe scandalizzato
, anzi, si avrebbe comunque appreso una notizia per certi versi significativa senza doversi sorbire una certa fastidiosa patina di disinformazione. E invece no, si è ricorsi ad una velata mistificazione. E per dimostrare che cosa? Che ogni persona affetta da sindrome di down può arrivare alla laurea? E che magari la medesima persona possa concorrere ad impieghi professionali al pari di qualsiasi altro essere umano? Davvero è questa la posta in gioco? Ma voi affidereste i vostri risparmi ad una banca il cui dirigente è una persona affetta da sindrome di down? Andreste sotto i ferri di un chirurgo con il medesimo disturbo? Votereste un sindaco con lo stesso problema? O senza ricorrere ad esempi ridicoli, accettereste come insegnante di vostro figlio una persona affetta da sindrome di down? Perché è questo il desiderio espresso da Giusi in seguito alla sua laurea. Ebbene, coloro che hanno gioito in seguito alla notizia prendendola per buona così com’era in nome di un inconsapevole ed incondizionata solidarietà, sarebbero davvero disposte ad affidare la formazione del proprio bimbo ad una persona che soffre di simili disturbi?

Il punto è che negare l’esistenza di un problema non significa affatto risolverlo. E far finta di niente non rende il gobbo meno gobbo di prima… Va da sé che ritenere a tutti i costi certe persone affette da determinati patologie uguali a tutte le altre significa negare la realtà dei fatti. Un atteggiamento illogico, paradossale, quello ostentato dai soliti bonzi del buon pensiero, che tra le altre cose dimostra in più occasioni tutte le tipiche incoerenze di chi ha invece la coda di paglia. Una cosa è la parità dei diritti, l’assistenza, l’integrazione, la sensibilizzazione, altra cosa è cercare a tutti i costi di eliminare differenze oggettive ed innegabili attraverso bizzarri tentativi di omologazione conditi di confortanti falsità di comodo. Ma la nostra società non si deve preoccupare di omologare i diversi, poiché ognuno lo è rispetto a qualsiasi altro essere umano, ma di valorizzare le diversità e di riservare a chiunque un trattamento dignitoso. Cercare di negare le differenze e costringere qualsiasi essere umano a conformarsi a certi standard, anche quando non gli competono, è da ipocriti. Ed è anche, in un certo senso, pericoloso.

Ora non si tratta di sminuire i meriti di Giusi Spagnolo, né di mortificare il traguardo da lei raggiunto, importantissimo ed encomiabile, ma di completare la notizia con delle puntualizzazioni e delle riflessioni a mio modo di vedere doverose, se non altro per restituire alla medesima notizia una dimensione più consona ed obbiettiva. Inoltre è opportuno trattare certi dibattiti evitando la solita superficialità ed il buonismo acefalo che purtroppo, sempre più spesso, contraddistingue l’informazione e l’opinione pubblica. Per un fatto molto semplice. Questa non è Disneyland.

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9 thoughts on “Ragazza down laureata in Lettere: perché non dire qualcosa di “politicamente scorretto”?

  1. Occhio equipari il direttore all’insegnate il che è errato. Non la metteranno in banca all’ufficio al pubblico, ma al lavoro da me ci sono anche dei down, non fanno i direttori, non stanno al pubblico, ma lavorano. se una persona vince regolare concorso come impiegata o come insegnante la devi assumere, non avrebbe senso vincere un concorso. per diventare direttori o presidi in una scuola (che forse sono ruoli equipollenti direttore e preside) e per salire di ruolo esiste un consiglio che lo decide valutata l’esperienza. Per l’ordine dei medici un down non so se passerebbe i controlli sanitari, certo è che il medico ha oneri legali in caso di sbaglio e deve iscriversi ad un albo, quindi passando un regolare concorso, viene valutato se in regola coi requisiti. Ora che i figli dei professori ricevano piu assistenza in ateneo è vero. Dovremmo vietare l’iscrizione nello stesso ateneo, a monte, non lamentarcene dopo. Per le università al sud, non saprei… ma penso a quella maiala di sara tommasi che è uscita con 103 ad economia alla Bocconi….

  2. Non so se affiderei i miei risparmi o l’educazione di mio figlio a una persona down,ma di sicuro non li affiderei al signor bullado. Il livore che traspare da ogni parola,il rancore che sembra provare verso il l”università, l’idiosincrasia verso gli atenei del sud(o verso tutto il sud?) mi portano a pensare che per mio figlio, i miei risparmi e per tutto ciò che mi è caro, vorrei semplicemente una persona adeguata. E di sicuro non vorrei una persona palesemente frustrata, colma di preconcetti e con probabili forne di ipocefalea.

    • è da un po’ di anni che opero nel web e ho imparato a distinguere 3 tipologie di commenti sui blog:

      A) quelli competenti, che stanno sul pezzo, che si riferiscono ai contenuti dell’articolo, che possono ampliare/confutare la discussione. Positivi o negativi che siano, in ogni caso sono ben accetti;

      B) i commenti dei troll;

      C) i commenti che si scagliano contro la persona che ha scritto l’articolo, senza conoscerla o avere la benché minima idea di chi sia o cosa faccia nella vita, e senza aver nemmeno compreso ciò che viene riportato nell’articolo. Questi commenti sono spesso insultanti e gratuiti anche se alle volte tendono ad esibire un registro e un linguaggio non supportato da grandi capacità argomentative ed intellettive malgrado il commentatore faccia di tutto per dimostrare il contrario, forte di un’autistica cognizione onniscente e una grande considerazione di sé che gli impediscono di andare al di là dell’immagine deformata dell’autore dell’articolo che si è creato nella testa e che gli impedisce di scorgere le gravi lacune di comprensione, comunicative e linguistiche che dimostra nel pubblicare un commento che in questo modo arricchisce il dibattito del proprio irrilevante e non richiesto contributo.

      Ora, sig. Filippo, date le sue grandi abilità diagnostiche, le lascio indovinare qual è la categoria nella quale lei potrebbe rientrare a pieno titolo.

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