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L’Europa spadroneggia a discapito dei governi nazionali: occorre farsene una ragione. Un passaggio di sovranità felpato, un golpe silente che si è appropriato dei bilanci, delle leggi, delle Costituzioni dei paesi europei e dei nostri destini. I derby campanilistici della nostra politica sono niente in confronto agli incalcolabili soprusi dell’Europa. Forse è il caso di lasciar perdere le puttane di Arcore così come le bandierine tricolore da sventolare sotto il muso dei leghisti. E di sguinzagliare i nostri cani da guardia nelle stanze dei bottoni dei burocrati della Commissione Europea. A proposito, grazie Prodi.

Prima Parte: IL BUCO NERO. Impressioni post unitarie: la nausea del giorno dopo

Seconda Parte: IL BUCO NERO. L’esame della prostata: come l’Europa si diverte a…

Terza Parte: IL BUCO NERO. Colpo di Stato Europeo

– CONCLUSIONE –

Quanto detto finora (IL BUCO NERO: Prima Parte, Seconda Parte, Terza Parte) è un qualcosa di molto grave. Ma il paradosso è che si tratta di una realtà assolutamente somatizzata dalla società civile. Viene da chiedersi come mai visto che, a tutti gli effetti, siamo sottoposti ad un mutamento epocale estremamente controverso: un passaggio di potere senza precedenti. I singoli paesi dell’Unione Europea, Italia compresa, stanno perdendo la loro sovranità.
Ora va detto che una tale burocrazia europea, sovranazionale e preponderante, non la scopriamo mica adesso. In tutti questi anni è maturata una percezione del problema (Parlamento Europeo, Bruxelles, Banche Centrali… ma chi saprebbe spiegare il motivo della loro esistenza, il loro scopo, la loro funzione?) e cioè che altrove vi siano poteri che influenzino, più o meno, gli andamenti economici del nostro paese. Ma si tratta di un sentimento confuso, aleatorio, vago, che non crea quell’interesse invece calamitato dalle nostre volgari lotte di cortile. Agli occhi dell’opinione pubblica sembrano valere molto di più la politica interna, la giustizia, le bagarre parlamentari, anche se la realtà dei fatti è diametralmente opposta. Ma cosa succederebbe, per esempio, se si desse un’occhiata alle parole pronunciate da chi detiene in mano quel potere ondivago e sconosciuto?

Qualche tempo fa, Daniel Janssen, allora direttore della ERT (European Roundtable of Industrialists), una delle tre lobby finanziarie che controllano la Commissione Europea, ad una riunione della Commissione Trilaterale (praticamente uno degli organi di potere più influenti al mondo che dal 1973 si riunisce per determinare su scala globale le linee guida che caratterizzeranno le politiche economiche continentali e non solo) si espresse in questo modo:

«Da una parte stiamo riducendo il potere dello Stato e del settore pubblico in generale attraverso le privatizzazioni e la deregulation… Dall’altra stiamo trasferendo molti dei poteri delle nazioni a una struttura più moderna a livello europeo [la Commissione, nda]… che aiuta i business internazionali come il nostro».

“I business internazionali come il nostro”. Le sorti dei singoli Stati diventano quindi la variabile dipendente in un sistema che adotta le necessità di “certi business” rispetto all’interesse, ai bisogni, alle volontà delle singole nazioni e dei loro popoli. È importante rendersi conto della portata illiberale contenuta in affermazioni di questo genere.
2002. In un rapporto della ERT ritroviamo le stesse linee guida formalizzate dall’European Semester, a testimonianza di come certi dettami in realtà incidano in modo decisivo sulle decisioni dei nostri governi:

«Le implicazioni dei bilanci nazionali degli Stati devono essere esaminate dalla EU quando sono ancora a livello della pianificazione».

Esattamente come quanto detto in precedenza: ovvero quel sistema di controllo che prende il nome di Preventing Macroeconomic Imbalances secondo il quale questi organi di potere di cui sopra, composti da burocrati partoriti dal calderone della macroeconomia, non eletti da nessuno, hanno la precedenza nell’esaminare i nostri bilanci e nel determinare le nostre politiche rispetto ai nostri parlamenti. Un sistema di controllo, da una parte, e di repressione, dall’altra.
Queste le parole della lobby BE (Business Europe) in Commissione Europea nel giugno 2010:

«Noi chiediamo un meccanismo di imposizione delle sanzioni molto duro per assicurarsi l’obbedienzae un sistema di penalizzazioni in caso di ripetute disobbedienze… Chiediamo tagli alle spese [degli Stati, nda], e che siano riviste tutte le priorità dei governi».

Questo per rendere l’idea (ed il tono) di chi detta l’agenda delle politiche europee. Ecco che ora comprendiamo ciò che andava dicendo Tremonti quando parlava di “processo che porterà a un colossale trasferimento di sovranità… e politiche di bilancio ora non sono più nelle mani dei governi nazionali” (vedi Seconda Parte).
E perché nessuno fa qualcosa? Perché i diktat di queste determinate corporazioni economiche si sono trasferite, tramite l’avvallo dei trattati europei (all’insaputa della maggior parte dell’opinione pubblica), nei nostri codici legislativi. Sembra impossibile ma è la realtà. La parola magica in questione è Patto di Stabilità: quella camicia di forza che ci obbliga ad un deficit inferiore al 3% del PIL e a un debito non superiore al 60%. Una catastrofe economica come venne definita da Joseph Eugene Stiglitz e Paul Robin Krugman, entrambi Nobel dell’economia, e da studiosi economisti come Nouriel Roubini, Lee Hudson Teslik, Alain Parguez, dallo speculatore George Soros, da infiniti studi di macroeconomia, e persino dal Fondo Monetario Internazionale. Ma la Commissione Europea che fa? Vota questi decreti. Liberali, socialdemocratici, conservatori, non v’è alcuna differenza. In Parlamento Europeo, marzo 2010, qualsiasi schieramento si è elevato in difesa delle medesime politiche e dell’inasprimento del fantomatico Patto di Stabilità, deciso a tavolino da chi abbiamo visto.

Ricapitolando: l’Unione Europea è sottoposta ad un pericoloso gioco al massacro. I singoli Stati hanno perso la sovranità monetaria adottando l’euro che ci viene prestato da privati che ne determinano i tassi d’interesse. Oltre a ciò, anni ed anni di politiche economiche, da Maastricht al Trattato di Lisbona, sino agli ultimi provvedimenti che compongono il Preventing Macroeconomic Imbalances, hanno dato pieno potere a determinate cordate economiche e finanziarie di decidere i destini delle nazioni dell’Unione Europea tramite un sistema di controllo preventivo dei bilanci e di repressione: come abbiamo visto tagli, mancato versamento dei fondi europei, sanzioni, boicottaggio finanziario in grado di innescare catastrofiche reazioni a catena (inflazione, sfiducia dei mercati, drastico abbassamento del costo del lavoro, licenziamenti di massa, bancarotta di stato…). Questo gigantesco passaggio di sovranità, silente e felpato, anche se epocale, e questo costante ricatto economico, viene misteriosamente percepito dall’opinione pubblica con disinteresse, quasi si trattasse di una realtà estranea, lontana, che non ci appartiene più di tanto. Peccato che non è affatto così perché, come abbiamo visto, queste politiche determinano in modo predominante, più di qualsiasi provvedimento di governo, occupazione, tasse, mutui, costo della vita, e ancora spesa pubblica, servizi sociali, costo del lavoro, stipendi, pensioni, sanità, istruzione, e di conseguenza le nostre stesse vite. Dietro a sigle e provvedimenti semi-imperscrutabili, come European Semester o il celeberrimo Patto di Stabilità, si nascondono le esigenze di coloro che stilano la lista della spesa alla Commissione Europea, abili burocrati che negli anni sono stati in grado di inculcare al nostro sistema economico dogmi inviolabili che altro non sono che l’istituzionalizzazione e la legiferazione dei loro porci comodi. E questo grazie all’avvallo di qualsiasi forza politica.

I nostri destini sono quindi in mano ad entità che ci sfuggono. Siamo noi tutti in balia di speculazioni incalcolabili che ignoriamo (a cominciare dagli insospettabili custodi delle nostre virtù civili, Travaglio & Co), ladrocini che ci sottraggono diritti e salari, servizi sociali e debito. Cannibalizzazioni che nulla hanno a che vedere con le puttane di Arcore o le leggi ad personam di Berlusconi. E non sarà lo sventolio di un tricolore in piazza a salvarci da tutto ciò. Né tanto meno beniamini mediatici e sigle politiche che malgrado anni ed anni di malgoverno non sono riusciti nemmeno a costituire un’alternativa alla politica interna di questo paese, figuriamoci a quella estera.
Ora come ora urge riflettere su temi davvero fondamentali quali la sopravvivenza degli Stati nazionali (oggigiorno, alla luce di certi provvedimenti europei, hanno davvero ancora senso?) e della democrazia. O quanto più l’errata percezione che noi abbiamo della democrazia stessa, quella di stampo liberale, che noi difendiamo ed eleviamo a dogma, a sistema di gestione del potere inviolabile, ma che in sé non ha nulla di democratico né di liberale. Uno strumento di potere in mano ai “soliti ignoti” che si servono dei singoli Stati nazionali, e dei loro ridicoli governi, come paraventi legittimanti nei quali far ricadere le responsabilità agli occhi dell’opinione pubblica.

Ricollegandomi a quanto espresso nella Prima Parte di questo excursus, nella quale si faceva riferimento alla commemorazione dei nostri primi 150 anni d’Italia, varrebbe la pena ribadire che con ogni probabilità, al giorno d’oggi, un vero spirito patriottico non si esprime in un più o meno vuoto conformismo al sapor di tricolore, ma nella denuncia di questo colpo di stato sovranazionale e di questa sottaciuta perdita di potere di quelle istituzioni che noi riteniamo essere le vere fonti di potere. Se si ignorano questi passaggi storici fondamentali qualsiasi altra rievocazione è inutile. Qualsiasi nostra diatriba su Costituzioni e leggi, unità e secessionismo, spirito d’appartenenza e autonomia, sono vane.

In poche parole, che senso ha celebrare una nazione senza sovranità legislativa, economica e monetaria, oltre che un esercito indipendente e/o autosufficiente (e lo vediamo in questi giorni in quello che sta succedendo in Libia: un gigantesco pasticciaccio internazionale)? Quanto alla maturità e al valore civile del proprio popolo sarebbe da stendere un velo pietoso. Per non parlare della sua classe dirigente. Ma come abbiamo visto, checché ne dicano i nostri ben pagati catastrofisti di provincia, non si tratta solamente di un caso italiano. Questa è, sfortunatamente, una realtà condivisa anche dagli altri paesi membri della Comunità Europea. Andate a chiederlo alla Grecia, all’Irlanda, alla Spagna e al Portogallo. Ma anche alla Germania, spesso eletta a pilastro dell’economia europea, la quale ha dovuto subire negli ultimi 10 anni il crollo dei salari del 50% rispetto alla media europea. Quindi nessuno è risparmiato.

Oggigiorno gli Stati nazionali appaiono sempre più come dei meri involucri burocratici sostenuti da costrutti retorici e da una classe politica per lo più ininfluente ed intercambiabile. Da una parte scartoffie (costituzioni e codici legislativi che nulla possono di fronte ai decreti europei), dall’altra propaganda (contese politiche ed ideologiche, difesa dei valori nazionali, rievocazioni patriottiche, ecc…). Nel mezzo la massa, vittima e nel contempo carnefice di se stessa con la propria indolenza.
È su questo che varrebbe la pena dibattere, informare, creare sensibilizzazione. Su questo varrebbe la pena sentire che cosa ne pensa la gente. Ma sia Vespa che Santoro tacciono. Tv di stato e concorrenza, informazione e controinformazione, governo ed opposizione: il solito silenzio. E di sottofondo, l’Inno di Mameli, distante ed ovattato, che di fronte a tutto ciò fa giustamente la figura di una ridicola fanfara.

FINE

Prima Parte: IL BUCO NERO. Impressioni post unitarie: la nausea del giorno dopo

Seconda Parte: IL BUCO NERO. L’esame della prostata: come l’Europa si diverte a…

Terza Parte: IL BUCO NERO. Colpo di Stato Europe

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4 thoughts on “IL BUCO NERO (Conclusione). Che fine ha fatto la democrazia?

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