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Dopo la sbronza eroica delle estenuanti maratone televisive vale la pena dire qualcosa di veramente attuale. Anacronismi, prosopopee e derby campanilisti ora devono lasciar spazio a dibattiti più seri. Per esempio discutere su sovranità e futuro delle nazioni, compresa la nostra, sotto la morsa dei poteri centrali. Ragionare su questioni concrete: moneta, economia, leggi, informazione. Altrimenti l’ebbrezza ci porterà alla tomba. Il pensiero va sempre lì: agli sciacallaggi a cui stiamo andando incontro.

Ora che l’Inno di Mameli s’è taciuto come una trombetta sfiatata, l’Europa ricomincia a rosicchiarci i calcagni. Ma nessuno ne parla o ne parlerà. Io ci provo, ma nel frattempo il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia (in realtà il puzzle venne riunito qualche tempo dopo) si lascia dietro uno strascico di polemiche, valutazioni ed editoriali. Ma io non ne posso più. Perché io, da cittadino italiano, non devo avere il problema della Lega e dei suoi mal di pancia. E non posso nemmeno svegliarmi la mattina con l’imperativo paranoico del tricolore sul groppone. Non voglio partecipare o assistere al rincoglionimento mediatico che qualcuno confonde con il patriottismo e soprattutto non sono disposto a prendere parte a questo giochetto demente tra campanilisti e rivisitazionisti. In una vera democrazia, in un paese vero, non è possibile che si debba morire affogati sotto i colpi di un simile tsunami di iniquità.

Garibaldi bruciato fuori da una discoteca capace di monopolizzare i palinsesti; i revisionismi storici dell’ultim’ora; la nostalgia austroungarica dei leghisti; Baudo e Vespa valletti della Loren assisa su un trono per fare dell’amarcord gratuito a gente che non arriva a fine mese; Ferrara in prima serata che dà dell’eroe italiano a Bossi perché ha saputo convertire un partito secessionista a pilastro di governo; e poi le celebrazioni di rito; Napolitano; i fischi a Berlusconi; il Nabucco del maestro Muti; i discorsi di La Russa; il Trota che se ne va al bar durante l’inno che diventa un problema di stato; la gente che sventola il tricolore per la strada con il prosciutto sugli occhi… Devo continuare? Come cittadino italiano, che si riconosce come tale, mi deve essere riconosciuta la possibilità di smarcarmi da tutto questo. Dall’arroganza e dalla protervia di questa paccottiglia totalizzante e fascista. E di farlo con disinvoltura, senza imbarazzo, e senza subire l’attacco di chi al contrario in un certo fango ci sguazza a proprio agio. Se non viene riconosciuto questo diritto significa che le celebrazioni per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia non sono state altro che il pretesto per riaffermare la più grave egemonia che si possa immaginare. Più pericolosa di altri vent’anni di governo Berlusconi. Peggiore di qualsiasi secessione. L’apogeo del nulla.

Ma l’aspetto più sconfortante di tutto questo è che c’era da aspettarselo. Era scontato che si sarebbe arrivati a questo punto. Ditemelo voi. È o non è terrificante questa cosa?

Tanto per essere chiari: questo chiamarsi fuori non è snobismo. Ma passerei da stronzo anche affermando che il mio punto di vista è l’unico e sacrosanto. In realtà si tratta di scegliere anche se troppe volte si crede di non avere scelta. Proprio perché “è il regime che ce lo impedisce”. Ma non quello fascio-catodico di un Cavaliere infoiato con le minorenni, bensì quello nella nostra testa. La dittatura della nostra ignoranza. Perché al giorno d’oggi si decide di non sapere. L’inconsapevolezza è una scelta.
Ma, andando al sodo, di che cosa sto parlando? Del nostro futuro, poiché, dopo esserci sobillati per giorni discorsi sul nostro passato, all’indomani del 150esimo anniversario dell’Italia, sarebbe opportuno guardare in avanti.
Ma le prospettive non sono affatto rosee…

CONTINUA…

Seconda Parte: IL BUCO NERO. L’esame della prostata: come l’Europa si diverte a…

Terza Parte: IL BUCO NERO. Colpo di Stato Europeo

Conclusione: IL BUCO NERO. Che fine ha fatto la democrazia?

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