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1861-2011. 150 anni di “primati”, ma nel senso di scimmie. Mentre i primati, nel senso di eccellenze, il nostro paese li ha persi da tempo. Perché l’Italia ha dato storicamente il meglio di sé ai tempi di Dante & Co fino a Manzoni, quando cioè l’Italia non era ancora Italia. Dal tricolore in poi solo una parabola discendente: tanti ricordi, tanti rimpianti, retorica a bizzeffe e Pippo Baudo. Ma guai a dirlo ad alta voce. O Napolitano s’incazza.

L’Italia dei suoi primi 150 anni è l’Italia dei primati. Primati nel senso di scimmie, non record. Anche se un record, in realtà, in questi ultimi giorni, lo staremmo meritando appieno, e cioè quello del chiasso e della retorica. Da una parte un dibattito indebitamente popolato da miti fondanti, classe politica, storici, storici ignoranti, opinionisti tv e leghisti (una guerra di rane e di topi che per lo più si arrovellano su un giorno di ferie), dall’altra un’Italia con l’acqua alla gola che per risollevare la testa, ma più che altro per dare una scossa alla propria autostima, deve come al solito rinfocolare i soliti miti. Peccato che Dante, Petrarca e Boccaccio, Leonardo, Michelangelo e Raffaello non siano italiani. Così come la poesia stilnovista, il Rinascimento e prima ancora la scuola siciliana. La stessa cosa vale per i grandi artisti ed architetti del Barocco ed il Neoclassico. Persino Foscolo, Leopardi e Manzoni non erano italiani… Rimango quindi un poco perplesso quando, a maggior ragione ora che si parla appunto di Italia unitaria e quindi di un determinato frangente storico, si tirano in ballo personalità del passato e passate stagioni che fanno parte di un’Italia, al contrario, pre-unitaria. E quindi di un’Italia degli staterelli, dei comuni, dei borghi, delle città-stato, delle repubbliche marinare, dei granducati, dei feudetti, delle piccole-grandi enclavi… insomma, tutto fuorché l’Italia. E cioè un risiko di autonomie formicolanti, nemmeno unite da una lingua ma dai confini geografici di una penisola alla mercé delle grandi potenze. E quindi, se non si fosse ancora capito, il Tasso e l’Ariosto, Botticelli e Caravaggio non erano italiani. Non lo erano neppure Bembo e Machiavelli, Paolo Uccello, Piero della Francesca e prima ancora Giotto e Cavalcanti. Galileo, Goldoni, Parini, Tiziano, Tiepolo, Canova, idem. Ma direi di farla finita con la lista della spesa. Quel che mi preme è esprimere un concetto piuttosto elementare anche se, in un certo senso, straniante: l’Italia ha dato il meglio di sé quando ancora non lo era.

Naturalmente parlo di primati veri, di glorie eterne, immutabili ed incontestabili, realtà che fanno storicamente parte di una stagione anteriore allo spartiacque del 1861. Da lì in poi è tutta un’altra storia (ci torno in seguito). Ma allora perché questo generalizzato malcostume? Perché confondere il trapassato remoto con il passato prossimo in un minestrone di ignoranza storica? E perché rigirare la frittata svendendo i grandi di un mondo perduto nei saldi di un patriottismo nazionalpopolare clamorosamente posticcio? In questo modo non si fa altro che alimentare un equivoco paradossale, oltre che dimostrare che noi italiani, ubriachi di qualunquismi e luoghi comuni, siamo i primi a non conoscere quella storia che ora, di riffa o di raffa, vogliamo nobilitare anche tirando per i capelli exempla lontani secoli dal tricolore. Forse perché la storia dell’Italia post-unitaria non ci ha regalato molte soddisfazioni. Forse perché intimamente siamo coscienti che l’Italia dei veri primati appartiene all’era dello “spezzatino”. Uno stivale di terra diviso in mille lingue, dialetti, culture, identità, guerre e rivalità. Un’appendice d’Europa circondata dal Mediterraneo, separata dal continente dalle Alpi, cannibalizzata dalle potenze straniere ogni tre per due. Un angolo di mondo senza bandiere e capitali, condottieri statuari e santini patriottici pronti a finire nella toponomastica, che malgrado l’infitesimale peso politico, ad eccezione di qualche monarchia e del papa, è stato in grado di “indicare”, di essere faro della cultura occidentale. Un miracolo.
Guarda caso, da quando l’Italia è diventata Italia, questo primato lo abbiamo perso per strada. Come a voler dire: in cambio del tricolore abbiamo guadagnato l’anonimato, Pippo Baudo e tonnellate di retorica.

Lo so, la sto sparando grossa. Il nostro paese è riuscito ad esprimere eccellenze culturalmente rilevanti anche in seguito all’unità. Basti pensare a certe firme, alle avanguardie, ad una stagione intellettuale anche piuttosto fiorente. L’Italia ha partorito premi Nobel, artisti impareggiabili, cineasti e personalità mirabili in ogni campo dello scibile umano. Tuttavia è il computo complessivo a lasciare ugualmente perplessi, ovvero il risultato finale di questi ultimi 150 anni d’Italia. Due guerre mondiali, condotte male, con in mezzo il fascismo. Da Piazzale Loreto in poi si ha come l’impressione che l’Italia, ma soprattutto gli italiani, abbiano perso nervo. In seguito vi è stata la Dc, con il suo monopartitismo, l’immobilismo e l’egemonia di una cultura ipocrita e censoria. Correndo fino ai tempi nostri abbiamo perso la sovranità monetaria, abbiamo divaricato il debito pubblico e non siamo più stati in grado di competere con le realtà accademiche delle altre nazioni. Tutto questo passando per vari terrorismi, rivoluzioni farlocche, evanescenti colpi di stato, stragismi, scandali, disoccupazione e dissesti idrogeologici. Politicamente ed economicamente parlando siamo tornati a contare meno di zero e ad essere un paese di migranti. Mentre all’estero rimaniamo la barzelletta di sempre…
A ben vedere l’unica eccellenza che siamo riusciti a valorizzare appieno è la mafia: dati alla mano il suo fatturato è in crescita dal dopoguerra in poi. O l’evasione fiscale. O ancora la corruzione. Nel frattempo quest’Italia si è resa complice dell’erosione dei suoi stessi diritti sociali, ha combattuto guerre fiancheggiando potenze militari “canaglia” e non è tuttora in grado di far fronte ad un problema come lo smaltimento dei rifiuti, i propri, che è costretta ad esportare (in questo siamo forti), magari illegalmente, come quelli tossici nascosti sotto il tappeto dell’Africa. Insomma, un’Italia incontinente e fraudolenta, moralmente trash ed intrallazzona, incapace persino di cambiarsi il pannolino.

Procedendo in questo modo, per sottrazione, ci rimarrebbe ben poco da celebrare. Le eccellenze di inizio secolo, ma anche quelle dell’immediato dopoguerra, sembrano non poter reggere il confronto con le ombre della nostra contemporaneità. Eppure negli anni del boom l’Italia aveva saputo dimostrarsi una potenza concorrenziale con le superpotenze in fatto di ricerca e produzione industriale. Ora il primato della tecnica è lontano anni luce e la Fiat, gigante dai piedi d’argilla, si dimostra più efficiente nei tagli che nella produzione di utili. E che ne è della nostra proverbiale creatività? Negli anni settanta l’Italia giaceva nell’Olimpo del design. Ora è il nord Europa a fare la parte del leone. Cinema, arte, letteratura: è da decenni che non abbiamo molto da dire in campo internazionale, salvo qualche sporadico successo individuale, tanto roboante quanto effimero. Qualcuno dirà: ma ci contendiamo con la Francia il primato dell’alta moda. Capirai. Ma è la sartoria d’alto bordo quello che conta davvero?
Questo per dire che l’Italia era riuscita a farsi valere anche in ambiti e discipline tipiche della modernità. Uno status che però non ha confermato nel tempo. Da qui le altisonanti prosopopee di cui sopra: per ritrovare un certo prestigio e vanità occorre scomodare i manuali ingialliti dal tempo, poiché l’Italia più che un produttore di cultura, come avveniva nel passato, appare al giorno d’oggi come una sorta di periferia o, al massimo, di una tappa turistica.

Il nostro paese aveva ospitato le capitali del pensiero occidentale. Ora non si può certamente dire la stessa cosa dei nostri centri più rinomati. Difficile individuare nelle nostre città d’arte, vedi Roma, Firenze e Venezia, qualcosa di più di una serie di bomboniere turistiche in pasto alle transumanze di massa. Roma cade a pezzi (Pompei, un po’ più a sud, cede in più punti). Firenze perde più di 1000 abitanti l’anno. Venezia è un cadavere decadente in preda all’acqua alta, sicuramente affascinante, ma sempre cadavere è. Quindi di che bearsi se contornati di ruderi che gli stranieri ci sottraggono con la luce dei flash, in nome di una morbosa bulimia voyeristica? “Fotografiamoci assieme, in ritrattini di gruppo kitsch, accanto alla Torre di Pisa, in Piazza San Marco, ai piedi del Colosseo, prima che tutto questo si tramuti in polvere”. Prima che gli italiani perdano anche quello per cui ora vengono, di tanto in tanto, menzionati. Gli stessi ruderi che noi stessi non siamo in grado di mantenere, preservare, valorizzare, ma che allo stesso modo ci beiamo di possedere.

Insomma, di tutta una serie di primati scippati dall’estero non ci rimane altro che la pasta e la pizza e quindi la nostra cucina, considerata, da quasi tutti, ma soprattutto da noi italiani, la migliore al mondo. Peccato che la globalizzazione stia distruggendo le nostre tipicità locali e che la nostra industria alimentare sia sempre più minacciata dalle produzioni che vengono dall’estero. L’esportazione sta soffrendo e nei nostri supermercati, checché ne dica la televisione, siamo sempre più invasi da prodotti che vengono dal terzo mondo e da colture intensive che sono fabbriche a cielo aperto di ogm. I Quattro Salti in Padella stanno stuprando le massaie italiane.
Quasi la stessa cosa vale per i vini. L’ingerenza del libero mercato, tra abbattimento dei prezzi e della qualità, sembra avere la meglio. E persino un derby eterno come quello tra Italia e Francia è sempre più minacciato da nuove realtà emergenti. Ma se anche ci rimanesse in mano il primato gastronomico, che farcene? La mozzarella potrà mai salvarci dalla crisi planetaria? Davvero dovremmo elevare l’amatriciana come garante del nostro tricolore?… Nemmeno il calcio non sembra volerci più dare una mano…

Naturalmente mi rendo conto di procedere per colpi di mannaia, forse impietosi ed esagerati. Il tono è sicuramente esasperato, più espressionistico che altro, tuttavia spero di riuscire a comunicare un concetto di fondo di gran lunga più genuino di un cinico disfattismo di comodo. E cioè denunciare una retorica che si inebria inopportunamente di antichi respiri fregiando l’Italia, questa Italia, di primati, eccellenze e memorie che non le appartengono e che non merita più. O peggio, che ha perso per strada. Un gioco pericoloso. Perché quest’Italia post-post-unitaria è l’Italia dei primati, ma primati nel senso di scimmie, a loro volta (passatemi il gioco di parole) scimmie dei primati di un’Italia pre o appena post-unitaria che fu.
Una retorica patriottica, così noiosamente nazionalista, e velatamente negazionista, come quella propinataci dai media, è solo mera propaganda, un paraocchi di cui dobbiamo fare a meno. Perché da quel lontano 17 marzo 1861 l’impressione è quella, grosso modo, di essere essere stati preda di un’inesorabile parabola discendente. Insomma, con tutto il bene che si può volere alla nostra storia recente ed ai suoi beneamini, io all’Italia altri 150 anni come questi non glieli auguro proprio per niente.

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