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La rivoluzione è un fantasma storico che l’Occidente recepisce come un mito positivo e come ora di ricreazione di massa con una propria funzione di sfogo sociale. Manifestazioni, cortei, girotondi, ma anche parapiglia e semirivolte di strada che non portano a nulla. Tutto serve per mantenere integro il sistema: la democrazia. Ecco perché da noi non si fa la rivoluzione, al contrario di quanto avviene altrove dove la democrazia non c’è. Cari paladini, non vi rimane che il ritornello retorico o la Marcia su Roma.

Continua da: Cari paladini, ma sta rivoluzione? (1/2)

Quindi le “rivoluzioni occidentali” hanno per lo più, a prescindere dai numeri, una funzione del tutto ludica. Esse servono a scaricare la tensione, per sgonfiare il malessere, fintanto che la massa non ha accumulato sufficiente umor nero per potersi sfogare un’altra volta. E state pur certi che un motivo per scatenare un nuovo ballo di San Vito verrà trovato. Di certo in Italia non mancano le ragioni per poter fare casino. Non con questa classe politica, questi giornali e questo popolo.  In tal caso esistono delle vere e proprie fabbriche di indignazione ed antagonismo civile che vengono incontro al “fabbisogno” dei cittadini. Maestranze mediatiche più o meno consapevoli, più o meno manovrate, che suppliscono alle coscienze individuali influendo sull’Io collettivo. Controinformazione, editoria, web ed un vero e proprio consorzio culturale che fa di tutto per promuovere logiche di questo tipo (vedi campagne di sensibilizzazione, firme, appelli, convocazioni, sfilate, manifestazioni di solidarietà, ecc…). Una maestranza intellettuale che funge da vero e proprio gatekeeper. Le “rivoluzioni settimanali di piazza” costituiscono quindi una funzione sociale fondamentale. Si tratta di una sorta di masturbazione, o di rito collettivo (leggi anche esorcismo sociale) poiché la democrazia ha bisogno dell’illusione della libertà anche quando la si denuncia. Perché come esiste una stolida parvenza di giustizia (lobotomia o indifferenza) vi è anche l’opposto, ovvero la paranoia (ribellione a tutti i costi). Uno stato di agitazione più o meno costante o lunatico che non prende quasi mai la dimensione di un fenomeno in grado di cambiare lo status quo.

Quello che è interessante sottolineare è che la demonizzazione della rivoluzione derivata dal semplice computo storico è stata al giorno d’oggi superata. Ora si tratta di un concetto positivo e spesso anelato come qualsiasi altro oggetto del desiderio di una collettività tipicamente votata al consumismo. La rivoluzione aleggia quindi sulla nostra società alla stregua di un mito catodico, con tanto di slogan e vendita di gadget, che si concreta in tarantolanti tarantelle. La sua è una presenza sempre più consistente ed ammorbante. E non solo per le ragioni finora enucleate, ma anche per un fatto pragmatico ed oggettivo. “Rivoluzione” è una parola grossa ma usata con troppa facilità. Inoltre esprime un concetto oscuro ed inquietante e cioè un salto nel buio. Lo stato di insofferenza ci porta a trarre conclusioni facili, a sparate nel mucchio, a boutade prive di logica che passano sopra a questioni al contrario essenziali. Ma abbiamo una vaga idea di cosa significhi fare la rivoluzione? Quali sono o potrebbero essere i prezzi e le conseguenze?

Naturalmente vi sono delle contingenze non indifferenti che sponsorizzano un tale rebranding del concetto di rivoluzione. E mi riferisco ancora una volta a ciò che sta accadendo al di là del Mediterraneo. A tutto ciò va accompagnato un disfattismo patrio di etichetta secondo il quale staremmo versando in una situazione peggiore del Burundi. Significativa la battuta che intercorre ultimamente: siamo l’unico paese del Nord Africa a non esserci ancora ribellati. Oltre alla gag c’è di più. Il luogo comune dell’Italia illiberale, il vittimismo patologico ma soprattutto il cinismo nel considerare all’acqua di rose la violenza, le morti, il sangue, le sofferenze, e quindi quel prezzo umano che i paesi del Maghreb stanno pagando per conquistare… la loro libertà? Il punto sta in questo punto interrogativo. Chi giurerebbe che quanto stia accadendo in quei paesi comporterà ad un miglioramento del loro status? E soprattutto, a quale prezzo? Chi ci può dire che i popoli del Maghreb stiano effettivamente conquistando la libertà piuttosto che dando il proprio futuro in mano a logiche capitaliste e diplomatiche decise altrove? Già si parla della lunga ombra della Nato, di politiche energetiche, petrolio ed interventi miliari. E che dire delle leadership che potrebbero guidare questi paesi all’indomani dei rispettivi colpi di stato? L’Occidente rimarrà a guardare una nazione darsi un ordinamento secondo le proprie esigenze? Basterebbe  un’occhiata alla cartina geografica o una veloce scorsa ad un libro di storia per alimentare giusto qualche dubbio. Ma questo i paladini di casa nostra lo sanno? Lo pensano? Lo capiscono? Ma nel dubbio farebbero volentieri a cambio con la Tunisia.

Tiziano Terzani diceva: «Le rivoluzioni costano carissime, richiedono immensi sacrifici e perlopiù finiscono in spaventose delusioni». E che le conseguenze di una rivoluzione non producano sistematicamente degli effetti positivi lo dice pure Camus: «Tutte le rivoluzioni moderne hanno avuto per risultato un rafforzamento del potere statale» e lo segue a ruota Kafka, il quale non è uno che usa mezzi termini: «Ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia».

Il concetto di fondo mi sembra piuttosto chiaro. Le rivoluzioni non sempre, anzi spesso, non conducono al paradiso. Non lo è stato nemmeno per la Rivoluzione Francese, avvenimento che nessuno al giorno d’oggi metterebbe in discussione per la sua portata storica. Eppure appena fu dimessa la ghigliottina la Francia si svegliò con Napoleone al trono. In Italia subì una sorta di rivoluzione quando subì, anzi, accettò, l’ascesa al potere del fascismo e fu teatro di una seconda rivoluzione nell’ultimo scampolo di conflitto mondiale. In quel caso si ebbe una vera e propria guerra civile che insanguinò il nostro suolo, già di per sé disastrato, per un’ulteriore ventina di mesi. Poi arrivarono gli americani a mettere in chiaro la situazione. Un secondo tentativo si verificò qualche decennio più tardi. Contestazioni ovunque, rivendicazioni civili, mobilitazioni, ideali, belle speranze, magnifica stagione artistica, tutto quello che volete, ma si sfiorò il colpo di stato e si subì il terrorismo, lo stragismo e lo squadrismo. Ora siamo nell’era delle giostrine, delle rivoluzioni ludiche da cortiletto. Si scende in piazza o si va in internet o tutt’al più si trasferisce la lotta nella carta stampata (nessuno ha notato il progressivo inasprimento del linguaggio giornalistico? e che dire di quello televisivo?) e solo raramente nelle strade. In poche parole siamo arrivati al punto che la parola “rivoluzione” è divenuta sinonimo di gioco, e nel caso della rete, di un “videogame interattivo”. I canali di sfogo si sono quindi moltiplicati. Le strade e le piazze sono diventate un’opzione tra le tante disponibili nel “mercato della protesta”.

Ora non vorrei che venissi frainteso. Qui non si tratta di disprezzare, sottovalutare o addirittura snobbare quanto sta avvenendo in  Italia, ma di constatare una vera e propria anomalia: da una parte il malcontento crescente, dall’altra lo status quo che non cambia di una virgola proprio per il forte ascendente della fabbrica della “ricreazione antagonista”. Uno scenario parossistico, ma fino ad un certo punto. In molti si sono espressi in disamine più o meno esatte sul perché in Italia non è possibile fare la rivoluzione. Ma a me sembra che le ragioni più plausibili, tra le tante, siano tutto sommato due, le medesime che Massimo Fini ha sviscerato con la solita schiettezza in un articolo del Fatto Quotidiano, un giornale in voga, guarda un po’, tra i rivoluzionari del bunga-bunga. Egli scrive:

«In questo Paese il più pulito ha la rogna». Sottoscrivo. «Quasi tutti hanno delle magagne nascoste, magari veniali, ma ce l’hanno. Non che sia gente in partenza disonesta. Ma, com’è noto, la mela marcia scaccia quella buona. Se “così fan tutti”, tanto vale che lo faccia anch’io. Così ragiona il cittadino. Per resistere a quel “tanto vale” ci vuole una corazza morale da santo o da martire o da masochista».

Quindi chi è senza peccato scagli la prima pietra. Un principio secondo il quale viene a cadere l’alibi dell’esorcismo sociale: scendo in piazza e sono pulito. Non è così. I distinguo non servono a nulla quando il malcostume è plebiscitario. Poiché non è tanto quello che si fa per ostentare l’esistenza di un pensiero antagonista ma quello che non si fa per contrastare lo status quo. Inoltre, dietro ai cortei dell’Italia dell’eccellenza morale, vi è il solito strascico di coda di paglia. Massimo Fini poi continua:

«La seconda ragione sta in una mancanza di vitalità». Il giornalista auspica una “sana rivolta violenta ma non armata di due giorni” sulla falsa riga di quella tunisina. Certo, ci potranno essere dei morti, ma occorre tirar fuori i cosiddetti. Tuttavia ciò che è veramente interessante viene poco dopo: «Ma in Tunisia l’età media è di 32 anni, da noi di 43. Siamo vecchi, siamo rassegnati». Ed è questo il punto.

Il problema è che la nostra gioventù, anche se ha maturato una certa sensibilità civile rispetto al passato, è spesso preda di un ideale di rivoluzione pop, ricreativa, autoassolutoria, come detto in precedenza. Ci vorrebbe solamente una crisi economica feroce, cupa, ancora più dura della presente, quindi la fame per milioni di persone, per poterci smuovere. Nel frattempo la retorica rivoluzionaria continuerà a non darci scampo.

Insomma, tutti questi mesi a rimirarci l’ombelico, a chiacchierarci attorno, a piangersi addosso, ma gira e rigira, di bunga-bunga in bunga-bunga, dal fronte rumoroso dei paladini italiani solo qualche coriandolo. Mai visto nulla di così effervescente ed evanescente allo stesso tempo. Inutile aggiungere quanto questa retorica cominci a sfociare nello stucchevole, per tutte le ragioni che ho già descritto. Il fatto è che, come sempre, si tirano in ballo argomenti e categorie assolutamente al di là dalla portata della maggior parte di coloro che partecipano a certe manifestazioni, a confermare il fatto che la natura del consenso di certi fenomeni è assolutamente inappropriata se rapportata all’importanza delle tematiche sollevate da un dibattito ahimé pervertito da molta ingenuità. Ad osservare con il giusto distacco ci si accorge di come si abbia a che fare con un comportamento di massa piuttosto bambinesco, a tratti grottesco nella misura in cui è possibile accorgersi, senza nemmeno scavare più di tanto, delle numerose contraddizioni ideologiche, della scarsezza di argomentazioni, delle cadute di stile, della mancanza di sostanza e consapevolezza intrinseche ai movimenti di protesta. Come se non bastasse tocca infatti imbatterci sulle modalità di espressione. Quindi oltre al “cosa” anche il “come” e cioè prassi abitudinarie, automatismi acefali, consuetudini mediocri. Ennesimo aspetto che ci dovrebbe far riflettere circa il fatto che ciò che abitualmente riteniamo per “ribellione”, “dissenso”, “risveglio civile” in realtà non sono altro che forme di conformismo e di consumo, con tutte le derive kitsch del caso.

Ad ogni modo, siamo, appunto, in democrazia. Ognuno è libero di cuocere nel proprio brodo. E se nel nostro paese è maturato un popolo di paladini che abbia il coraggio di prendere in mano il futuro di tutti in nome di una pretesa bontà morale (alla faccia della democrazia), ebbene che si metta pure in marcia, purché la si finisca con l’onanismo retorico, la demagogia, l’elucubrazione infinita e reiterata di un disco rotto in heavy rotation. Ebbene fatevela questa rivoluzione. Passate alla pratica che di teoria ne abbiamo piene le scatole. Se questo governo non vi piace, se credete che non solo Berlusconi ma che l’intera classe politica sia andata a puttane, insomma, se Roma è marcia, perché rimandare la marcia su Roma?
Mi sembra già di udir riecheggiare il canto dei nostri paladini cadenzato dal rumore degli scarponi: “Boia chi molla!”.

Prima parte: qui

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One thought on “Cari paladini, ma sta rivoluzione? (2/2)

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