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La rivoluzione ai tempi della democrazia e del consumismo è un mito catodico, una tiritera retorica in bocca a cittadini che si distinguono più per l’ego autoassolutorio che per le proprie imprese. Tuttavia non si fa altro che agognarla con fare isterico e paranoico, ammirando ed invidiando le pene subite dai popoli che dolorosamente si stanno conquistando una libertà facilmente cannibalizzabile dai noi Occidentali. Che abbiamo talmente tanta voglia di libertà da prenderci anche quella degli altri.

Mario Monicelli si gettava dalla finestra il 29 novembre 2010. Non che la sua morte abbia segnato alcunché ma da quel giorno in poi è stato dato il “la” ad uno dei fenomeni retorici più pervasivi e nello stesso tempo inutili degli ultimi tempi. Il caso volle che in quel tempo si stesse movimentando il dissenso studentesco: la Riforma Universitaria era alle porte. In più aggiungici le lotte sindacali, Marchionne, la Fiom, eccetera. Oltre a tutto questo un fenomeno mediatico non indifferente, il programma di Saviano, Vieni via con me, boom assoluto di telespettatori. Insomma, l’apogeo dello spirito antagonista italiano nell’ultimo anelito dell’anno del bunga-bunga. Ma che c’entra Monicelli? Beh, il giovane-vecchio cineasta, notoriamente vetero-comunista, nel settembre aveva rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista a Micromega:

«Ci vorrebbe un’altra rivoluzione. Ma chi potrebbe farla? Mi dispiace, ma nei giovani di oggi non ho alcuna fiducia. Sono degli imbelli, non amano combattere e tanto meno rischiare».

E quindi, detto fatto. Studenti che occupano le università, studenti sopra i tetti dei palazzi, studenti tra i binari dei treni. I giovani nel corteo sfilano con il cartello: Mario guarda: stiamo facendo la rivoluzione. E rivoluzione sia. Da quel giorno in poi non si è parlato d’altro.

Morale della favola? Il Ddl Gelmini passa, Marchionne vince e Berlusconi regge. Oltre a tutto questo le immagini di macchine incendiate, sanpietrini volanti e falangi di poliziotti contro la meglio gioventù di questo paese. Naturalmente qualche giornale, sprezzante dell’umana intelligenza, si era nel frattempo lanciato in ignorantissimi paragoni, citando il ’68, una sorta di ufo della memoria italiana, ciclicamente tirato fuori dalla soffitta dei ricordi per riempire qualche titolo e per gonfiare il cuore di qualche tonto. Ma non vi fu, com’era ovvio che fosse, nessun ’68. Tuttavia non si trattò nemmeno di una passeggiata di salute. Malgrado la grossa agitazione, e per quanto nobili fossero le motivazioni, l’ondata dicembrina portò ad un bel nulla di fatto. E non è la prima volta. Ricordate i tumulti degli anni passati? Non sono stati pochi. Tra manifestazioni studentesche e sindacali, cobas, marce per la pace, mobilitazioni politiche, rivendicazioni di diritti, denuncie di malcostumi, fiaccolate antimafia, cortei giustizialisti e baracconate antiberlusconiane c’è solo l’imbarazzo della scelta. Chi al giorno d’oggi si lamenta che l’Italia è un paese indolente verso certe tematiche o è uno scemo, o non ha memoria, o ha il prosciutto sugli occhi. Sto parlando di fenomeni che si verificano in modo del tutto fisiologico nel giro di qualche tempo, incalzati, naturalmente, dalle cronache politiche. L’impressione è che la gente che reclama a tutti i costi la rivoluzione si dimentichi di come la domenica in piazza stia diventando un vero e proprio sport nazionale, anzi, per la prima volta dopo tanti anni, un fenomeno di massa, tra V-Day, No Cav, Popolo Viola, concerti, girotondi, petizioni, occupazioni, sfilate, cortei, sit-in eccetera, eccetera. L’ultimo, in ordine di tempo, la rivolta delle donne. Anche in questo caso successo di affluenza, grande tam tam mediatico. Ma poi?

Ora io credo che il lettore intelligente abbia già capito dove voglia andare a parare. La questione è molto semplice: le rivoluzioni in Occidente sono quasi settimanali, tutt’al più mensili, e sono per la quasi totalità completamente inutili. Alt. So a cosa state pensando. “Quelle non sono affatto rivoluzioni, ma scaramucce”. Vero. Anzi, io direi addirittura, per certi casi, delle vere e proprie carnevalate, mentre le rivoluzioni, quelle vere, vengono portate avanti altrove. E lo vediamo in questi giorni in Libia. E prima della Libia era toccato all’Egitto. E prima ancora alla Tunisia. Quindi che cosa ne deduciamo? Che in Occidente il massimo che si possa fare è l’ora di ricreazione. Per una ragione molto semplice: siamo già in democrazia. La rivoluzione, checché ne possano pensare i paladini del buon pensiero italiano, non è per niente un atto democratico. Al contrario si tratta di un rovesciamento repentino e violento del potere, una sostituzione di una classe dominante per volere di un’altra emergente e prevaricante: in tutto questo non c’è proprio nulla di libertario.

«La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra»
Mao Tse-tung.

La rivoluzione evade quindi dalla democrazia ed è per questo che nelle democrazie di norma non si compie la rivoluzione, mentre avvengono in realtà con una diversa gestione del potere. Ad esempio nel Maghreb, in America Latina, in Africa, dove non hanno, per così dire (uso una formula ahimé orribile), “nulla da perdere”. Noi sì: la democrazia, appunto.

Ma la retorica rivoluzionaria di questi tempi si è impegnata nel dilazionare tiritere come queste: “non è vero. Noi non siamo più in democrazia. Il nostro è un regime vero e proprio”. Eccetera, eccetera, eccetera. Con le persone che la pensano in questo modo occorre avere pazienza. Ed il sottoscritto, stranamente, di questi tempi ne ha molta. Malgrado l’Italia e l’Occidente stiano attraversando un periodo di inasprimento del potere (classe politica arroccata entro il palazzo, spavalda e prepotente, indifferente, responsabile o complice di ingerenze economiche violente e dell’erosione progressiva e preoccupante dei diritti sociali) il nostro paese rimane, che lo vogliate o meno, una democrazia. Il potere è retto dal voto dei cittadini. Esiste il libero arbitrio. Esiste la possibilità di dissentire. Non mancano giornali e media di opposizione. E chi si schiera contro l’ordine prestabilito non rischia, come invece accade nei veri regimi, la pelle. Quindi occorre fare un bagno di buon senso e arrivare a conclusioni diverse. Per esempio ammettere che la limitazione alla libertà, innegabile, a cui siamo sottoposti, oltre ad essere più sottile, è sicuramente non paragonabile con quanto avviene nei veri regimi. Un fatto persino fisiologico e connaturato nei nostri stessi ordinamenti. Poiché la democrazia, occorre sapere, non è affatto quel paradiso terrestre da fricchettoni che qualche ingenuotto crede che sia (ovvero una sorta di albero della cuccagna dell’evoluzione umana), ma un contenitore legittimante di lotte di potere che sono rimaste le stesse dall’alba dei tempi. Nihil sub sole novi. Il sistema regge fintanto che la copertura funziona (quante volte l’abbiamo sentito dire?). Del resto la democrazia, anche se sotto sotto è una truffa, dà a disposizione dei propri cittadini un ampio spazio di scelta e di azione, di modo che si possano sfogare i bisogni della massa senza che l’ordine costituito possa venire meno. In poche parole la democrazia ci ha costruito attorno un bacino ricreativo dove poter condurre tutte le lotte che vogliamo, poiché si tratteranno comunque di iniziative contenute e che non andranno mai al di à del consentito.

Beh, qualche volta non è stato così. Anche qui da noi il popolo si è incazzato e si è dimostrato meno bovino del solito. Certo, ma com’è andata a finire? Noi tutti ricordiamo il G8 di Genova, Bolzaneto e la guerriglia urbana. Scenari simili, tra camionette incendiate, vetrine sfasciate e civili dal volto insanguinato, hanno monopolizzato i nostri palinsesti più di qualche volta, basti pensare alle agitazioni di Piazza del Popolo. In quelle occasioni è possibile osservare due fenomeni connessi tra loro: da una parte la democrazia contemporanea che rivela il proprio lato oppressivo e militaresco, dall’altra la mobilitazione che svela la propria natura viscerale e quindi violenta, istintuale ed aggressiva. Facile immaginare chi tra i due contendenti se ne esce sconfitto. Se la democrazia accetta il rischio di lasciar manifestare liberamente i cittadini il loro dissenso è perché essa può fare buon gioco nel delegittimare i movimenti di protesta che per se stessi sono soliti sfociare in violenza, chiasso o degenerazioni ideologiche. I mass media, con i loro canali capillari, con la loro onnipresente pervasività, sono qui per questo. I video degli scontri, i primi piani delle vetrine sfasciate, le panoramiche su “manifestanti” armati: come disintegrare il consenso e separare la massa, fisiologicamente conservativa e che non vuole avere noie, dalle mobilitazioni. Anche quando la situazione sembra sfuggire di mano in realtà il sistema è lì presente a controllare e a disciplinare anche i tentativi di insurrezione più turbolenti.

Ora, quest’idea di “democrazia oscura” potrebbe spaventare qualche ingenuo (“oddio, ma le cose stanno davvero così?”) e non piacere a molti altri (non va a genio neanche a me) tuttavia occorre ammettere che la democrazia è un sistema che si è dimostrato perfetto in quanto è finora riuscito nel suo obiettivo: preservarsi. Un’autoconservazione, che malgrado le evidenti lacune è riuscita a giostrarsi in un sapiente gioco di compensazioni. Da una parte do, dall’altra tolgo. Viene quindi a crearsi una sorta di libertà virtuale nella quale si esercitano ribellioni altrettanto illusorie. Dopotutto la democrazia si regge su un simile patto sociale: delegare se stessi ad un sistema omologante ma collaudato. Badate bene che sto parlando dell’acqua calda, di meccanismi vecchi come il cucco, studiati da anni ed al corrente praticamente di chiunque abbia la curiosità di informarsi. Al giorno d’oggi, 2011, cadere dalle nuvole a proposito di certi argomenti si rischia di passare per fessi. Eppure questo è quello che sembra suggerire la forma mentis di milioni di “rivoluzionari”. Quelli che gridano scandalizzati: “al regime, al regime!”, “vogliamo, la rivoluzione, vogliamo la rivoluzione!”. Quelli che prendono parte al corteo di turno. Slogan, girotondi, fuochi d’artificio, e poi tutti a casa, soddisfatti e nel contempo spaesati. Nulla è cambiato, ma va bene così. Tanto di qui ad un mese saranno di nuovamente in piazza. E avanti di questo passo… Un circolo vizioso bello e buono che anche un bambino sarebbe in grado di comprendere.

Domanda. Ma se queste scaramucce non sortiscono alcun effetto, perché ci si incaponisce con fare assiduo nelle medesime tipologie di lotta? Perché il vero scopo, anche se inconsapevole, non è esattamente quello di voler cambiare il mondo, ma di autoassolvere la propria coscienza. E qui si entra nella psicologia collettiva. La massa, a ragione, capisce che c’è qualcosa che non va. Si avverte un disagio, un mal di vivere oggettivo, anche di natura sociale, economico e politico. Nasce quindi il bisogno di riscattarsi in qualche modo. Per esempio partecipando, o meglio, conformandosi ad un certo spirito di lotta. Un adesionismo che per certi versi funge da alibi, una forma di consolazione, una posa anche se il più delle volte involontaria o in buona fede. Si tratta di un bisogno da assolvere dettato sì dal proprio status sociale (precariato, disoccupazione, ingiustizie sociali) ma anche dal proprio ego. E quindi scendo in piazza, manifesto, ostento le mie idee, la mia rabbia, il mio disprezzo, cosicché la mia coscienza non me ne potrà rendere conto un domani. In questo modo nessuno potrà mai accusarmi di indolenza. Insomma, per certi versi è un volersi tirare in disparte: “io il mio l’ho fatto”, anche se non importa quanto il proprio contributo possa essere stato oggettivamente iniquo. Tuttavia se non è cambiato nulla la colpa è degli altri. Gli stessi che hanno reso l’Italia una sorta di fogna a cielo aperto. Degli imbecilli che sono rimasti a casa. Dei rappresentanti politici e di quelli che li votano. Della casta. Delle banche. Di Babbo Natale. Eccetera, eccetera, eccetera. Prendete le stesse manifestazioni dicembrine. Forse il segreto sta tutto in quel cartello ostentato dagli studenti in piazza. Quel cartello rivolto al vecchio burbero passato a miglior vita che li aveva denigrati. Mario guardaci. E cioè il senso compiaciuto di “fare la cosa giusta”. Il gusto di farlo. In questo sussiste l’aspetto ludico e distensivo del fenomeno.

>>>>>CONTINUA NELLA SECONDA PARTE…

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One thought on “Cari paladini, ma sta rivoluzione? (1/2)

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