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È un interrogativo che mi tormenta da tempo. Travaglio, Di Pietro, Grillo, Fini e poi giornali d’opposizione come Repubblica: ma quelli di sinistra sanno che simpatizzando con queste sigle passano da reazionari? Che moralismo, legalitarismo e costituzionalismo sono valori da conservatori? A chi dobbiamo questa metamorfosi? Ma che domande: Berlusconi. E quindi nulla di strano se la sinistra cita il Vaticano e se le femministe si siano trasformate in sciampiste bigotte. Ma a quale prezzo tutto questo? Un neoliberalismo post berlusconiano. E io mi chiedo: a voi compagni sta bene?

È una domanda che mi pongo da tempo perché c’è sempre più gente di sinistra che legge Travaglio, che vota Di Pietro, che apprezza Grillo, che quando è stato il momento ha simpatizzato e difeso Fini e che si accoda ai plebisciti morali, sempre più chiassosi ed arrembanti, di una certa “bontà giornalistica” engagè. Eppure Travaglio non è di sinistra ma è un liberale, non di matrice berlusconiana, si capisce, ma “montelliniana”, per carità, come tiene minuziosamente a precisare. Stiamo comunque parlando di una palestra ideologica che fa a pugni dal punto di vista ontologico con la dottrina di sinistra.

Eppure Di Pietro è un populista reazionario, un conservatore. Uno che si risciacqua i panni in un progressismo occasionale per poi firmare il Trattato di Lisbona in Europa che polverizza la Costituzione Italiana, proprio quella che lui e i suoi aficionados sventolano ad ogni piè sospinto (un documento con qualche primavera… alla faccia del progressismo). Insomma, un personaggio ruspante che è tutto quello che volete ma che non è di sinistra.

Eppure Grillo è uno che contro la sinistra si è sempre schierato, promuovendo una sorta di riformismo radicale ma che va a braccetto con un neoliberismo di stampo americano, quello più aggiornato e che cavalca le simpatiche campagne ecologiche e libertarie solamente per proporre un libero mercato più accattivante e riformato (ma sempre di libero mercato si parla). Uno che si profila come un cavallo di battaglia della new economy del web e dei nuovi media, praticamente l’ultima faccia del capitalismo moderno. Uno che pur di portare occupazione in Italia non fa caso alla natura e alla provenienza degli investimenti, né dei costi, né tanto meno delle condizioni di lavoro. Uno che vorrebbe abbattere l’ordine dei giornalisti e le sovvenzioni statali alla stampa dando prevedibilmente l’informazione in mano ai privati. Uno che snobba la cultura e che disprezza le ideologie. Eccetera eccetera. E poi Fini. Beh, che dire? Il suo curriculum parla chiaro: Msi, Alleanza Nazionale, Pdl. E che dire dei giornali della sinistra che conta, come Repubblica e L’Unità? Basta dare un’occhiata ai loro editori… Ecco, io mi chiedo se quelli di sinistra queste cose le sanno oppure no. O forse fanno finta.

E poi la logica sfuggente dei girotondi, degli appelli, delle jacquerie piazzaiole corredati da un impegno firmatario isterico, quasi bulimico… come dire: aggrappiamoci a qualsiasi forma di pseudo ribellione purché si possa manifestare una qualsiasi pulsione libertaria, tale è il senso di asfissia. Ma che pena. Che squallido paradosso… Perché dico questo? Perché mi riferisco alla fenomenologia che disciplina questa fabbrica di consenso. E nel farlo non bisogna affatto sottovalutare la natura piatta, passiva e convenzionale dell’uomo di sinistra. Del resto il conformismo qui è di casa. E non si tratta di una novità.

Riflettiamoci. Un conformista è colui che “si conforma” e cioè che si adatta a prescindere a qualsiasi contenitore. E la malleabilità di sinistra ha dimostrato a più riprese una certa propensione alla remissività (chiedetelo a quegli ex comunisti che negli anni hanno dovuto votare Amato, D’Alema, Prodi e Bersani). Tuttavia ora assistiamo ad una forma di conformismo elevato a talento, anzi, una vera e propria vocazione. Ma come dice Fulvio Abbate nel suo Sul Conformismo di Sinistra (Gaffi Editore, un veloce pamphlet che si può scaricare gratuitamente qui) la capacità di adattarsi è una qualità nel caso di un camaleonte o di un insetto stecco, creature straordinarie che si camuffano non per apparire ma per confondersi e mimetizzarsi poiché per loro è una necessità sparire e nascondersi.

Nel caso dei conformisti di sinistra avviene invece il contrario. Essi ci tengono a conclamare la propria partecipazione alla convenzionalità di turno, spesso acefala, o al contrario di interesse, proprio perché il loro è un adesionismo entusiasta, feroce, alle volte incomprensibilmente appagante. In poche parole il conformista di sinistra pretende che le proprie scelte, benché spudoratamente conformiste, siano evidenti, anzi, lampanti, rappresentative e da ritenere da tutti inoppugnabilmente encomiabili. Ecco quindi spiegate l’arroganza, la protervia e la pervasività di certe iniziative paradossalmente simili più a balere piazzaiole per paladini rionali che altro.

Insomma, un certo fenomeno lo si spiega per la maggior parte con la natura storicamente conformista di una certa frangia intellettuale convertitasi oramai a fenomeno di massa. Se si eleva tale conformismo a virtù sociale ecco quindi che viene smascherato l’innesco e la natura di un meccanismo e di un intero movimento. Infatti, se per bontà civile si intende un certo automatismo, una certa convenzionalità di idee, una certa faciloneria intellettuale pressappochista e gratuita, allora si accetta di buon grado la vittoria della mediocrità, il suo apogeo. Ci si rallegra del successo di un plebiscito inequivocabilmente di massa quando invece si dovrebbe sospettare dell’altro. Per esempio che continuando per questa strada non si fa altro che favorire il dilagare di una prassi ludica, iniqua ed alla lunga pure dannosa. Che tristezza… Perché si sa, la storia è spietata e prima o poi chiederà il conto di tanta mediocrità che pervade i sogni di coloro che non sanno dimostrarsi audaci.

Una questione di stile? Anche. Non dimentichiamoci che la sinistra, per tradizione e cultura, ha sempre tenuto al primato di un certo esercizio di fantasia. Ma l’anticonformismo di sinistra appare oggi come un mito seppellito da un’ottusità soffocante e da una totale mancanza di estro. Ovviamente non si tratta solo di questo. Il punto è che una tale aridità di idee ha portato la sinistra a subire una stravagante metamorfosi. È avvenuto un capovolgimento prospettico talmente macroscopico che non si capisce come non se ne possano essere accorti, prima di tutti, gli elettori  Confluendo entro un certo movimento, socialisti ed ex comunisti si sono, come detto, conformati al contenitore che accoglie e trattiene una mobilitazione che esprime sentimenti che sembrano piuttosto suggerire un vento neoliberale. Travaglio, Di Pietro, Grillo, la solidarietà a Fini, i giornali come Repubblica e L’Unità sono solo manifestazioni tangibili di uno strano fenomeno. Per questo motivo mi chiedo se quelli di sinistra sanno che tutto questo legalitarismo, tutto questo moralismo, tutta questa voglia di riscatto economico e sociale non sia propriamente di sinistra. E poi, altra domanda: com’è possibile esprimere una qualsiasi forma di progressismo se ci si continua a conformare in modo imperterrito ad una Costituzione stipulata nel ’48 che non possiede gli anticorpi per fronteggiare le ingerenze del potere moderno? Quindi perché eleggere frequentemente la democrazia liberale a modello di integrità istituzionale quando qualsiasi, e dico qualsiasi, democrazia occidentale viola quotidianamente i principi democratici e i diritti umani da lei stessa stipulati e conquistati dopo secoli di lotte? Insomma, tutto questo, quelli di sinistra lo sanno oppure no?

Per forza di cose ora si assiste ad una specie di mondo alla rovescia. Le reazioni agli scandali berlusconiani sono lì a dimostrarlo. Oggigiorno quelli di sinistra assomigliano più a piccoli borghesi che pigolano che a romantici libertari. Sembrano nonnine avvizzite, antipatiche come l’olio di ricino di memoria fascista, agitate da un’indignazione da dirimpettaie rompicazzo. Quelli di sinistra si ritrovano a fare i questurini, ad additare gli sporcaccioni, a sospirare come massaie benpensanti nel ritrito luogo comune del: “così non si può più andare avanti”. E quindi torniamo indietro (che cuor di leoni…). Per questo motivo, a causa di certe frequentazioni mentali, quelli di sinistra sono diventati ciò che sta loro accanto: dei retrivi tradizionalisti, dei noiosi matusa. In questi giorni siamo persino riusciti a vedere la sinistra rifarsi alle parole del Vaticano, che spalleggia i timidi rimproveri del clero contro il governo solamente per portare occasionalmente acqua al proprio mulino. Siamo giunti al punto che ora il femminismo si è conformato ad una sorta di neopuritanesimo paladineggiante tanto ingenuo ed immaturo da apparire persino commovente. Berlusconi va a troie? E noi andiamo in piazza. In questo modo si riduce un dibattito cruciale ed assai più elevato alla dimensione intellettuale di un rotocalco per parrucchiere. Siamo arrivati a contemplare una sinistra che promuove animosamente un neomoralismo pecoreccio del tutto sovrapponibile a quello che fu della Dc degli anni ruggenti. Quello ignorante e campagnolo, bigotto e tartufoso. Insomma, vediamo tanti “progressisti” vestirsi da reazionari. E in nome di che cosa? Un uomo piccolo piccolo. Silvio Berlusconi. Ma  ne vale la pena? Vi sembra avvero opportuno sposare in toto una ragion di stato così misera e puerile? E con quale coraggio, mi rivolgo sempre alla gente di sinistra, con quale impeto mobilitarsi adottando certe cifre intellettuali facendo proprie logiche contro le quali avete combattuto per anni? Mi chiedo se l’umiliazione di soggiacere ad una nuova forma di neoliberalismo, più forte e sofisticato, rappresenti secondo il vostro giudizio la giusta ricompensa per aver detronizzato Berlusconi. Cari compagni, la pensate davvero così?

E nel frattempo il circo continua a destreggiarsi nelle proprie tiritere, tra transumanze di piazza e lezioni morali via stampa, radio, tv, web pronunciate da deleghe e rappresentanze, tra le altre cose, del tutto discutibili. In tutto questo io ci vedo il frutto di un tipico atteggiamento da boy scout, saputello ma intimamente ignorante, pedante ma estremamente ingenuo, che paradossalmente anziché irrobustire le proprie premesse, per molti versi condivisibili, finisce per dare ragione e risalto alle motivazioni, di gran lunga più discutibili ma audaci, dei difensori di uno status quo detestabile. Tanto per intenderci, tra un Ferrara in mutande e una Concita de Gregorio con la sua raccolta firme di amiche stronze preferisco di gran lunga Ferrara in mutande. E pensate un po’ cosa mi fate dire! Non possono nemmeno crederci di averlo scritto… Anche per questo motivo ce l’ho con voi. Ma mi chiedo cosa ci sia di così complicato nel realizzare quanto siano controproducenti certi comportamenti ed attitudini. Ma forse il sottoscritto, come molti altri, si dimentica che l’antiberlusconismo (a questo punto non vedo perché non usare termini più appropriati) ha “solamente” 17 anni. E se il germe mentale ha avuto inizio in quella lontana discesa in campo di conseguenza stiamo parlando di un qualcosa che ora è evoluto ben che vada in un cervello dalla maturità intellettuale di un adolescente.E se ve lo state chiedendo sappiate che no, il sottoscritto non è di sinistra (per la verità non sono nemmeno di destra, non avendo mai votato un partito di destra, anzi, non avendo mai votato per nessuno, ma questo è un altro discorso). Non ho quindi particolarmente a cuore il destino di suddetta parte politica, anzi, non me ne può fregare di meno. Quello che non mi sta in tasca è che politicamente parlando quelli di sinistra, complici come qualsiasi altro simpatizzante di questo “grande” antagonismo, felpatamente conservatore, stanno riducendo la democrazia italiana ad un referendum pro o contro la persona di Berlusconi. Il che è intellettualmente inaccettabile. È uno schifo, o più probabilmente l’ultimo passaggio di un’avvilente stagione politica che negli anni si è dimostrata una vera e propria iperbole pornografica. E se nell’acquario dei fessi ci sono finiti per primi gli “spiriti liberi” della sinistra non deve affatto stupire per tutte le ragioni di cui sopra. Giammai solidali con Berlusconi si sono quindi ritrovati nell’alveo di un’insalata mista condita con tutto. Ma va bene così, anche se ci si scopre a braccetto di un ex manganellatore. Tutto questo avrebbe dovuto comportare ad una serie di riflessioni e conseguenze, peccato che abbiamo a che fare con individui dalla forma mentis di un microcefalo o, al contrario, di un mellifuo volpone. In ogni caso, alla coscienza giunge a supplire il silenzio. Dunque niente di strano se nella medesima fabbrica di indignazione non viene partorito nulla che possa sostituire Berlusconi, cioè la famosa “alternativa” o “contropartita”, se non ciò che i nuovi “padroni” di un nuovo neoliberalismo alternativo al Cavaliere regaleranno all’Italia. Un post berlusconismo che i paladini di questo paese, compresi quelli di sinistra, hanno già accettato a scatola chiusa. Del resto chi di loro non ha mai pensato almeno una volta nella vita: “qualsiasi cosa pur di cacciare dalle palle Berlusconi!” La lungimiranza della sinistra. Più che altro una sinistra lungimiranza.

E insomma, quello che sta accadendo in questi giorni sembrerebbe confermare uno dei miei più atavici sospetti e cioè che la differenza tra la sinistra e la destra sia sempre più sottile, anzi, risibile. Se da una parte essere di destra significa essere semplicemente degli stronzi che pretendono di avere ragione, essere di sinistra significa essere di destra ma pretendendo di essere dalla parte dei buoni. Io credo che la realtà sia proprio questa. Ma ripeto, la questione è appunto quella espressa nel titolo: quelli di sinistra se ne rendono conto? Lo sanno? L’hanno capito?
Compagni, se ci siete, datemi un segno. Altrimenti sparite e, possibilmente, tacete per sempre.

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