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Un manuale per le Giovani Marmotte, snello, agile e veloce che potrebbe quantomeno smorzare l’entusiasmo di tanti boys scout dell’antagonismo antiberlusconiano. Poiché istituire fan club delle varie magistrature non fa bene alle istituzioni e a noi stessi. Inoltre è un tragico errore politico oltre che un modo ingenuo nell’affrontare il tema della giustizia. Perché, purtroppo, c’è un fondo di verità quando Berlusconi dice che…

Qualora non ve ne foste accorti, i magistrati sono diventati dei vips. Qualcuno dirà: com’era normale che fosse nell’era della cultura della visibilità, quando c’hai una telecamera puntata lo diventi a prescindere; un’indecenza: dirà invece qualcun altro. Fatto sta che la spettacolarizzazione della politica si è tirata dietro una categoria professionale che solo uno scemo paragonerebbe a qualsiasi altra, che so, ai salumieri, poiché stiamo parlando di personaggi che per ruolo e funzione esercitano uno dei tre poteri di uno stato democratico: quello appunto giudiziario. Ma in Italia le cose non stanno proprio così, anzi, non si tratta solo di questo, poiché, per contingenze storiche e politiche, quello giudiziario è finito nell’interagire in modo anche un po’ troppo prepotente con il potere esecutivo e legislativo (e viceversa, si capisce). Questa in soldoni la situazione in Italia. E se questa strana anomalia non ha fatto drizzare le antenne al lettore significa che il livello di assuefazione è già piuttosto alto. Male, molto male.

Qualche tempo fa, non ricordo se nel sito di Marco Travaglio o di Chiarelettere o in entrambi (il lettore informato e smaliziato sa che in realtà si tratta di una differenza per certi versi assai minima), campeggiava una sorta di striscione-banner con un motto simile al seguente: Clementina Forleo facci sognare! Al di là dell’aspetto anche un po’ kitsch della cosa io dico che questa gaffe giornalistica, perché altro non è, la si può elevare a simbolo, tra i tanti, o quantomeno a cartina tornasole di questo paese malato. La magistratura è entrata a pieno titolo a far parte del Grande Fratello della politica. Ma a quale prezzo? Nel frattempo ecco servito il fan club. Ma per l’amor del cielo, riflettiamoci. Innanzitutto il lapsus: il giornalismo, o almeno quello buono, dovrebbe rispettare una cosa come quel principio di checks and balances, controlli e contrappesi, che dicevo prima (il rispetto della divisione dei poteri) e che sta alla base di una sana democrazia. Perché se non lo fa il giornalismo, che molte volte intendiamo come watch dog del potere, il “cane da guardia”, uno strumento di controllo pronto a denunciare qualsiasi anomalia (e quindi una sorta di potere per se stesso, il Quarto, appunto, da affiancare alla celebre triade), non dobbiamo aspettarci che lo faccia la politica. Inoltre, come sa chi non è un ingenuo, il giornalismo, soprattutto quello contemporaneo, non è affatto la cronaca dei fatti in sé ma una fabbrica d’opinione pubblica di massa. Ci si chiede come si possa quindi affrontare un delicato argomento come l’ingerenza della politica sulla magistratura e viceversa con un approccio da tifosi in un paese composto per lo più da ultras idrofobi.

Aggiungici poi il circo mediatico. Solo in Italia un giudice può andare in televisione per il colore dei propri calzini, o per i propri trascorsi amorosi. Poi per forza di cose che una Ilda Boccassini mi diventa una vip (con tanto di strascico gossipparo), esagero, al pari di Briatore, quasi che il grande “spettacolo della politica” si riducesse ad un reality show. E per certi versi lo è. Ci sono gli interpreti, le telecamere, gli opinionisti, gli sponsor, la guerra dell’Auditel ed un pubblico eterogeneo, conformato al ribasso, per non dire prossimo alla lobotomia, chiamato a partecipare alimentando un crogiuolo di banalità e berciate. Ma la televisione, che è il demiurgo della visibilità per eccellenza, è in grado di creare dal nulla non solo cazzibusti da dare in pasto al voyeurismo disimpegnato del dopocena, ma anche manovalanza politica. Tutti subito a pensare alla Carfagna, dal calendario a Ministro delle Pari Opportunità passando per Piazza Grande, ma una delle conseguenze più macroscopiche è che i magistrati appendono la toga al chiodo per entrare in Parlamento. E se a qualcuno fosse sfuggito rinfresco la memoria: Oscar Luigi Scalfaro, Luciano Violante, Franco Frattini, Gerardo d’Ambrosio, Gianfranco Amendola, Ferdinando Imposimato, Tiziana Parenti, Felice Casson, Francesco Nitto Paolo, Anna Finocchiaro, Giuseppe Ayala, Alfredo Mantovano e per chiudere Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris. E non ho detto tutti. Ebbene, vi sembra questa una cosa normale?

Naturalmente mi riferisco a quella folta frangia di boys scout dell’antagonismo italiano che amano simpatizzare per una certa classe professionale. Personaggi che a questo punto tratteggio come delle macchiette, sciocchi, anche se in buona fede, e quindi ingenui, o, più opportunamente, consumatori di un reality show che parteggiano per un determinato gruppo di concorrenti. Entrando maggiormente nello specifico parlo di uomini e donne che non hanno mai sentito parlare di checks and balances, che credono ancora nelle favole, che pensano che sia normale che la magistratura abbia l’ultima parola su tutto e che probabilmente non leggono nemmeno i libri vergati dai propri beniamini, su tutti Toghe Rotte, di Bruno Tinti, con prefazione di Marco Travaglio, edito da Chiarelettere, perché se lo facessero sarebbero al corrente di come quella dei magistrati sia, dopotutto, una casta come un’altra. E se leggessero i giornali saprebbero anche che la Corte Costituzionale non è esattamente un organo della magistratura e che i suoi esponenti sono nominati perlopiù dal potere politico proprio come tante altre poltrone italiane, dai primari negli ospedali ai funzionari della Rai. A questi boys scout dallo spessore intellettuale di un boy scout è inoltre necessario ricordare che tra i compiti della Corte sanciti dalla Costituzione c’è proprio quello di giudicare i conflitti di attribuzione tra magistratura e potere e che riesce difficile anche all’essere umano più integerrimo non impegolarsi nei pantani della politica vivendo giorno per giorno in una simile palude.

Insomma, a questi piccoli secchioni vanno pazientemente spiegate un sacco di cose, su tutte che se da una parte è vero che Berlusconi vuole riformare la giustizia per fare un piacere innanzitutto a se stesso (dopotutto di legge ad personam ne ha fatte tante) non è detto che parteggiando sistematicamente per la controparte, accettando quindi le logiche di un derby politico, si renda un buon servizio all’Italia. Soprattutto se ci si riferisce alla  magistratura di questo paese che fa il bello ed il cattivo gioco dettando le condizioni della politica, che governa l’impulso di un processo rispetto ad un altro, che non garantisce l’equità della pena, né, in certi casi, una pena, che ammicca ai mass media come una starlette, che fa uscire dai propri uffici carte e cartacce illegalmente (pensa un po’) pronte a finire sulle prime pagine dei giornali e che sancisce il destino di una legislatura (vedere da Tangentopoli in poi per credere). In poche parole un organismo che si autogoverna e si autocontrolla, che se la canta e se la balla davanti agli occhi di quegli stessi boys scout così tanto pignoli da non accorgersi di tutto questo strano fenomeno e di come non solo sussista da prima della discesa in campo di Berlusconi ma che l’andazzo proseguirà probabilmente ad oltranza anche tolto di mezzo il Cavaliere .

Alle giovani marmotte dell’Italia perbene vanno fatte queste osservazioni, altrimenti passa il concetto che nell’istituire comitati simpatia a favore dei magistrati si favorisce il progresso di questo paese, mentre invece non si fa altro che fomentare non un’utopia, quella della “rivoluzione legale” (via la merda dalla politica), ma una distopia giudiziaria oppure, volendo esagerare, un “totalitarismo legale”, dove l’elemento totalitario, o comunque il discrimine principale, è in mano ad un organo pervasivo non esattamente inflessibile ma arbitrario: in poche parole, una cricca delle tante che tra privilegi e malcostumi si arrovella assieme a tante altre combriccole di potere nell’avvilente tonnara della politica italiana. Certo, non ci troviamo in un regime delle toghe, ma vero è che esiste un’anomalia tutta italiana. E chi la nega o è in cattiva fede o la ignora. Perché solo in Italia la magistratura ha questa enorme valenza politica, uno squilibrio che c’è almeno da vent’anni e che non si verifica in nessun altro paese del mondo civilizzato.

Obiezione: ma la magistratura è la nostra unica speranza per mandare a casa Berlusconi. Ai boys scout che si esprimono in tal modo va dato un affettuoso buffetto sulla guancia. No, sbagliato. Perché è un errore gravissimo far supplire alla magistratura il vuoto politico e civile di questo paese (altra anomalia tipicamente italiana), perché in questo modo si confondono i ruoli e si legittima la politicizzazione del potere giudiziario. Inoltre, oltre che a pervertire in modo tragico un organo che si vorrebbe indipendente ed equilibrato, si riesce nel confezionare il capolavoro dell’idiozia antiberlusconiana: riuscire a dare ragione a Berlusconi anche quando ha torto marcio. Perché Berlusconi ha ragione quando dice che: «L’Italia è una Repubblica commissariata dalle procure» e che «la sovranità non è del popolo. Quando il Parlamento vota e fa le leggi, se una legge non piace a certi pm, viene impugnata e portata davanti alla Corte costituzionale – con prevalenza dei giudici che vengono dalla sinistra – e questa abroga le leggi fatte dal Parlamento». È doloroso dirlo ed è disgustoso assentire con le parole di chi le ha pronunciate, ma un fondo di verità in questo c’è. Ed è altrettanto nauseante e preoccupante il fatto che la magistratura debba avere l’ultima parola su tutto venga con il beneplacito di una parte sempre crescente dell’opinione pubblica. Poiché è un fatto che i giudici si insinuino, per mandato sociale, in ogni vuoto, in ogni incertezza legislativa, dai sequestri dei cantieri al Parlamento, dalle baruffe di condominio alle legislature di un Governo. È un fatto che i magistrati siano in grado di neutralizzare o piegare qualsiasi legge e che non paghino mai per le loro evidenti inadempienze. Insomma, queste cose esistono e il fatto che lo dica Berlusconi non le rende false o meno vere. E se non volete credere a me o a Berlusconi, date almeno retta a chi vi piace eleggere a paladino, vedi Travaglio & Co, a Dante Troisi e al suo Diario di un giudice (Rizzoli), alle parole di De Magistris o semplicemente alla cronaca di tutti giorni.

Ma per l’amore del cielo, lungi da me l’intendo di solidarizzare con Berlusconi ed i suoi colonelli, dilazionando la retorica del “golpe giudiziario” o delle “toghe rosse”, ma è anche opportuno rivolgersi in tema di giustizia non solo al lato oscuro del berlusconismo. E poi basta con questo giustizialismo di facciata che mischia propaganda e demagogia e che vuole a tutti i costi inquisire Berlusconi non per sottoporlo ad un giudizio ma per pretendere una condanna. Perché in questo modo non si fa altro che alimentare uno scomodo paradosso kafkiano. Sta bene che si operi sul campo dell’etica e della morale, senza dubbio, ma siccome il problema è anche politico va affrontato mediante metodi politici, edificando un’opposizione congrua e all’altezza di governare. Invece questa alternativa non c’è ma esiste una controparte speculare al Governo in carica che si vorrebbe spazzare via mediante un espediente da vigliacchi. Perché a nulla vale questo legaritarismo barricadiero se non ci si pone il problema del post berlusconismo che è evitato dall’antiberlusconismo di massa, stolido ed acefalo, arrogante ma ingenuo.

Infine concluderei tirando in ballo Slavoj Žižek, un filosofo e psicanalista sloveno molto pop, il quale ci insegna che non bisogna avere tutta questa fissa per la “legalità” (che se lo leggessero i boy scout dell’antagonismo italiano così come una certa sinistra forca-friendly). E questo per un motivo molto semplice: quello giudiziario è una forma di potere. Le leggi sono quindi delle regole che vengono imposte dall’alto e per forza di cosa possono anche non rispecchiare e rispettare il volere o il bene del popolo. Infatti troppo spesso ci si scorda che chiunque può fare una legge, anche un dittatore fascista o un gruppo di politici prezzolati, così come cordate finanziarie, lobby private, aziende, poiché questo è il bazar a cui siamo sottoposti. In questa strana tarantella c’è sempre chi ci rimette e chi non ne trae vantaggio. E come ci insegnano i tribunali, contrariamente a quello che invece viene detto a scuola, la legge non è uguale per tutti. A volere rendere un buon servizio all’Italia, ma prima di tutto a se stessi ed alla propria intelligenza, potrebbe essere opportuno iniziare ad entrare nell’ordine delle idee che tutta questa voglia di leggi e legalità, di questi tempi, è una droga pericolosa. Diamoci quindi un taglio. Risvegliare le coscienze non significa quindi accodarsi al fan club che ci sembra più buono, ma iniziare a pensare e riflettere di testa propria facendo un uso concreto della ragione. E farlo, possibilmente, con un profilattico in testa.

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