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Il nuovo anno si apre con l’ennesimo tormentone dopo le feste inquinate dalla triste scomparsa di Yara, gemellina di cronaca della strabusata Sarah Scazzi. Ora è il turno di Cesare Battisti, mattatore ciclico del nostro palinsesto, a seconda dei casi salutato come terrorista, innocente, assassino, perseguitato politico, mentre si tende ad ignorare che da qualsiasi parte ci si giri si va a sbattere la testa contro il muro dell’idiozia. Il vero problema è un altro, non Battisti, il quale fa bene a starsene dov’è, e cioè la nostra incapacità di fare adeguatamente i conti con il nostro passato che spesso, tra le altre cose, manco conosciamo.

Per l’amor del cielo tenetevelo. Tenetevelo perché non sappiamo cosa farcene. Parlo di noi italiani, gente di strada, che conosciamo poco la storia e che certe dispute da pollaio non ci fregano. Tenetevelo perché abbiamo paura – sempre noi, persone semplici – paura della nostra televisione, dei media, della carta stampata capaci di sbatterci in faccia un Battisti in tutte le salse in ogni momento della giornata, dal Corriere della Sera all’Isola dei Famosi. Tenetevelo perché la nostra giustizia non sarebbe in grado di garantire il proprio compito e tenetevelo perché, francamente, abbiamo altri scazzi a cui badare: le telenovele le lasciamo volentieri ai giustizialisti idrofobi, o peggio, ai rivoluzionari pignoli. Ma che non mi si venga a dire che in questo modo vogliamo solidarizzare con qualcuno, tanto meno con lo stesso Cesare Battisti, con la sua passata parte politica, né tanto meno con la medesima gauche (insopportabile) che da decenni gli fa da padrino. Il mio “tenetevelo” è dettato, manco a dirlo, da un’umana insofferenza che sono sicuro appartenga a molti, anzi, ardisco, alla maggior parte degli italiani.

Peccato che il nostro sia un paese troppo tollerante. Tollerante, certo, perché non c’è tolleranza più grande, macroscopica e palpabile di quella dilazionata dal nostro popolo – informazione ed opinione pubblica – verso l’inutilità di certe diatribe. Non deve difatti stupire la proporzionale aridità degli scontri all’arma bianca del nostro palinsesto politico che anche l’ultimo degli scemi ha oramai inteso da tempo essere la pensione dorata degli scempi che minano le fondamenta del nostro futuro, anche se per certi versi il caso Battisti avanza delle implicazioni mica da ridere. Si parla di morti, del rispetto delle vittime e dei loro famigliari, ma soprattutto, bisogna dirlo, l’urgenza di chiudere uno dei capitoli più controversi della nostra storia. L’Italia non ha avuto una Tangentopoli per quella stagione caratterizzata, probabilmente, da clamorose cappelle processuali inerenti al terrorismo politico (ognuno poi ci veda il marcio che vuole).

Tanto è vero che certi cortocircuiti sono più che evidenti anche ai giorni nostri. E non parlo necessariamente di impunità o estradizioni ma anche del sentimento della massa e dei propri interpreti: tutto un rincorrersi di archetipi e stereotipi, dal santo al cow boy, dal martire al capro espiatorio, dal terrorista all’assassino fine a se stesso. C’è chi sputtana e chi assolve, in una tarantella da derby paesano, mentre l’unica cosa palese è che la verità e l’equilibrio non sono di casa in nessuno di questi scalcinati mulini a vento.

C’avevano provato i francesi, dei cretini patentati, a toglierci d’impiccio (morto Mitterrand viene meno la cosiddetta Dottrina Mitterrand, che lo dico a fare, salvo poi farlo scappare in Brasile grazie all’aiuto dei servizi segreti: in pieno stile transalpino), ma ora ho più fiducia nei brasiliani, sicuramente più simpatici, e nel loro estro (tanto per capire come siamo messi…). Ma da noi Battisti non deve tornare. Non lo vuole lui – finirebbe dritto dritto in galera tra gli applausi della gente: gli stessi che nei ’70 lo accoglievano all’uscita delle banche durante i suoi “espropri proletari”?… – e manco io (e non sono il solo). Se non altro perché noi non abbiamo null’altro da apprendere da questo personaggio che ha scritto, si è appellato e che per anni ha dato interviste dai suoi “imperscrutabili” nascondigli. Stessa cosa vale per lui che non ha proprio niente da chiedere da un paese che oggettivamente non gli appartiene più. L’incontro di queste due realtà non porterebbe altro che l’acuirsi tragico di un dibattito già di per sé ammorbante. Ad ogni modo, per chi volesse gettarsi comunque nella mischia, ecco la merda nella quale rischierebbe di affogare. A sinistra i super irriducibili: Battisti santo subito! Combattente per la libertà come Mazzini e Garibaldi. Accanto a questi ce ne sono di più sibillini: non ci sono prove che incastrano l’ex membro dei PAC. Battisti quindi come vittima processuale, capro espiatorio di un’Italia ipocrita e ignorante. Poi ci sono quelli più neutrali: Battisti è un poveraccio, un delinquente comune e come tale va giudicato (sì, come no, e anche romanziere noir paraculato da una diplomazia engagè di mezzo mondo: non esattamente un Gianburrasca qualunque, almeno per il suo valore simbolico e per il suo passato politico). E infine a destra i forcaioli: Battisti appeso, per contrappasso, a Piazzale Loreto! Anzi no, a Buona Domenica, lapidato in nome dello share. Quindi si capisce che da ogni parte uno voglia andare a parare va incontro all’idiozia. Sai che novità.

Eppure nessuna di queste osservazioni sarebbe in grado di mettere la parola fine alla questione. Se lo consideriamo un terrorista ci si scorna con i saputelli di sinistra (rimando al vasto repertorio di Carmilla), superinnocentisti che tutto riescono a spiegarci (scagionando l’imputato di 4 accuse di omicidio) meno che la differenza, tutt’altro che irrilevante, soprattutto in quegli anni così bui, irrazionali e tumultuosi, tra assassini e burocrati della morte (il toto-pallottole sembra appassionare solo certi cuori tanto libertari quanto zuzzurelloni). In ogni caso, volendo etichettare Battisti come un terrorista, si dovrebbe comunque fare i conti, per esempio, con un Marcello de Angelis, che ora è in Parlamento. O con altri assenti ingiustificati che mancano all’appello e che conducono la bellavita altrove, vedi Delfio Zorzi, o altri piacevoli personaggi che l’Italia non si dice disponibile di estradare come Jorge Troccoli. E poi c’è Adriano Sofri, precedente storico che annichilisce. Lui che ammazza uno sbirro e che dopo 9 processi si prende 22 anni e alla fine ne sconta solamente 7 in carcere. Lo stesso Sofri che ora è libero e scrive sia per Repubblica che per Panorama (com’è strana la vita) impartendo lezioni tra il gaudio di lettori e amici. Provate ad immaginare cosa potrebbe accadere a Battisti che verrebbe da noi già con un discreto bagaglio letterario sotto il braccio e non poche braccia aperte che non vedono l’ora di stringerlo a sé. Davvero abbiamo bisogno di un altro mattatore di questa specie?

Se invece ci riferiamo a Cesare Battisti come un delinquente comune – lo è stato solamente fino al 1977, anno in cui conosce Arrigo Cavallino, ideologo dei PAC, nel carcere di Udine – beh, ci sarebbero molte altre considerazioni da fare. Volendo essere piazzaioli e qualunquisti potremo dire che il Parlamento, le istituzioni, gli organi di potere traboccano di mascalzoni, di corrotti, di uomini ambigui dall’oscuro passato (ma non diremmo una cosa sbagliata), e che i veri crimini si commettono altrove, nelle sedi dei poteri centrali e nelle banche (la nuova retorica del populismo antagonista moderno), ma preferisco rimanere più attinente al tema. Per questo motivo tiro in ballo Angelo Izzo e Gianni Guido, due dei tre Massacratori del Circeo, (Andrea Ghira è la nostra versione maccheronica di Kaiser Soze) che ora sono liberi. L’hanno passata liscia malgrado le condanne, le evasioni e le denunce da parte dei parenti delle vittime e dell’opinione pubblica. Ma le cronache italiane abbondano di casi come questi o di poco dissimili, da Erika ed Omar, a Doretta Graneris e Pietro Maso. Quindi anche in questo caso perché certi detrattori di Battisti dovrebbero appellarsi ad una simile accusa?

La verità è che l’elefante invisibile ignorato dai dibattiti correnti è la cronica incapacità del nostro paese e del suo popolo di fare adeguatamente i conti con il proprio passato. Ecco perché la questione del terrorismo politico è ancora aperta, solamente che ora, a distanza di quarant’anni, la scena del crimine è stata inquinata, per non dire compromessa, da troppa propaganda e disinformazione che hanno reso l’opinione pubblica e la giustizia italiana un circo, dove tutto appare il contrario di tutto ed è impossibile, per le risorse che abbiamo oggi a disposizione, trovare un senso in tutto questo casino. Ci si rammarica per coloro che hanno vissuto e subito certi orribili soprusi ma la realtà è al giorno d’oggi ancor più cinica e spietata perché indifferente al loro dolore. L’impressione è che gli Anni di Piombo rimarranno per sempre un’ombra irrisolta, un fantasma pronto a tormentarci di tanto in tanto la vita per la gioia di irriducibili nostalgici. Del resto non sono mancate le controanalisi, spesso isteriche ed ipertrofiche, ma l’apparato giuridico ha ugualmente balbettato. La politica si è intrufolata in ogni spiffero e i giornali, beh, non è il caso di ricordare gli ettolitri d’inchiostro sprecato… Il risultato, che non ha accontentato nessuno, è stato quello di non aver chiuso definitivamente la partita e ci si chiede come ci si possa riuscire ora che certe ferite hanno suppurato tanto di quel pus mass mediatico ed ideologico da tracimare in un’irrecuperabile cancrena. Per non parlare, ancora una volta, della giustizia italiana, politicizzata e deificata, deligittimata ed oggetto di un tifo da stadio, secondo i singhiozzi della varie parrocchie. L’hanno capito anche i brasiliani che c’è qualcosa di strano, di malsano e di patologico in un paese dove un giudice finisce in televisione o in prima pagina perché indossa dei calzini azzurri. E sto parlando di brasiliani, non di svizzeri o di tedeschi. In questi giorni urge quindi un sacrosanto esame di coscienza. Al ritmo di samba.

Infine c’è l’ultima ma non secondaria questione legata all’aggressività bulimica della nostra informazione, della pervasività della cultura mass mediatica nelle nostre vite, che vorrei irrorate di tutt’altro e non dal volto beffardo e francamente stronzo di un Battisti qualunque, così come dei suoi simpatizzanti o detrattori. Personalmente non riesco che ostentare un’umana antipatia ed una fisiologica repulsione nei confronti di questo tormentone. Senza contare che, auspicando ciò che esprimo nel titolo, non si farebbe altro che mettere fine almeno al caso Battisti il quale farebbe bene a starsene lontano dai nostri lidi (qui c’è un ergastolo che l’aspetta) in quanto già detiene l’incondizionata solidarietà così come l’odio di chi si merita. Se da qualche parte si può firmare per il mantenimento di questo divorzio ecco che vi ci apporrei il mio nome, conscio di essere in buona compagnia, quella di molti altri italiani affetti dalla medesima orchite.

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