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La fine è vicina ma la gente si bea di un futuro prossimo che ingenuamente si recepisce roseo. Il post berlusconismo spaventa, così come l’apoteosi dell’antiberluscoidiotismo maturo forse giunto alla resa dei conti. Sempre se l’Orco Cattivo non ce la fa perché è anche possibile che… Uno spaccato politico grigio e decadente quello che cerco di mettere in mostra a chi si ostina ad ubriacarsi di una cronaca politica sempre più gossippara, calcistica e provinciale, mentre il paese è a cartoni animati almeno da Craxi in poi…

Conaltrimezzi, 9 dicembre 2010.

Lo scenario sembra essere quello de La Caduta, film del 2004 diretto da Oliver Hirschbiegel. Un bunker asfittico in una Berlino ridotta in macerie pronto a tramutarsi nel sepolcro dell’uomo più odiato del secolo. O forse anche no, poiché i confronti potrebbero fermarsi allo sfilacciato parallelo estetico. E soprattutto perché potrebbe non essere ancora giunta l’ora di Berlusconi.

Avverto che il seguente non sarà un bell’articolo. Ad uno stile espressionista, essere obbiettivi al giorno d’oggi significa alimentare l’orchestrina del Sanremo giornalistico, accosterò il piglio implacabile tipico di colui che da quando possiede coscienza e ragione si trova a fare i conti con un invincibile voltastomaco. Parlo di politica naturalmente, come dello scenario attuale a pochi giorni dall’ora X, 14 dicembre, giorno della “probabile” o “possibile” caduta dell’uomo più odiato, finora, del ventennio. Ecco quindi che la nausea, sacrosanta e legittima, viene occasionalmente sostituita da un inverecondo ed incomprensibile ottimismo. Non parlo naturalmente del sottoscritto ma di migliaia di sconosciuti che probabilmente ignorano a cosa stiamo veramente andando incontro.

Innanzitutto partirei da una frase, ma che io chiamo motto, in voga da qualche mese a questa parte. La conoscete tutti: “il berlusconismo ha le ore contate”. Qualcuno preferisce parlare più volentieri e nello specifico di Berlusconi, quasi si trattasse di una faccenda relativa alla prigione corporea di un premier o di un divo mefistofelico (un Mussolini già sconfitto ed inoffensivo, una volta acchiappato e giustiziato, venne maciullato in piazza dal popolo armato solamente della propria avida viltà), ma il sottoscritto preferisce parlare del tossico afflato di un uomo marcescente capace di aver corrotto ed indotto al sonno le adamantine coscienze degli italiani (popolo com’è noto distintosi nella storia, sia in guerra come in pace, in numerosi aneddoti di valore e coraggio) e cioè di una rodata mitologia tanto ingenua quanto oramai logora. Ebbene, è la fine dell’impero: finalmente! Non sto qui a dilungarmi oltre sulla descrizione dello sfacelo: se amate il genere macabro che mai come in questi ultimi tempi colleziona successi editoriali e giubilo dei fan leggetevi il Fatto Quotidiano o qualche altro epigono internettiano. Tanto sappiamo tutti di cosa stiamo parlando. E cioè della fine.

Già, quella fine annunciata da mesi ma sempre rimandata… Non a caso con endemica portata espressioni giornalistiche di comodo, dilazionate dai palati della classe dirigente, amano parlare in senso lato di eutanasia quando con cristallina indifferenza si dice di: “staccare la spina al Governo”. Espressione che noi tutti abbiamo frequentato da molti politici, anche dalla bocca di un vaticanista doc come Casini. Ma la spina, quel benedetto cavo elettrico, lo regge in mano uno come Gianfranco Fini, il “futurista” più futuribile d’Italia. Un ex fascista per opportunismo che ha sciolto il proprio partito tradendo un elettorato di “nostalgici” al fine di crearne un altro che poi ha sciolto per tradire ancora una volta un nuovo elettorato composto da “nostalgici light” per co-fondare, assieme all’Orco Cattivo, un’altra sigla politica, più vacua e tremenda, retta da un elettorato incredibilmente ancor più gretto e che poi ha finito immancabilmente, guarda un po’, per tradire. Un uomo tutto d’un pezzo il nostro Fini su cui fare un grande affidamento per unFuturo fatto di Libertà, lemmi semantici che sono il lasciapassare demagogico, come dovrebbe sapere anche l’ultimo idiota di questo mondo, amplificato dai più grandi mistificatori della storia (ma non ci hanno insegnato proprio niente 15 anni di berlusconismo catodico?). Se non altro occorre ammirare i pasticciacci da lui combinati durante la sua impareggiabile carriera politica[1] per renderci conto della solidità e dell’inattaccabilità di un simile soggetto che per qualche mese ci sono sembrate pendere da pendere su un pelo di figa di una signorina di nome Elisabetta Tulliani. Ecco, riflettete: siamo nelle mani di costui e dei suoi colonnelli futuristi infarciti dei dogmi di una destra progressista ed ammiccante nella più classica delle accezioni anglosassoni. Quella degli scempi economici, delle privatizzazioni selvagge, degli interessi lobbystici e dell’erosione dello stato sociale: praticamente il braccio armato del potere con i controcoglioni. Altro che le canaglierie private di Berlusconi.

L’Italia ed il governo sono quindi costretti a fare i conti con una simile genia che qualcuno vorrebbe salutare come unica forza politica in grado di liberarci da un giogo ripugnante. E allora perché questi eroi dal candido pedigree non hanno ancora mandato a casa l’Uomo Nero? Perché esitano, titubano, gli danno la fiducia ma lo contestano, lo tradiscono ma lo rassicurano? Qualora vi fosse sfuggito il paradosso: stiamo vivendo in un’Italia nella quale i ribaltonisti non vogliono il ribaltone e il governo spinge per le elezioni anticipate. E con questo ho detto tutto.

La verità è che l’antiberluscocrazia se la fa sotto. Teme le urne (funerarie?), poiché le elezioni, unico momento nel quale il nostro sistema politico assume la ridicola parvenza di una validità e di una vitalità democratiche, vengono giustamente interpretate come un requiem: il funebre computo aritmetico in grado di ridare l’Italia in pasto all’asse Berlusconi-Lega, praticamente il peggio del peggio. Ecco perché i futuristi hanno paura del futuro (altro paradosso). E da buoni partitocratisti fanno i conti con il pallottoliere, danzando in una prosopopea insopportabile fatta di moine e prostituzioni politiche in grado di farli galleggiare nel mare in tempesta. Poiché diciamoci la verità: Futuro e Libertà è un partito che non esiste. È nato da una semplice esigenza, reale e legittima quanto volete, ma che si regge esclusivamente sulla portata retorica di un vile rappresentante e sull’impulso emotivo di tanti idioti: gli antiberlusconiani (che ora riscopriamo squallidamente onnivori). Mentre la cruda verità ci dice che Fli non è mai stato votato da nessuno e che è un partito nato in corso di legislatura. Chi non bada a questo o è uno sciocco o è miope. Fini e i suoi sono quindi costretti ad inventarsi una cordata di potere dell’ultim’ora, sfilacciata e raffazzonata, che giustamente non troverebbe un vero e consistente consenso elettorale. Infatti chi si limita a sommare le percentuali dei singoli partiti che potrebbero finire nel calderone del cosiddetto “Terzo Polo” (Fli, Udc, Api, ma non si escludono altri invitati al party) è uno stupido perché nell’ammucchiata, che per intenderci è un’orgia di macchiavellume italiano tra le peggiori della storia della Repubblica, si perdono voti rispetto alle preferenze dei singoli partiti. E tutto questo mentre l’opposizione, che per anni si è riempita la bocca all’urlo di “Berlusconi boia”, “mandiamolo a casa”, “è ora di finirla”, tergiversa. Oggi la parola d’ordine è: cautela. Parliamo di gerarchi di passati fallimenti e sacerdoti della frammentazione politica che attendono guardinghi bisbigliando nell’ombra, nella speranza che anche questo tentativo di spallata – dopo quelle delle troie e degli scandaletti – possa andare a buon fine. Mentre Berlusconi guadagna tempo, dirigendo una delle campagne acquisti più infamanti della propria infamante carriera, conscio di una vittoria più che probabile se si andasse alle urne.

Tutto ciò la dice lunga non solo sul valore della classe politica e dell’elettorato italiano, entrambi pessimi, ma anche del sistema democratico elettorale in sé. Sorge quindi un grosso punto interrogativo: che senso ha continuare a rifarci imperterriti ad un metodo come quello partitocratrico e rappresentativo incapace di dare il paese in mano al meglio delle proprie risorse umane? Ma questo è un altro discorso, lungo, difficile e pericoloso, che ci porterebbe troppo lontano. Ad ogni modo vale la pena a chiunque, società civile e singoli individui, iniziare a porci certe domande poiché il futuro non sta sul “Berlusconi sì, Berlusconi no” ma sulle risposte che riusciamo a darci al fine di risolvere questioni come queste: autenticità ed efficacia della democrazia rappresentativa, invulnerabilità ed impunità dei poteri forti, ininfluenza della società civile nelle scelte politiche del proprio paese. E questo volendo stringere. Finché non ci misureremo con certi temi e finché metà dell’Italia è preda di questo strano giubilo, che per la cronaca non è altro che l’ultimo prodotto di un tardo antiberluscoidiotismo, non ne verremo fuori.

Ma c’è chi dice: “Benissimo. Ad ogni modo, ora come ora, non posso fare a meno di augurarmi la fine di Berlusconi”. Perfetto, liberi di farlo. Ma chi ci dice che “l’antiberluscocrazia” possa essere migliore del Cavaliere? In nome di quali principi, di quali premesse e di quali previsioni? Domande che non possono ricevere risposte rassicuranti senza aver rinunciato al buon senso, poiché non c’è nessuno, ma proprio nessun motivo per gioire se non nella piccola soddisfazione personale di levarci dalle palle un soggetto umanamente disgustoso. Ma nel computo complessivo di quali miglioramenti potremo giovarci nell’immediato così come alla lunga distanza? Da parte dell’antiberlusconismo i soliti peti testimoni di una patologia oramai cronica ed irreversibile: legalità, funzionamento degli apparati costituzionali, rose, fiori, bel tempo…

Io credo che il vero guaio è stato quello di creare un’illusione collettiva: trasferire e concentrare un coagulo di pulsioni emotive e tensioni interne al potere (più vasto e complicato della nostra politica interna) determinate anche da implicazioni di carattere sovranazionale (vedi crisi economica) nella grottesca persona di Silvio Berlusconi. Ubriacandoci di un simile sentimento ci siamo persuasi di un fatto: rimuovendo Berlusconi, responsabile con il proprio scellerato arbitrio – che risponde ai propri interessi personali – della maggior parte delle malefatte di questo paese, potremo risolvere i problemi che ci angustiano, o per lo meno migliorare il corrente status quo. Naturalmente si tratta di una favola buona a soddisfare l’appetito di novizi cresciuti nell’ambito di certi oratori.

La verità è invece un’altra. L’epopea berlusconiana, così come la storia dell’Italia contemporanea, almeno da Craxi ad oggi, ci ha mostrato come il Cavaliere non sia la causa dei mali del nostro paese ma colui che è riuscito a trarne maggior vantaggio (e che di conseguenza li ha resi evidenti e macroscopici agli occhi non solo dei suoi cittadini ma di tutto il mondo). Il problema non è quindi l’interprete ma quel sistema malato, preesistente e contestuale a Berlusconi che tende a premiare simili esperienze (oltre a Silvio esistono molti altri “pesci piccoli”). Un’egemonia politica come quella del nostro premier è quindi l’espressione diretta di uno Stato debole e di una mafiosità istituzionale, sociale ed individuale intima e congenita, tanto estesa da rendere inutile qualsiasi possibile distinguo pericolosamente deresponsabilizzante (vedi appunto il successo delle retoriche della casta e dell’antiberlusconismo). L’intera classe politica, di conseguenza, è ricalcata su un modello che non è propriamente “berlusconiano” ma “italiano”.

Un possibile governo di successione a Berlusconi potrà sembrare più presentabile ai nostri occhi così come all’estero, ma nella realtà dei fatti, nella sostanza, non cambierebbe di molto nell’ambito della lotta contro la corruzione del sistema. Ecco perché ritengo che sia rischioso e forse anche inopportuno puntare sull’attuale ceto politico per scalzare questo governo e tentare di migliorare il paese. Si tratta di un’illusione ottica considerare uno a caso tra Fini, Bersani, Casini, Rutelli, Di Pietro, Vendola, e chi ce ne ha più ne metta, come una valida alternativa pur di defenestrare Berlusconi. Inoltre non va mai dimenticato che qualsiasi governo di segno opposto, leggi centro-sinistra, non solo ha preparato il terreno per un ritorno in forze della destra ma ha anche rafforzato quelle dinamiche di potere che stanno alla base del sistema. E questo è avvenuto da Ciampi a Prodi, passando per D’Alema, i quali negli anni hanno dato propulsione e risorse finanziarie a privatizzazioni mai verificatesi durante i governi di centro-destra. Leggi e provvedimenti come impulso alla crescita di un’idea di potere poi ereditata e strumentalizzata da chi sappiamo.

L’opinione pubblica, con colpevole ritardo, si è recentemente accorta di questo, disaffezionandosi da un centro-sinistra che ora langue in uno stato di meritata catalessi. Per questa ragione al giorno d’oggi si cerca di presentare una proposta “progressista” a destra piuttosto che a sinistra, dove la sconfitta è di casa. Una destra metaforica, alleata con forze moderate, che in realtà è ancora più allacciata a certe espressioni del sistema. Non a caso i ribaltonisti non si augurano di sostituirsi a Berlusconi – non possono per via del voto sfavorevole – ma propongono, in barba a qualsiasi provvedimento democratico, “governi tecnici” o a “larghe intese” o di “responsabilità nazionale” capeggiati da individui quali Draghi o Montezemolo, espressioni dirette di poteri forti, finanza ed economia industriale, pronti a divorare, com’è avvenuto in qualsiasi scenario di crisi, diritti sociali di un popolo sempre più illuso, vessato e ricattabile. È per questa ragione che continuare a credere in questa classe politica e in questa parvenza di antagonismo civile che la asseconda significa passare da idioti a sadomasochisti.

 

Ecco che, mai come in questa occasione, viene quindi lodato il rimpasto politico, il balletto di un potere cortigiano fatto di dispute da pollaio che è tutto fuorché che la rappresentanza (o forse sì?) del volere del popolo, del resto sempre più caciarone, superficiale e, ora anche politicamente parlando, gossipparo (la politica interna è oramai diventata l’ennesima espressione in mano a tifoserie da bar sport una più idiota dell’altra). E questo perché o in nome di che cosa? Berlusconi. L’uomo più odiato del ventennio, sempre e solo lui. Per questa semplice e stupida ragione la gente chiude gli occhi sulle minacce che incombono nel nostro destino pur di sognare ad occhi aperti la dipartita di un cadavere ingombrante malgrado sia semmai più opportuno tremare nell’atavico terrore di beccarsi un nuovo governo capeggiato dall’Uomo Nero e dai suoi Verdi Scherani: il plot di una tragicommedia horror che ci accorgiamo in questi giorni essere sempre più un qualcosa di plausibile.

Siamo quindi alla frutta. Il popolo attende il 14 dicembre come se si trattasse di una finale mondiale. Un evento nazionalpopolare pronto ad angustiarci, in un modo o nell’altro, durante le feste. Nel frattempo non posso che ripetere con martellante ostinazione che anche qualora vi fossero uomini più seri e misurati pronti a prendersi la responsabilità di rimettere in sesto l’Italia, questi stessi nobili paladini non servirebbero a nulla in un paese già in caduta libera da anni in un precipizio senza fine, poiché il sistema di cui è permeato, che è egemone ed indipendente dalla classe politica, li triturerebbe con fisiologica efficacia, rendendo quindi vano qualsiasi tentativo. Quel sistema che, se non si fosse ancora capito, è nato prima di Berlusconi e che continuerà anche dopo la sua dipartita. Quindi inutile bearsi in una masturbazione iniqua come quella profferta in questi ultimi giorni a proposito della nascita di un’Italia deberlusconizzata, anche se nella pratica ci troviamo davanti alla possibilità finora più concreta della capitolazione del Cavaliere. Quello che dico io è: chissenefrega, piuttosto apriamo gli occhi e stiamo allerta, vaccinandoci da ciò che potrebbe accadere, magari cominciando a maturare la consapevolezza di dover cambiare veramente le cose in modo radicale ma ragionato, senza essere sedotti dalla moda del momento. A tutta quella gente che al contrario smania per una spicciola rivincita dico: ridete, ridete pure, che la mamma ha fatto i gnocchi. Magari ne riparliamo tra qualche anno (con l’Orco Cattivo ancora assiso sul proprio trono di fango?).


[1] Cito dal “paladino del popolo” Marco Travaglio: 16 anni di alleanza berlusconiana, la Bossi-Fini, leggi sul falso in bilancio, Cirami, Cirielli, Schifani, Alfano ecc. votate tutte quante, interessi di lobby salvando il Secolo d’Italia, varie paraculate a ministri e parlamentari indagati e intercettati, tre scudi fiscali e una quindicina di condoni tributari, edilizi, ambientali, sostegno alla legge Gasparri che tutela Mediaset e la Frattini che santifica il conflitto d’interesse. E questo è solo un sunto veloce ma direi che può bastare.

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3 thoughts on “Gli ultimi giorni di Berlusconi. Ridete che la mamma ha fatto i gnocchi.

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