Home

Mario Monicelli si toglie la vita. Un uomo di 95 anni di fronte ad un vicolo cieco della propria esistenza. Il lutto è nazionalpopolare, subito pronto a giustificare e persino ad apprezzare il gesto estremo del regista, evitando sin da subito l’elaborazione di un lutto soffocato da una visione edulcorata e forse troppo stereotipata della morte. La lettura unilaterale del suicidio come “morte feconda”, o ancora, “gran finale”, “bella uscita di scena” o “lezione di vita”, tanto da meritare un un plauso fin troppo sereno, non bada alla tragedia dell’accaduto. Eppure la nostra società espone un conto umanamente salato in fatto di suicidi, un fenomeno sempre più in voga tra gli anziani. Una manifestazione tutt’altro che eroica, forse sintomo di un qualcosa di diverso e che questa sorta di rasserenante versione di lutto nega ed ignora.

Il privilegio di scrivere per Conaltrimezzi concede la libertà di spendere un articolo a proposito della morte del maestro Mario Monicelli senza voler far piangere alcun coccodrillo. Una libertà che consente il lusso di smarcarsi da biografie ritrite, retoriche scontate e che potrebbe invece porgere la guancia ad un cinismo spietato in grado di perforare con aggressività e spavalderia necrologi lacrimevoli, per quanto onesti, pronti ad affolare l’intero palinsesto di un lutto prevedibilmente nazionalpopolare. Del resto la notizia è tanto ghiotta quanto straziante, anche se nel mio caso userei un aggettivo di diversa natura: straniante. Poiché la vera notizia ognuno la legge dove vuole: nella morte di un maestro del nostro tempo, nella scomparsa di un grande cineasta, nella dipartita di una delle ultime coscienze critiche scampate dallo sfacelo intellettuale. Personalmente io la vedo nel fatto che un uomo di 95 anni, giunto ad un vicolo cieco della propria esistenza, abbia deciso di morire come un giovane. Ripeto: un uomo, e niente più, di 95 anni.

Menandro diceva: «Caro agli Dei è colui che muore giovane». Beffardo il greco, uomo che visse tempi di diversi eroismi, nell’affermare che non la “bella”, parto del Romanticismo, ma la “buona” morte è quella giovane e gagliarda. Quella che vive oltre la vita. Poi vennero i Latini, quelli del De Senectute ciceroniano, celeberrimo saggio sulla vecchiaia, antesignano di una retorica consolatoria, edulcorante e vagamente rasserenante nel rimuovere strazi e grigiori di un’età della vita in realtà orribile[1]. Un giudizio crudele che solo una giovane anagrafe come quella del sottoscritto può permettersi di esprimere. Valutazione implacabile peraltro nelle corde di un pragmatismo latino[2] altrettanto feroce ed alternativo al ciceronesimo che noi moderni leggiamo per esempio nelle parole di Terenzio«Senectus ipsa est morbus». La vecchiaia come malattia, la peggiore se si considera il fatto che è la sola a non poter essere guarita. Ecco perché Seneca rincara: «enim insanabilis morbus est». Deduzioni raccolte da Massimo Fini in un piccolo ma crudele saggio autobiografico incentrato sulla vecchiaia (Ragazzo, Marsilio Editori) che il giornalista ritrae con spietata impudicizia, mandando all’aria qualsiasi tentativo farcito di infingimenti rasserenanti utili a fornire alla terza età una giustificazione, un senso, forse anche uno scopo che in realtà non ha. Ebbene, uno dei miei primi pensieri una volta al corrente della morte del regista, è stato il seguente: chissà se Monicelli ha letto questo libro.

Massimo Fini afferma che l’85% degli ottantenni di oggi rifiuta di considerarsi vecchi. Eppure l’aspettativa di vita dell’uomo contemporaneo – circa settantasette anni per gli uomini e di ottantatre per le donne – è aumentata rispetto al passato (di una decina d’anni se consideriamo ciò che ci dice in proposito la Bibbia: «Settanta sono gli anni dell’uomo»). Una buona notizia? Dobbiamo accogliere la promessa berlusconiana di una vita ultracentenaria alla portata di mano con il sorriso sulle labbra? Non esattamente se consideriamo come nella nostra società l’anziano è l’alienato per antonomasia (in Italia solo il 2% degli anziani vive in casa con la famiglia) e che la vecchiaia, malgrado l’allungamento medio della nostra esistenza, parte inesorabilmente a sessant’anni: il medesimo principio di quellaextrema aetas sancito proprio dai Latini. La medesima società che rende obsoleto l’essere umano, alla stregua di un oggetto, nel suo moto frenetico, nel suo ricambio forsennato. La medesima società che in realtà non ha allungato la vita ma ha raddopiato la vecchiaia e che infine continua a “produrre” sempre più vecchi. Sempre più inutili e sempre più soli.

«I vecchi puzzano di morte, per questo il mondo non li perdona». Iniziava così il soggetto di Umberto D, capolavoro di De Sica del ’52, un film che Monicelli conosceva senza dubbio. Chissà se il cineasta ultranovantenne ha agito di conseguenza dopo aver annusato il medesimo tanfo. Quello di una morte annunciata ed irreversibile[3]. Ad ogni modo è opportuno ricordare come in realtà il pensiero della morte sia una chimera forse invincibile per chiunque[4]Epicuro probabilmente sbagliava nel dire che «quando io ci sono la morte non c’è, quando c’è la morte non ci sono io», poiché l’uomo è dotato di immaginazione. Esso è un animale tragico perché si proietta nel futuro, perché in grado di essere lucidamente cosciente della propria esistenza così come della propria ineluttabile conclusione. Il sapere di dover morire è un qualcosa di feroce. La certezza della morte è un pensiero complicato da accettare, difficile da dominare, forse impossibile da contenere. Prezzolini nei suoi Diari scriveva: «Quando si sa di una persona che morirà, è già morta».

Il passato che diventa un doloroso ricordo. Il presente una realtà frustrante, umiliante e lontana. Il futuro un cupo oblio. In una società che ha imposto un veto nei confronti della vecchiaia e che rinuncia un’adeguata elaborazione del lutto, scelte estreme vengono sempre più condivise. Non è un mistero che i suicidi siano in aumento con il “progredire” della nostra società e che si intensifichino in nazioni laddove questo sviluppo la fa da padrone. Per il resto indagare sulle ragioni profonde ed antropologiche di una simile pratica significherebbe approfondire una serie di argomenti impossibili da imbastire in questo momento. A noi basta ricordare come diverse culture e società della storia dell’uomo abbiano avuto molto a cuore il modo di morire. Ed il suicidio, in certi casi, veniva considerato il più degno o comunque il meno avvilente poiché in grado di sottrarre al destino l’infame potere di decidere la nostra fine. Un imperio che un simile atto estremo fa proprio, in un’idea di morte che si sottrae al decadimento, alle umiliazioni ed alle sofferenze che il fato può riservare. E a questo paradigma mi sembra ci siamo immediatamente conformati anche nel caso della morte di Mario Monicelli, quasi si trattasse solamente di un’individualità che riceve una sua forma definitiva. E nient’altro.

Ebbene, a poche ore dalla morte di Monicelli troppo spesso ho letto o sentito la parola “dignità”. Concetti come “onore”, “bellezza”, “integrità” sono virtù che, nella società della “vita a tutti i costi” e della “tirannia del benessere e della felicità”, affidiamo ora ad una morte con fare retorico, se non addirittura formale. Un fatto curioso, quasi sistematico, che sospetto figlio di un’esigenza profonda: ancora una volta l’esorcismo della morte, l’allontanamento di un’idea odiosa, quasi a scongiurare un enorme dolore. Ecco dove sta il punto: il dolore. Non si rende un buon servizio a nessuno nel negare certe realtà così come le conseguenze che esse possono comportare. Ed allo stesso modo non si fa luce su nessuna verità senza far caso alla possibilità di poter perdere la battaglia con una sofferenza insostenibile tale da indurre una persona a morire, malgrado il dolore sia un sentimento umano tra i più comuni e che alle volte può addirittura produrre qualcosa di positivo: ispirazione artistica, riscatto esistenziale, riscoperta di nuove emozioni. Ma sfortunatamente nella vecchiaia si distingue come un qualcosa di sterile. Una sofferenza inerte perché priva di speranze. Può certo fornire un lume ultimo di saggezza, la brillantezza di un’affilata impassibilità di fronte ai molti mali dell’esistenza, ma non può godere di una vitalità, o di un legittimo e confortante riscatto.

Nessuno potrà mai sapere quali fossero i pensieri che hanno affollato la mente del maestro prima e durante la sua ultima scelta. Tuttavia rimane la sottile convinzione, assolutamente personale, che il vero e forse anche inconsapevole dono, l’ultimo, di Monicelli, da affiancare ai suoi inestimabili capolavori, sia stato quello di metterci di fronte ad un’oscura chimera, la medesima che lui è stato chiamato ad affrontare, costringendo anche noi a guardarla negli occhi anche solo per un attimo. Non era quindi sua intenzione quella di cercare l’approvazione unanime di un gesto intriso di una morale, ma oserei dire anche di una vanità, laica, ma offrire a chiunque l’occasione per considerare la divorante ferocia dell’angoscia umana. La sua, come la nostra, che può essere di tutti. Abusare di certe apologie può significare adagiarsi su ingenue posizioni di comodo rischiando di perdere di vista sfumature della vicenda più scomode e cupe. Possiamo infatti ammettere a cuor leggero che il suicidio di un 95enne prossimo alla morte abbia davvero unintrinseco valore etico o estetico? E nell’immaginarlo non corriamo forse il rischio di non rendere giustizia alla profondità di un uomo ancora in sé ed in grado di interrogare un animo probabilmente funestato da una pena che nessuno di noi può perché non riesce a conoscere e misurare?

Il suicidio nella nostra cultura ha goduto della fama della “morte feconda” – termine coniato dal sociologo e antropologo Louis-Vincent Thomas – e cioè una morte “meno morte” delle altre poiché motivata. Un ideale forse non del tutto obsoleto anche nella società che vede nella vita non un diritto ma un dovere da assolvere, un bene da difendere in ogni modo e con qualsiasi mezzo. Eppure in Occidente assistiamo ad uno strano fenomeno fino a pochi anni fa estremamente raro: l’aumento dei suicidi fra gli anziani. Anche questa la manifestazione di una matura serenità nell’affrontare la propria fine o piuttosto il sintomo di un qualcosa di diverso? Io credo che il suicidio di un vecchio abbia a che fare più con la vita che con la morte. Il suo non è un suicidio epico, un sacrificio, un’immolazione come potrebbe essere quello di un giovane. È piuttosto una morte per disperazione. Come dice lo stesso Massimo Fini forse si tratta dell’«ultima dimostrazione di come, ad onta di tutte le ipocrisie e le fandonie sulle bellurie della “terza età”, la sua sorte di vecchio, abbandonato impietosamente nella sua drammatica solitudine, senza ruolo, senza autorità, senza più dignità, sia diventata crudele».Li ricordate l’85% degli ottantenni che non si ritengono anziani? E il 98% di quelli che vivono da soli, al di fuori della propria famiglia? Potrebbe essere probabile che l’estremo paradosso dei vecchi è che desiderano morire ma vogliono vivere.

Forse non sarà questo il caso di Mario Monicelli, e lungi da me l’intenzione di strumentalizzare la sua dipartita piegandola chissà a quali fini, ma credo che allo stesso modo sia scorretto affidarsi a simili retoriche celebrative di un gesto tutto sommato triste anche se nella sostanza inteleggibile, offrendo a tutti noi l’ennesima occasione di sottovalutare delle implicazione che ogni lutto dovrebbe invece sollevare.

P.S. mentre scrivo ho già cominciato a verificare, con un filo di umano disgusto, il dispiegarsi di un’appiccicosa ed inopportuna retorica a proposito del suicidio di Monicelli come “gran finale” o “lezione di vita per tutti”. La macabra coincidenza con le recenti polemiche inerenti alla trasmissione Vieni via con me, credo la prima a dare la notizia del decesso del regista, non fanno altro che amplificare in modo impudico argomentazioni al limite della sensibilità e della qualità umane. Un vento di apologia vagamente ideologico che chissà come potrebbero recepire migliaia di ammalati che vivono sofferenze che la maggioranza delle persone non solo ignora, ma isola. Io credo che da Monicelli, in questo caso, non ci sia da recepire alcun esempio se non lo stimolo ad un raccoglimento personale come quanto detto nell’articolo. La vita va sempre ed innanzitutto difesa. Qualsiasi altra scelta personale di diverso segno va al massimo accettata e rispettata. Solo questo. La propaganda da becchini va invece lasciata a chi appunto ama rivestire i panni del retore di mestiere.

«Solo gli stronzi muoiono».
Mario Monicelli.


[1] Esiste anche un De Senectute firmato da Norberto Bobbio, opera in controtendenza rispetto al genere.

[2] I Latini parlano di atra senectus e cioè di una vecchiaia cupa, triste, funesta, fosca e tetra.

[3] A Monicelli era stato diagnosticato un tumore alla prostata in fase terminale.

[4] Massimo Fini racconta il seguente aneddoto. Alle due di pomeriggio di un luglio canicolare, passando davanti l’ufficio di Montanelli vide il direttore seduto alla sua scrivania, immobile, davanti alla macchina da scrivere. «Direttore, che ci fai qui alle due del pomeriggio da solo e con questo caldo?». «Se sto a casa penso alla morte. E allora preferisco star qua a far finta di scrivere».


Annunci

One thought on “Il suicidio di un vecchio

  1. Pingback: Suicidi “Sinistri” « il blog di alberto bullado

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...