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In una recente intervista inerente all’uscita di un libro sulla propria esperienza nei Clash e sull’idealismo modaiolo e prefabbricato di una certa corrente antagonista di allora, Vince White, ex chitarrista della celebre punk band, chiosa:

«Quello che la gente idolatra è un’immagine. In una società tecnologica, le immagini sono tutto ciò che rimane alle persone. Mi ricorda di quando è morta la Principessa Diana. Stavo guidando davanti a Hyde Park e ho visto una cazzo di montagna di fiori e c’era gente dappertutto che piangeva, e la mia reazione è stata “CHE CAZZO?!” Tutta questa gente sconvolta per un’immagine vista soltanto in TV e sui giornali?! È pazzesco».

Non me la sento di dare torto al vecchio Vince White. Starete dicendo, embé ma che c’entra tutto questo con il caso Sakineh? Risposta: ne siete così sicuri?
Non è la prima volta che ne parlo. Per Conaltrimezzi ho già scritto un articolo, ma personalmente è già il mio terzo intervento inerente al caso Sakineh. Direte, perché prendersi così a cuore la questione? Risposta: perché nessun altro lo fa. Perché nessuno ne parla senza svestirsi di un velo mistificatorio. Perché l’informazione, la medesima per la quale molte persone si battono strenuamente, non ha intenzione di farlo. E naturalmente perché Sakineh è solo un pretesto, un caso emblematico utile a farci capire come vanno le cose in un mondo che forse non tutti conoscono, o meglio, che sono in molti ad ignorare. Quello dell’informazione globale.

Quando ancora a settembre il bailamme mediatico scatenato attorno al caso della donna iraniana monopolizzava il palinsesto di tv e giornali mi ero espresso parlando di una strana vicenda, di «una storia che sembra seguire il copione di un giallo hollywoodiano». Indiscrezioni, retroscena, nulla di attendibile o che provenisse da fonti rintracciabili. La notizia veniva esposta incompleta, monca, senza radici, malgrado la presenza straripante, l’onnipresenza, la pervasività dell’ente mediatico. Si trattava di una sproporzione sotto gli occhi di tutti. Alla televisione, in internet, qualsiasi media di massa si era proposto di mostrare il volto di una donna, pronunciare il suo nome e riportare una condanna. Il come, il perché, il quando, il cosa, elementi portanti per apprendere un fatto, venivano passati in secondo piano. La sensazione era quella che la mozione collettiva, l’indignazione della folla, il rumore e gli appelli valessero più di qualsiasi altra cosa. Quasi fosse la mobilitazione in sé la vera ragione dell’iniziativa.

Ho già espresso parole piuttosto dure e chiare a proposito dell’illegittimo, cretino e pericoloso sostrato ideologico che ha alimentato l’agitazione attorno al caso Sakineh (rimando sempre al primo articolo), così come dell’atteggiamento abitudinario e preoccupante della gente a recepire dall’alto senza interrogare il proprio cervello qualsiasi istanza anche se mascherata da buoni propositi (in questo caso salvare la vita di una persona). Ora quello che conta, come già mi sono proposto in un’altra occasione, è esaminare la portata, la consistenza e l’oggetto della notizia che ripeto funge solo da esempio per una vasta gamma di altri casi analoghi. Sakineh, donna iraniana, unica caratteristica prevalsa durante l’agone mediatico, viene condannata a morte tramite lapidazione per adulterio. Una notizia che raccoglieva in sé una serie di pulsioni esistenti in maniera rilevante nella coscienza collettiva occidentale: la questione della violenza sulle donne, molto sentita, specie quella perpetrata in determinate aree geografiche, ed il rifiuto nei confronti dell’Altro, espresso in sentimenti antislamici possibilmente suprematistici (l’Islam è un sistema di leggi e valori barbari rispetto a quelli occidentali), espansionistici (occorre portare la democrazia in quei luoghi), interventistici (bisognerebbe fare qualcosa per fermare questo scempio, ne abbiamo il diritto ed il dovere). Impulsi che naturalmente vedevano come bersaglio, non a caso, l’Iran. Già questo basterebbe per dubitare della scarsa genuinità a proposito delle notizie inerenti al caso Sakineh, questo nella mente di un qualsiasi cittadino in grado di interrogare sufficientemente la storia contemporanea.

La donna iraniana veniva perciò adottata come simbolo di una rivendicazione politica. Del resto si è visto fin da subito come la dimensione umana, forse l’unico aspetto vero, plausibile ed accettabile relativo alla mozione collettiva, e cioè il dispiegamento nei confronti di un essere umano in pericolo di vita, fosse del tutto ignorato o strumentalizzato. Il caso ha difatti voluto che in quegli stessi giorni Teresa Lewis, donna affetta da handicap mentale, venisse giustiziata (23 settembre) negli Stati Uniti malgrado le evidenti, o almeno pretese, incongruenze processuali (i capi d’imputazione, come vedremo, erano analoghi a quelli della donna iraniana). Per Teresa Lewis, manco a dirlo, nemmeno un decimo dell’attenzione riservata invece a Sakineh, una donna misteriosa elevata a simbolo di una battaglia che non ci riguardava e della quale nessuno ha mai saputo effettivamente nulla se non ciò che veniva strombazzato con isteria dai media. E cioè la condanna: adulterio, e la natura della pena: lapidazione. Inoltre alla gravità delle premesse andava aggiunto un terzo elemento utile ad accrescere l’isteria pubblica è cioè la “corsa contro il tempo”, il “pericolo imminente”: Sakineh rischiava d’essere giustiziata “da un momento all’altro” (quante volte lo abbiamo sentito dire), e da un quarto, il processo sommario: un procedimento da molti ritenuto una farsa giuridica. Peccato che poi non c’è stata, grazie a Dio, alcuna lapidazione. Proprio perché sarebbe stato impossibile o molto improbabile che ciò accadesse.

Che il nostro sia una mondo strano ed incoerente è persino banale ribadirlo. Vale comunque la pena citare almeno due esempi di lapidazioni avvenute di recente taciuti dai media al contrario di quella mai avvenuta di Sakineh. Era accaduto in Afghanistan nello stesso agosto di quest’anno, a ridosso quindi del caso della donna iraniana: una coppia uccisa a sassate, in un paese nel quale, a rigor di logica, non dovrebbe perdurare lo stesso sistema violento, assurdo e repressivo dell’Iran dal momento che in Afghanistan vige oggi un governo portato dalle bombe dell’Occidente. Una libertà costata migliaia di vittime innocenti. Il secondo esempio risale al 2008, il caso più eclatante di lapidazione moderna. Somalia. Una ragazzina tredicenne rimasta incinta in seguito ad uno stupro viene lapidata nello stadio di Chisimaio di fronte a un migliaio di spettatori. Silenzio. L’Occidente ed i propri media tacciono o al massimo bisbigliano. Sakineh è più fortunata. Con la sola minaccia, come vedremo falsa, di un’esecuzione mai avvenuta è riuscita a riscuotere l’attenzione del pianeta. Ancora una volta: la risposta sta tutta nella piantina geografica.

Nel frattempo appelli dilatati dai media che fungono da cassa di risonanza globale. Eppure nessuno che si preoccupi di esaminare il caso partendo da basi logico-giudiriche. Perché come poi è emerso, fortunatamente per la pelle della povera Sakineh, e per la sfortuna, a quanto pare, di certi Occidentali idrofobi che bramano oltremodo la morte di un innocente per poter scatenare l’ennesima apocalisse, l’Iran ha da tempo aderito alla moratoria per la lapidazione, al contrario di Nigeria, Pakistan, Sudan, Yemen, Indonesia, Afghanistan, Somalia e soprattutto Arabia Saudita: nazione nota per l’osservanza delle leggi islamiche ma che non è mai stata messa all’indice dalla nostra informazione di massa forse per via delle altrettanto note partnership economiche con l’Occidente.

Il tempo darà poi la possibilità alla verità dei fatti ad emergere. Una verità che l’informazione globale tacerà con fare, anche questa volta, niente affatto limpido. Il Codice Penale dell’Iran difatti non contempla la lapidazione che anzi condanna quando questa viene applicata in zone limitrofe ed autonome in mano alla giustizia sommaria di carattere tribale di alcune piccole comunità. Quindi niente lapidazione: un fatto che sarebbe stato comprovabile da un semplice riscontro. Rimane ancora in piedi il reato per adulterio: un’aberrazione agli occhi delle nostre immacolate donne occidentali (permettetemi almeno questa battuta). Il reato di infedeltà coniugale esiste ed è effettivamente perseguibile dalla legge iraniana solamente qualora il fedifrago venisse colto in fallo da almeno quattro testimoni contemporaneamente. Praticamente una scenetta da film porno. Ma anche questo non è, ovviamente, il caso di Sakineh, che difatti è sì stata condannata, assieme all’amante Issa Taher, ma non per adulterio, bensì per concorso in omicidio del marito. Un delitto particolarmente efferato stando a quanto affermano le fonti iraniane.

Ecco quindi che la notizia si sgonfia. Perde l’appeal ideologico e la motivazione emotiva. Diviene un fatto di cronaca nera, anche se al sapore mediorientale, come tanti altri. L’informazione lascia perdere la notizia, fa finta che non sia successo nulla dopo aver fatto finta di niente per giorni e settimane. Rimane tuttavia il guaio e cioè il vuoto sapientemente lasciato dagli organi di stampa occidentali: nessuno si prende ancora una volta la briga di spiegare alla gente che il caso di Sakineh è un processo sottoposto a riesame giuridico. Un procedimento che quindi richiede del tempo e che di fatto, al giorno d’oggi, novembre 2010, non è ancora terminato. Perciò niente lapidazione, niente condanna per adulterio, niente rischio immediato e nessuna promiscuità giuridica: vengono a cadere tutti i punti cardine che avevano stimolato i nervi sovraeccitati dell’Occidente. Ecco quindi che dall’alba al tramonto si passa dal chiasso globale al silenzio. Il mondo civile tace. Un atteggiamento prevedibile dalla proverbiale bovinità della massa, drogata ed anestetizzata dai media. Discorso diverso invece per coloro che in prima persona, tra attivisti, belle anime e paladini dei diritti umani, impegnati in appelli, petizioni e forsennati Balli di San Vito. Il loro silenzio spiazza un po’ di più. Loro che avrebbero quantomeno dovuto dire qualcosa. E invece niente. Quindi fine della storia?

Nemmeno per sogno. Poiché rimane il fatto che sulla testa di Sakineh Mohammadi Ashtoni grava la condanna per concorso in omicidio. Un reato che prevedere una condanna a morte per impiccagione. Il tempo di far rifluire la sbornia mediatica che l’informazione globale ritorna bellamente sul caso, come se nulla fosse, denunciandone ancora una volta l’ingiustizia. L’imperativo è quindi lo stesso di sempre: occorre salvare Sakineh dalle mani dei boia iraniani.
Ora è opportuno formulare due lapidarie considerazioni:
1) l’impiccagione, tuttora da confermare, per quanto ai nostri occhi ci possa sembrare barbara, non è comparabile alla lapidazione e quindi ad una forma di tortura infame e disumana;
2) l’Iran, come qualsiasi altro paese straniero sovrano, non ha nessun obbligo culturale, morale, politico e soprattutto giuridico nei confronti dell’Occidente. Lo stesso Occidente di Guantanamo ed Abu Ghraib, per intenderci, delle guerre preventive e delle centinaia di migliaia di morti a causa della guerra al terrorismo.
Lo stesso Occidente contenitore di ingiustizie sociali, che talvolta applica la pena di morte e che tollera pure quelle inflitte in superpotenze intoccabili come la Cina. Lo stesso Occidente che viola ripetutamente diritti umani e convenzioni internazionali in teatri di guerra e zone del Terzo Mondo. Lo stesso Occidente che si impone come arbitro della morale globale malgrado un tale curriculum da capogiro in fatto di crimini e guerre. In questo modo l’informazione di massa veicola il concetto che le sentenze di un tribunale iraniano sui fatti che quel Paese considera reati gravi sono da sottoporre sistematicamente al “Tribunale Popolare dell’Occidente”, infangato da una morale collettiva ipocrita e bifronte. Inoltre non bisogna mai dimenticare che, ad ogni modo, Sakineh non è affatto un prigioniero politico ma una persona incriminata per reati comuni e che come tale ha il dovere di essere giudicata secondo i parametri adottati dal proprio paese, uno stato, che vale la pena ricordare, sovrano ed indipendente e che ha tutto il diritto di prendere le misure che ritiene necessarie e che se devono rispondere al cospetto di qualcuno, quel qualcuno non siamo noi, ma solo ed unicamente il popolo iraniano, l’unico attore legittimo del proprio destino.

Dal punto di vista del dibattito intellettuale ora il tema viene dirottato dalla lotta alla barbarie, alla contestazione di una pratica a mio avviso ugualmente aberrante, la pena di morte, applicata come tutti sanno in molti altri paesi[1]. L’esecuzione per impiccagione rende la notizia ancora piuttosto appetibile agli occhi dell’opinione pubblica e quindi ecco giustificata la seconda ondata di appelli. Sakineh torna di moda nel mondo dell’informazione globale poiché la barbarie non è finita, non è stata sconfitta del tutto. Ecco che la notizia fa nuovamente capolino nei nostri palinsesti, in una versione più edulcorata ma ugualmente reticente a proposito delle contestualizzazioni prima descritte. Agenzie, giornali ed Ong, dalla sera alla mattina tornano all’attacco riportando alta la soglia d’attenzione con l’ennesima denuncia: Sakineh sta per essere impiccata. La notizia arriva come un pugno allo stomaco, diretto e gratuito: 2 novembre 2010, l’indomani l’esecuzione.

Che anche questa volta non avviene… Altro falso allarme. Altra altalena mediatica. Eppure il rumore ha sortito l’effetto voluto e cioè presenza nei tg nazionali, visibilità, appropriazione di spazi che naturalmente avrebbero potuto ospitare un’infinità di altre tematiche di carattere più disparato. E invece no. Sfogliare un quotidiano o guardare un tg nazionale significa passare in rassegna una sorta di rotocalco che raccoglie soap opera di politica interna, gossip giudiziario, tormentoni mediatici, bunga bunga e cronaca nera dilazionata alla nausea. Ed infine l’ennesima boutade a proposito di Sakineh, questa povera donna usata come un santino-banderuola dai diktat morali dell’Occidente. Un burattino nelle mani di pericolose think tank Occidentali volte a promuovere l’espansionismo totalitario dei regimi liberal-democratici.

Rimane dunque aperta una questione fondamentale: le fonti. Quali sono? Chi le gestisce? E poi, chi sono gli attori principali della vicenda, i protagonisti della storia? Domande che chiunque avrebbe dovuto porsi le cui risposte emergono solamente in seguito a qualche approfondimento. Innanzitutto l’avvocato di Sakineh, portavoce dell’imputata. E che avvocato non è.
In molti identificano Javid Houstan Kian come un militante dei Mujaheddin del Popolo: secondo alcuni “ben informati” occidentali un’organizzazione volta alla liberazione dell’Iran, secondo il Governo Iraniano una cellula di terroristi. Stando alle cronache questi Mujaheddin del Popolo avrebbero adottato un sistema di lotta niente affatto civile o pacifico se è vero com’è vero che sono stati a loro attribuiti bombe fatte esplodere contro le istituzioni e la cittadinanza iraniana. Un modus operandi che secondo i soliti dietrologisti sarebbe finanziato da Israele e, naturalmente, dagli Stati Uniti. Lungi da me dibattere sulla natura di Kian e dei suoi Mujaheddin (veri combattenti o terroristi pilotati da forze straniere?). Ciò che conta è riportare queste notizie solamente per restituire quello che è un piccolo scorcio di ciò che si cela dietro la natura di questa gigantesca diatriba diplomatica tra Occidente ed Iran, della quale Sakineh è un puro pretesto senza per forza voler scomodare CIA e Mossad. Rimane comunque il fatto che le voci inerenti alle torture subite da Sakineh, così come molti altri aggiornamenti dall’Iran, provengono proprio dalla bocca del sedicente avvocato. Informazioni date indebitamente in pasto alla nostra opinione pubblica affamata di indignazione.

Altro megafono sulle cui labbra pendono le maestranze mediatiche dell’Occidente a proposito del caso Sakineh: Mina Ahadi.
Le notizie che ci provengono da Teheran spesso sono rimbalzate da un pulviscolo di Ong, sigle ed organizzazioni umanitarie internazionali. Le tre più in vista in Iran, Comitato internazionale contro le esecuzioni, Comitato internazionale contro la lapidazione e il Consiglio centrale degli ex-musulmani hanno una particolarità in comune: fanno tutte a capo a Mina Ahadi[2], dissidente iraniana in Germania… Proprio così, in Germania (alla faccia della presa diretta…). L’alternativa è rappresentata da Human Rights, altra Ong che non fa altro che commentare le agenzie che escono dalla grancassa mediatica della Ahadi[3] e dalle sue associazioni. Da Parigi, a fare da sponda e da cassa di risonanza c’è il noto filosofo ed intellettuale militante, notoriamente filoisraeliano, Bernard Henry-Lèvy ed il suo sito, La règle du jeu (che tra l’altro parla ancora di “lapidazione” di Sakineh), promotore delle prime iniziative a favore della donna iraniana.

Lo scenario palesa un evidente sbilanciamento sulla provenienza e sulla natura delle fonti dalle quali è stata generata una delle campagne mediatiche più imponenti e controverse degli ultimi anni. Fa inoltre riflettere la scelta del bersaglio, l’Iran, che è solo uno dei tanti stati nei quali vige la pena di morte. Inoltre stiamo parlando di un caso che per quanto ripropone un tema che non scade mai in fatto di importanza ed attualità non riesce perché non può reggere la pachidermica portata delle implicazioni messe in campo dall’informazione globale. Perché come abbiamo visto si tratta di un caso “non-caso”, portato alla ribalta da un fine politico ben preciso.

Non bisogna inoltre dimenticare che come esiste la pressione di think tank antiraniane, sioniste o filo americane che dir si voglia, registriamo conseguentemente l’esistenza di un’influenza opposta, proveniente da un vento contrario, antioccidentale antagonista, politicamente e culturalmente avverso alle istanze profferte da determinate cattedre di pensiero. In questa sorta di battaglia dell’informazione emerge un solo dato certo: entrambi gli schieramenti sono impegnati in una tenzone che li allontana dalla verità oggettiva ed imparziale. La medesima verità che probabilmente nessun organo di informazione ci dà, perché non vuole o perché non ne è in grado. Il cittadino è quindi lasciato solo con la propria coscienza di fronte ad una tale cornucopia di mistificazione e propaganda.

Qualcuno si starà chiedendo: ma come andrà a finire questa storia? È verosimile immaginarsi che le autorità iraniane, dato il delicato scenario diplomatico, stiano attendendo che l’ondata di sdegno della comunità internazionale determinata dall’opinione pubblica Occidentale si smorzi per poter eseguire la condanna (come un qualsiasi tribunale americano o cinese) che tuttavia il clamore mediatico ha forse il potere di procrastinare potenzialmente all’infinito, in un iperbole di sensibilizzazione propagandistica nevrotica ed isterica che potrebbe portare all’assuefazione. Non va inoltre trascurato un fattore che pochi organi di stampa tendono a specificare: secondo la legge iraniana l’attuazione della pena di morte per omicidio è a discrezione dei familiari della vittima e, secondo i documenti del tribunale, i familiari avrebbero già rinunciato al diritto di chiedere risarcimento. Ma se questo fosse vero, di cosa stiamo effettivamente parlando se non di un gigantesco castello di carta? Dove sono le contro verifiche? Perché non esiste l’interesse di fare chiarezza una volta per tutte?

Traendo le conclusioni e riprendendo le parole acide del vecchio Vince White in incipit, occorre dire che in una società della lobotomia, dell’indolenza intellettuale, della superficialità, dell’annientamento della personalità e di una coscienza critica autonoma, in una società grassa di mistificazione, comfort, benessere e tecnologia, intossicata com’è da armi di distrazione di massa credute invece strumenti di sensibilizzazione contro il potere che in realtà la assoggetta, in questa stessa società, è sufficiente un’immagine, una semplice immagine pronta a tradursi in icona, un volto anonimo, sconosciuto, un santino bidimensionale e una bella storia da raccontare per mobilitare le masse, ondate emotive collettive, attenzione. Un “Keyser Söze” qualunque. Una sola e semplice immagine per calamitare ed amplificare tensioni (ve le ricordare le vignette satiriche su Maometto?). Sempre la solita storia dell’asino e della carota però nella misura di transumanze collettive.
Ora capite la portata del fenomeno? Un paradigma applicabile ovunque su scale globale. Un meccanismo finora vincente, incontrastato perché incontrastabile.

P.S. Nel 2007 Shahrzad Mir-Qolikhan, iraniana, viene arrestata negli Stati Uniti. La sua colpa: essere stata sposata con Mahmoud Seif, il quale aveva cercato di esportare dall’Austria binocoli provvisti di visori notturni. Per questo motivo Shahrzad è stata condannata a 5 anni di reclusione da una corte penale della Florida. Da tre anni la donna iraniana denuncia torture mentali e fisiche perpetrate ai suoi danni anche da ufficiali di alto grado. La pressione esercitata sulla donna per mezzo di maltrattamenti e pestaggi nasce dall’esigenza di rintracciare l’ex marito. Recentemente Shahrzad, nel silenzio degli organi di stampa, malgrado i numerosi appelli dei famigliari e le lettere rivolte al Presidente degli Stati Uniti Barak Obama, è stata trasferita contro ogni logica giuridica alla Special Hosting Unit, distaccamento nel quale vengono imprigionati i criminali ritenuti più pericolosi dalle autorità americane. Un nuovo spunto di attualità sul quale riflettere circa la disparità di giudizio dei mass media. Il fatto è stato fatto trapelare da Press Tv, un’emittente televisiva satellitare in lingua inglese.

Alberto Bullado


[1] Vale la pena ricordare le 41 esecuzioni finora verificatesi nel 2010 negli Stati Uniti. Altri 3200 attendono il medesimo destino all’interno del Braccio della Morte.

[2] Mina Ahadi è esponente del Partito Comunista dei Lavoratori Iraniani in esilio. Il marito, anch’esso militante nello stesso partito, fu ucciso durante la rivoluzione khomeinista. Mina nel 2007 ha vinto il Secularist of the Year, un premio della UK’s National Secular Society, un’organizzazione britannica promotrice dell’ateismo. Mina in Germania ha difatti fondato nello stesso anno il Consiglio centrale degli ex islamici volto a difendere i musulmani all’estero dall’influenza delle organizzazioni islamiche locali e proporre l’abiura dell’Islam.

[3] La Ahadi viene indicata come fonte principale in quanto “testimone uditiva” dell’arresto del figlio e dell’avvocato di Sakineh avvenuto mentre i due stavano rilasciando un’intervista a dei giornalisti tedeschi nella quale Mina Ahadi svolgeva il ruolo di interprete via telefono.

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