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E se la mafia non esiste? Se Saviano, Gomorra, la Piovra è tutto fantasy; se i processi, le indagini, i pentiti fossero l’ennesima storia dell’orso? Se tutto ciò fosse falso, una perdita di tempo, uno spreco d’intenti? Ecco, allora diremmo che i politici siciliani della Democrazia Cristiana dei ’60-’70 avevano ragione. A loro e alle loro facce, così volgari ed omertose, che abbiamo ritenuto, non a torto, ritratti d’infamia, dovremmo chiedere scusa. Così come a tutta quella gente di strada che ha negato alzando il mento. Occorre fare marcia indietro affermando che l’unica realtà finora emersa in tutti questi anni è che abbiamo sbagliato tutto.

La mafia non esiste perché non ha senso chiamarla mafia, né ‘Ndrangheta, Camorra, Cosa Nostra. Ed è proprio questo il nostro più grande errore. Nostro come opinione pubblica, come politica di comunicazione e come metodo d’inchiesta. Perché abbiamo sbagliato bersaglio. Perché della mafia ne abbiamo per la maggior parte un’idea distorta. Perché ancora oggi, malgrado lo stragismo, la corruzione, le infiltrazioni nella politica, la collusione con l’economia, i servizi segreti, il terrorismo, la società civile, i sindacati, gli organi di amministrazione locali, la sanità, le forze dell’ordine, la massoneria, la gestione dei rifiuti, la droga, l’abuso edilizio e l’evasione, malgrado tutto questo non ci siamo ancora accorti di quanto la mafia sia in realtà il potere in sé, una delle tante manifestazioni del sistema che ci governa, l’anarchia di uno status quo che impera la realtà dei fatti. E non un ganglio malato, una semplice appendice da rimuovere, una degenerazione che per quanto grave è circoscrivibile. No. Fa tutto parte del nostro modello di sviluppo. Perché violenza, sopraffazione, corruzione e criminalità non sono separabili da questo prototipo produttivo, questo assetto sociale, quest’idea di crescita e di politica. Sono le fatali conseguenze di un mondo che ha preso una strada sbagliata. E noi con lui.

Un esempio fin troppo semplice e banale: il fallimento dell’operazione Liste Pulite (un’iniziativa risalente al febbraio 2010) denunciato anche dal Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Giuseppe Pisanu. Una sconfitta silenziosa, manco denunciata, sfiancante sì, ma non troppo da sollevare un solo urlo di indignazione. L’operazione Liste Pulite varate per le ultime amministrative si proponeva di tenere lontani almeno i condannati dal primo grado in su per reati di mafia. Risultato? E che ve lo dico a fare… Comuni, province, regioni inquinate dalla solita pornografia. Ancora una volta. La verità è che per quanto alto sia il livello di sensibilizzazione, di denuncia, di indignazione la situazione non migliora di un millimetro. Ci dev’essere per forza qualcosa che non va nei modi con i quali si contrasta la mafia. A cominciare dall’interpretazione che diamo di essa. E cioè quella dell’associazione a delinquere. Ora mi chiedo come si possa razionalmente parlare di “associazione a delinquere” dopo decenni di storia e migliaia di arresti. Aggiungici confische, collaborazioni con forze dell’ordine straniere, esercito e nuove generazioni sempre più informate, sensibilizzate ed attente, ma niente. La piovra è sempre lì. Possiamo mozzarne un tentacolo che quello ricresce, si rigenera, si ramifica. Quella piovra che si aggiorna proprio perché è al passo con l’evoluzione del potere – al contrario della macchina giuridica – e dei suoi logaritmi di sopraffazione e nello stesso tempo di autoconservazione. Proprio perché la mafia non è solo “un’associazione a delinquere”.

E allora diciamo che la mafia che abbiamo in mente non esiste, al contrario di un sua rappresentazione mentale collettiva distorta, banalizzata, poco aggiornata ed irreale. Ciò che invece sussiste è un sostrato sociale e culturale omnicomprensivo che riguarda tutto il nostro paese ma non solo. Volendo anche lasciar perdere le elucubrazioni politiche, la sempiterna ed inconcludente retorica della “mancanza di Stato” e dell’indifferenza delle istituzioni, così come le dietrologie che riguardano mafia e partiti, mafia e potentati economici, mafia ed organizzazioni segrete, ci accorgeremmo fin da subito di come la mafia sia in realtà una cifra comportamentale comune a tutti noi, senza esclusione di latitudine. La logica del clan, del corporativismo al fine di raggiungere un fine o interesse comune che evade o cerca di eludere qualsiasi tipo di vincolo o ristrettezza, il vizio delle lobby, l’ideale di famiglia allargato: è questo il nucleo fondante, l’essenza della nostra società, dal basso verso l’alto, fino ad arrivare alla classe dirigente ed alle élite di potere. Stiamo parlando di una mafia intima e sociale, invisibile ma pachidermica con dei costi e delle conseguenze atroci non solo in fatto di legalità o di degrado istituzionale ma di depauperamento umano. Questa cosa qui ci rende esseri orribili. Noi, il nostro paese e i nostri figli che ci crescono.

E gli ottimisti a tutti i costi, quelli che gioiscono per un caso letterario di successo, per il film candidato all’Oscar, per l’arresto del momento, sono anche più insopportabili dei disfattisti da teatro o da libreria, i “giullari dell’Antimafia”, quelli che hanno reso la lotta alla mafia un bene di consumo di indignazione di massa. La verità è che l’epica mafiosa è ancora ben lontana da essere estirpata dal nostro sangue. La mafia sociale al giorno d’oggi è ancora un modello di riferimento efficiente, conveniente e performante. E difatti la mafia viene scelta, premiata, rinforzata con atteggiamenti alle volte spontanei, persino in buona fede ed è questo il paradosso che misura l’ampiezza dell’abisso. Lo diceva lo stesso Falcone: la mafia è innanzitutto un fatto umano. Una semplice verità che avremmo dovuto apprendere da queste persone che ora amiamo così tanto ostentare alla stregua di santini bidimensionali, dimenticandoci che se loro non sono più qui a parlarci è innanzitutto per colpa nostra. La società che non ha mai dato l’idea di essere pronta per il cambiamento. Del resto cos’è oggi la maggior parte del sentimento dell’antimafia civile se non l’ennesima buona occasione nell’esibire un atteggiamento manierato e politicamente corretto che fa incetta di stereotipi e luoghi comuni? Commemoriamo le stragi quasi fossero eventi pop. “Per non dimenticare”: tra le frasi più protocollari d’Italia. Noi che la memoria siamo educati ad assumerla in pillole, slogan e formulette che recitiamo come filastrocche o spot pubblicitari di una moralità intellettualmente miope. Cosa mai dovremmo farcene di una serie di culti vuoti e vecchi eroismi di facciata, dei busti, delle icone museali, se non c’è la consapevolezza del fenomeno? Perché la mafia è un qualcosa di molto più grave di una bomba.

Una malattia che sembrerebbe aver contagiato anche l’Antimafia. È doloroso dirlo ma nessuno è qui per gettare fumo negli occhi. L’Antimafia è anch’essa potere. L’Antimafia fa politica. L’Antimafia è asservita allo stesso sistema che si vorrebbe combattere e che nemmeno nei suoi anni migliori è riuscita a scardinare. Occorre ammetterlo: l’Antimafia è insufficiente, malgrado sia l’unica arma in nostro possesso, perché in realtà si tratta dell’ennesimo strumento in mano allo stesso status quo generale, forse la più pericolosa, perché ci illude che questo possa essere l’unico rimedio quando invece non lo è affatto e non lo è mai stato: poiché al massimo della propria efficienza l’Antimafia è stata usata come strumento di sgombero, di ricambio generazionale, di politica gestionale del malaffare. Vorrei non dover dire queste cose, ma i risultati in tutti questi anni ci raccontano una storia diversa da quella che noi tutti vorremmo immaginare.

È quindi chiaro che nel sentimento popolare la mafia non esiste in concreto se non come concetto astratto, avvinghiato alle fiabe del proprio rassicurante disfattismo, inutile ed inopportuno come qualsiasi altro discorso finora campato per aria relativo alla mafia come “mostro da distruggere” e non come mondo da cambiare alla radice, a cominciare da se stessi. Perciò, rimanendo in questi termini, continuando a frequentare certe dottrine, premiando  la retorica di certi oratori, la mafia è come se non esistesse e continuerà a non esistere fintanto che insisteremo a chiamar mafia solamente la manovalanza di un apparato che ha in mano il destino delle prossime generazioni, così come il nostro stesso piccolo mondo. Quella cosa che invece è la vera mafia. Quella cosa che siamo noi. Quel sistema che abbiamo edificato con le nostre mani mattone su mattone e del quale abbiamo perso il controllo. Quella cosa che quotidianamente preserviamo dalla falsità del nostro sentire e dalla superficialità del nostro operare. La verità è che la mafia non esiste perché è disciolta in noi. Nelle nostre logiche e nel nostro sangue. La mafia non esiste perché in realtà dovremmo chiamarla Italia.
Altra parola senza molto senso.


Alberto Bullado

NON E’ MORIRE IL PROBLEMA
MA PUO’ INIZIARE AD ESSERLO
QUANDO SI FINISCE IN UN FRANCOBOLLO.

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