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Alle volte è difficile distinguere qual è il vero burqa. Se quello delle donne islamiche o lo scafandro che amiamo vestire sopra il nostro cervello, i nostri occhi, o più semplicemente sopra la nostra faccia, al fine di nascondere un’intrinseca viltà. A cosa mi riferisco? Alle motivazioni che adottiamo nel rigettare un fenomeno come il burqa, ridicole, illogiche, ipocrite: balbettii che cercano di giustificare un pensiero sensato e che sensato non è e che invece è altamente influenzato da un intimo razzismo, da un’inconsapevole xenofobia e da una preoccupante ignoranza culturale. Intendiamoci: il burqa non lo vuole nessuno. È un qualcosa di più che antipatico e che al sottoscritto sta qua come a qualsiasi altra persona perché mai mi sognerei di farlo indossare o consigliarlo ad una donna. Tuttavia c’è un qualcosa di ben più insopportabile dello scafandro islamico e cioè l’atteggiamento ipocrita e vagamente comico delle nostre argomentazioni, da tipici occidentali medi, che amiamo mettere in campo contro quella che secondo certe retoriche viene dipinto come una nuova orda di barbarie pronta ad invadere il nostro territorio.

Che la nostra sia una società subdolamente o subconsciamente razzista (tutt’al più xenofoba) è del resto un dato di fatto. Lo testimoniano determinati tic sociali: dall’atteggiamento apertamente ostile di certi fronti d’opinione, all’approccio opposto, quello dell’accoglienza buonista ed acefala tipica dell’occidentale fricchettone dalla coda di paglia. Due facce della stessa medaglia: la nostra incapacità intellettuale e l’incompetenza culturale nel rapportarsi adeguatamente con l’Altro per quello che è. A proposito del dibattito inerente al burqa, si assiste però a qualcosa di diverso. Uno spettacolino spregevole, nel quale si crede e si cerca di chiudere la questione con argomentazioni inique e francamente vigliacche. Perché vogliamo far credere che il burqa sia razionalmente incostituzionale, quando invece è chiaro che il problema è di carattere culturale. E soprattutto è un problema nostro: quello di non riuscire ad accettare il diverso in un mondo di diversi.

Cominciamo con le questioni più terra terra: semplice statistica. Quanti burqa avete visto per strada? E quanti mai potranno essere quelli pronti ad invadere il nostro territorio? Sicuramente centinaia di migliaia prestando ascolto ai peti propagandistici dei soliti noti. Quindi facile prevedere che da qui a qualche anno uno stuolo di scafandri di stoffa deambuleranno per le strade della nostra città occupando i nostri marciapiedi, mentre le nostre donne, libere e disinibite, saranno costrette a rintanarsi in casa per non subire ritorsioni. Un incubo distorto che solo una mente infantile e pericolosamente scollata dalla realtà potrebbe partorire. Ma ritornando al nocciolo della questione, perché il burqa disturba così tanto?

Secondo un certo pragmatismo burocratico[1], alquanto idiota, il burqa sarebbe fuorilegge in quanto impedisce il riconoscimento della persona. Un’osservazione ridicola se pensiamo al nostro Carnevale. Dunque apprendiamo che Arlecchino e Pulcinella sono allo stesso modo illegali. Così come i caschi integrali delle moto e dei ciclomotori i quali, assieme a certi passamontagna, dovrebbero essere a maggior ragione ritenuti fuori legge in quanto usati dai delinquenti per commettere rapine. Sotto questo punto di vista il burqa è di gran lunga più innocuo: facile immaginare che una terrorista islamica in procinto di compiere una strage difficilmente si camufferebbe sotto un burqa al fine di passare inosservata. Ecco quindi, che grazie all’intervento di parlamentari di destra, ma non solo di destra, ed alcuni loro votanti, veniamo inoltre ad apprendere come ad Halloween, oltre che a Carnevale, si rischierebbe di riempire le carceri di terroristi. Stessa cosa dicasi per le processioni di penitenti incappucciati di guardia Saframonti, Benevento (di gran lunga più inquietanti), oppure il corteo del Cristo velato in provincia di Salerno. Illegale pure Gesù Cristo? O la sua riproduzione velata, peraltro di carnagione scura (oh mio Dio!)? Illegale il Crocefisso?!

In realtà il veto nei confronti del burqa in Italia è figlio non solo di un clima di suprematismo identitario totalitario e xenofobo, ma anche di un laicismo oltranzista recepito come “progressista” e che censura espressioni e simboli religiosi con lo stesso fare categorico di un biondo gerarca delle SS. Alla luce dei fatti e dalle conclusioni portate da entrambe le prospettive, fanatismo per fanatismo, cosa ci fa pensare che il nostro integralismo sia migliore del loro? Voglio dire, come Occidente abbiamo sul groppone sei milioni di ebrei e più recentemente un numero incalcolabile di vittime innocenti solo per dimostrare ad alcuni stati canaglia da quale parte stia la libertà: non mi pare sia il caso di arrogarci il diritto di dare lezioni a qualcuno (un’annosa questione) sia sul piano della moralità che della tolleranza.

Che si tratti poi di fanatismo ingiustificato e fine a se stesso e non solamente di un’applicazione di una legge stupida è dato dal fatto che il dibattito in realtà si estende anche nel caso del chador, o del hijab, che al contrario del burqa non pongono nemmeno il problema della riconoscibilità della persona che li indossano (illegale anche la Befana?). Quindi, ancora una volta, viene da chiedersi: dove sta il problema? È perciò evidente che si tratta di un nostro atteggiamento arrogante e liberticida che applichiamo a determinate categorie di persone in quanto diverse da noi e quindi, in qualche modo “sbagliate” e da correggere secondo i nostri parametri culturali che riteniamo “universali” anche quando non lo sono affatto e che al contrario dovrebbero insegnarci come certi diritti, su tutti il libero arbitrio, siano incontestabili ed inalienabili. La questione è in realtà molto più semplice di quello che sembra. Chi viene in Italia, sia islamico o meno, deve naturalmente rispettare le leggi del nostro paese, così come noi le rispettiamo[2] (sperando siano giuste o quantomeno logiche). Questo è chiaramente un punto fuori discussione. Quando questo accade, tutto quel che riguarda il credo religioso, i valori, il modo di essere, fa parte della sfera personale dell’individuo, nella quale lo Stato ed i suoi cittadini non hanno il diritto di ficcare il naso. Tutto qui.

Ma ritornando al burqa e al velo è bene ricordare che stiamo parlando, più che di imposizioni religiose fini a se stesse, di simboli identitari che fini a se stessi non sono e che spesso vengono esibiti coscientemente dalle donne, a maggior ragione in un paese che è diverso dal proprio e che avvertono ostile nei loro confronti. Se siamo così sicuri ed ancorati ai nostri valori occidentali tanto da ritenerli assoluti, superiori o quantomeno inamovibili, perché temere un semplice pezzo di stoffa? Di cosa abbiamo paura?

Una delle osservazioni apparentemente più plausibili a questo genere di argomentazioni è la seguente: il velo è un’imposizione dispotica che lede l’autonomia e la dignità della donna. In realtà non è così semplice. È chiaro che se tutto ciò venisse vissuto dalla donna in termini di violenza o di limitazione della propria libertà il burqa o il velo diverrebbero in quel caso simboli di una dittatura domestica da sbrogliare. Del resto, essendo il nostro uno Stato di diritto, disponiamo dei mezzi e delle istituzioni in grado di tutelare le vittime di violenza e di perseguire coloro che le applicano. Ma com’è evidente, un dibattito che si misuri in un simile territorio ha solo in parte a che vedere con il burqa e molto di più con un tema a se stante come la violenza sulle donne. Perché quindi assimilare il velo a simbolo assoluto di oppressione? Non si tratta di un’approssimazione fin troppo sistematica? È davvero questa la soluzione al problema? Se nel nostro territorio una donna subisce violenze è in realtà soggetta ad un danno perseguibile dalla nostra legge a priori e quindi a prescindere dal velo.

In conclusione il burqa, così come lo chador e l’hijab,  sono scelte individuali innocue quando consapevoli ed accettate dalle donne che lo indossano. Chi vede in loro una minaccia in sé è a mio avviso una persona non esattamente equilibrata nell’esprimere giudizi, perché vittima, o artefice, dei propri pregiudizi. Inoltre non dobbiamo mai dimenticare che quando noi critichiamo i costumi altrui facendo riferimento a valori “universali” in realtà parliamo di capisaldi validi solo in Occidente, che per ragioni storiche, antropologiche e culturali non coincidono, come si vorrebbe far credere, con qualsiasi altra realtà esistente del pianeta. Poiché esistono popoli e culture che hanno percezioni assolutamente diverse a proposito della vita e dell’identità di una persona e pretendere di modificarle sovrapponendo la nostra cultura, peraltro notoriamente aggressiva e contraddittoria, significa commettere una violenza che tra le altre cose infrangerebbe una serie di diritti che noi stessi, se volessimo dar retta alla nostra prosopopea di matrice illuminista, consideriamo “universali” ed inalienabili. A dar giudizi senza prendere almeno in considerazione il fatto oggettivo si finisce poi, come sempre, nello sprecare troppo fiato, oltre che, nel caso del dibattito sul burqa, di subire le solite requisitorie medievali, illogiche ed infantili: pneuma intestinale erogato da un orifizio scorretto.

Alberto Bullado


[1] Un disegno di legge che vieterebbe l’uso del velo integrale è stato presentato il 28 settembre dalla deputata del Pdl Simona Vicari. Una proposta di legge analoga era stata proposta dalla Lega il 17 settembre, mentre il 14 dello stesso mese la Francia, primo paese dell’Unione Europea e nazione con la più grande popolazione musulmana d’Occidente, ha approvato il divieto dell’uso del velo nei luoghi pubblici.

[2] Proprio noi italiani che siamo tra i popoli più incostituzionali, fuorilegge ed amorali del mondo civilizzato. Con quale faccia tosta ci presentiamo al cospetto dello straniero imponendogli standard burocratici quando siamo i primi a non rispettarli?

2 thoughts on “Il Burqa in Italia è finora il nostro

  1. L’uso del velo, che lascia liberi solo gli occhi, nei posti pubblici quali banche, supermercati, bar, metropolitane, autobus , ecc.. dovrebbe essere vietato, in quanto sotto qull’abbigliamento potrebbe celarsi un terrorista travestito o un rapinatore. Una donna islamica, che viene in Italia, dove noi abbiamo tutti gli stessi diritti, perchè si ostina a voler rimanere schiava, mentre in Arabia Saudita, le sue donne coraggiose, stanno cercando la libertà dal giogo dei ” maschi”? E poi, oltre che non rispettare le Leggi del Paese, che le accoglie ed in cui vogliono avere gli stessi diritti degli Italiani, DEVO DIRE CHE SONO PROPRIO MASOCHISTE!!

  2. io sono italiana musulmana e sono libera nel mio paese di mettere il velo siamo in un paese laico ..non sono oppressa e sono felice di metterlo,ma come mai non fate casino se una suora mette il velo??’in italia siamo tantissimi convertiti e l islam è una religione pacifica ….a differenza di come si crede……mi dica una cosa lysia ma lei ha mai sentito che nel nostro paese ci sia stato un rapimento o qualche cosa di brutto con gente vestita come noi ?”un saluto di pace e magari ci frequenti cosi magari scoprirà tantissime cose meravigliose che preserva l islam

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