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La conoscevi più che altro come leggenda metropolitana. La sentivi dire da gente che votava Lega da anni. Da prima dell’exploit elettorale, sin dai tempi della Secessione, del priapismo padano, di Roma Ladrona e di Vaticano Boia. Praticamente da sempre. Sapevi delle Camicie Verdi, delle storie che si raccontavano in giro. Leggende metropolitane, fiabe. Eri più giovane, davi retta a tutto e non davi importanza a niente. Fucile e baionette? Poco più di una barzelletta.

1994. Erano tempi diversi, così diversi da oggi. Il primo governo Berlusconi cade dopo pochi mesi. Il Cavaliere promette di non sedersi più in un tavolo assieme ad Umberto Bossi. Poi il Patto delle Sardine del 26 dicembre. Altro aneddoto. Il Senatur convoca D’Alema e Buttiglione ed offre loro sardine in scatola, Coca Cola e pan carré. Un pasto frugale per suggellare un accordo politico. D’Alema poi dirà di aver preferito digiunare quel giorno, lui, gentiluomo di tutt’altra pasta, al contrario di Buttiglione, noto nel rendere onore a qualsiasi tavola. Tuttavia il famoso Governo Tecnico presieduto da Dini si fa. E per la Lega si apre una nuova fase.Un ritorno alle origini.

Il Carroccio non è più un partito di governo. Si trova più a suo agio nel rivestire i panni di movimento popolare di rottura, con i loro declami secessionisti e la propaganda antiterrona. La Lega è tornata quindi ad essere quel Partito di Lotta che era sempre stato, il braccio “armato” che combatte per una patria non riconosciuta, per un governo eretico che i militanti chiamano del Sole. Il Sole delle Alpi, quello verde a sei punte, con il quale qualcuno aveva recentemente tappezzato una scuola. Ebbene non esiste patria senza esercito e non esiste esercito senza un capo, uno stratega, un generale. Viene creato il corpo di milizia delle Guardie Padane. Al comando un certo Roberto Maroni, ex militante marxista-leninista di Democrazia Proletaria, stregato dalla verve di Umberto Bossi. Lo stesso Maroni in seguito Ministro dell’Interno, vicepresidente del Consiglio dei Ministri, poi Ministro del Lavoro, poi Ministro del Walfare, poi ancora Ministro dell’Interno. Dici, non può essere: una fiaba. Eppure lui, all’epoca, fiero della propria investitura paramilitare, confermava con orgoglio ai microfoni della Bbc di essere il capo di oltre “mille effettivi”. Un altro modo per confermare un’autocelebrata erezione.

La fiaba continua sull’onda di bandiere tricolori e simboli dell’Arma bruciati per le piazze. Toni da rivoluzione e boutade strillate dai pulpiti di Pontida pronte a riempire le pagine dei giornali. Ribadisco: una fiaba e aggiungo grottesca. La Guardia Padana, le manifestazioni sempre più indisciplinate, l’aggressività di un popolo verde sempre più consapevole dei propri mezzi. Tempi nei quali un Bossi dinamitardo guardava negli occhi i suoi, li motivava, diceva loro di volerli vedere incazzati e pronti a tutto. Poiché si trattava di combattere contro un nemico di nome Italia.

«Bisogna essere più determinati, se l’altro attacca dobbiamo menare le mani il più possibile».

Le parole di Bossi in una conversazione intercettata da un’inchiesta veronese.

«Avremo tutti il mitragliatore in mano».

300 camicie verdi contro 600 poliziotti? Nessun problema. Il Senatur amava ripetere che sarebbe andato anche contro i Carabinieri, se solo ce ne fosse stata la necessità.

1996. Il colpo di scena. La fiaba padana deve fare i conti con la procura di Verona e con il procuratore Guido Papalia. Esistono leggi che prevedono il reato di attentato all’unità dello Stato, reato contemplato nel codice penale. Il leghisti provano a giustificarsi. Parlano più volentieri di volontari, di comitati, di patrioti e non di criminali. Papalia invece di “organizzazione paramilitare”. Leggi anche: roba fuorilegge.

Corinto Marchini, indagato da Papalia, ex senatore della Lega Nord e primo comandante delle Camicie Verdi, nel film documentario di Carlo Lazzaro (Camicie Verdi. Bruciare il Tricolore 2006, vedi fine articolo) parla di servizio di sicurezza: guardie del corpo. Questo in prima battuta. Dopodiché avviene la dichiarazione d’indipendenza. 15 settembre del ’96. Il Senatur proclama: «la Padania è una Repubblica Federale Sovrana». Il governo provvisorio si regge sulle spalle di Bossi, Maroni, Borghezio, Pagliarini e Gnutti. Serve una grande manifestazione di popolo sulle rive del Po. Una mossa strategica, politica e mediatica. Le Camicie Verdi, sorte lo stesso anno a Pontida, sono presenti.

Franco Rocchetta, ex fondatore della Lega, sempre nel documentario di Lazzaro, parla di «operazione di vertice», di movimento non spontaneo e di «corpo oggettivamente paramilitare» o che si proponeva di esserlo e che doveva servire per «incanalare alcune energie» come «soffocamento della vitalità, della vivacità e dell’espansione della Lega». Secondo Borghezio si trattava dell’immagine visibile della volontà di un movimento di contrapposizione. Vale a dire l’avanguardia di lotta (armata?) della Lega della Secessione: il cazzo duro puntato contro Roma Ladrona. Stando ai fatti dello statuto della Guardia Nazionale Padana ai militanti (militarizzati?) si raccomandava l’esercizio del tiro a segno. Non si sa mai che.

18 settembre 1996. Pochi giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza della Padania la Digos si presenta in casa di Corinto Marchini armi spianate. Al comandante delle Camicie Verdi viene imposto di seguire le forze dell’ordine. Il resto è storia: gli scontri di via Bellerio dov’è situata la sede federale della Lega Nord a Milano. L’irruzione, l’opposizione fisica e Maroni che morsica la caviglia di un poliziotto. Lo dicevo: una fiaba grottesca. Papalia, procuratore capo di Verona, nel ’98 definirà le Camicie Verdi espressione di un «disegno separatista» (parole riportate da Carlo Lazzaro in Camicie Verdi). 40 capi della Lega vengono così accusati di reati che prevedono addirittura l’ergastolo. Borghezio: «questo dice quella faccia di merda di Papalia», Verona, 15 febbraio ’98, al microfono della manifestazione della Lega. Bossi è più sibillino. Dal pulpito si limita ad indicare la casa di Papalia. E poi parla, paradossalmente, di Gestapo. Una fiaba, anzi, un qualcosa di più grottesco. Ma attenzione, non è finita qui, perché non c’è mai fine al peggio.

Ci aveva provato prima Maroni a convincere Corinto Marchini, in via del tutto confidenziale, si capisce, di proporsi come martire. Immolarsi alla causa. E cioè finire in carcere per la Padania. Alla famiglia di Marchini una sola garanzia: la parola d’onore di un padano di ferro, Roberto Maroni. Il partito si sarebbe preso cura dei parenti durante l’“assenza” del patriota. La seconda volta ci provò lo stesso Bossi. Era da un po’ che chiedeva ai suoi “azioni eclatanti”. Qualcosa di estremo e che potesse scatenare una certa reazione. Ancora una volta si fa il nome di Marchini. La strategia era quella di far finire qualcuno in galera in modo da giocarsi nella piazza il santino del “martire verde” durante l’acme dell’esposizione mediatica: la dichiarazione d’indipendenza sulle rive del Po. All’una e mezza di notte il Senatur chiama Marchini. La richiesta è estrema: le Camicie Verdi devono essere pronte a sparare ai Carabinieri[1].

Leggende metropolitane, illazioni, deposizioni giudiziarie. La fiaba, che non è più una fiaba, ma un qualcosa di più vasto, serio e complicato, comincia a colorarsi di un verde sempre più cupo. Fino a collimare in un baratro di demenza. Il racconto di Marchini infatti non si ferma qui. Una sera qualcuno si presenta dall’ex capo delle Camicie Verdi. Quest’ultimo, purtroppo, non vuole fare i nomi davanti alla telecamera di Claudio Lazzaro per le ovvie ripercussioni legali (processo in corso). Quel che conta è che queste persone confessano di aver ricevuto l’ordine di uccidere Borghezio, il nuovo martire da sacrificare alla causa leghista. Anche questa volta Marchini è reticente, tace i nomi dei mandanti. Tuttavia l’ordine viene revocato una settimana prima dell’ora X. Probabilmente Borghezio aveva risposto alla richiesta con un sonoro: «sto cazzo». Una fiaba noir tragicomica.
Una volta interpellato a proposito del macabro pettegolezzo Borghezio ammette che, considerato il clima di quel lontano ’98, «non mi sento di escludere niente»[2]. A questo punto nemmeno noi.

E l’happy ending? Che fiaba sarebbe senza un finale a lieto fine? Eccolo. Maroni, condannato definitivamente per oltraggio a pubblico ufficiale per i fatti di via Bellerio del ‘96, esce dal processo per il reato di attentato all’integrità dello Stato nel 2009 assieme a Bossi e Calderoli (tutti parlamentari all’epoca dei fatti). I capi d’accusa dei rimanenti 36 imputati leghisti[3], dopo i vani tentativi di Castelli, sono stati depenalizzati il 20 ottobre 2010 grazie all’intervento del Ministro della Semplificazione Normativa Roberto Calderoli. Sempre lui: l’ex imputato ora giudice. Ecco che anche la Lega, romanizzata più che mai, si fa la legge in casa: un provvedimento che cancella un centinaio di normative tra le quali il reato di associazione a carattere militare con scopi politici (semmai avevate in programma di prendere il potere con un colpo di Stato sapete che d’ora in poi avete carta bianca). Dopo 14 anni di processo le Camicie Verdi sono finalmente libere. Rimangono in loro ricordo intercettazioni nelle quali si parla di fucili ed armi improprie. Niente di nuovo sotto il sole. Forse i pm non hanno mai dato ascolto alle baionette retoriche del Senatur.

L’ultimo giro di valzer. Alla luce dei fatti Di Pietro e Idv sferrano l’attacco con una mozione di sfiducia ai danni del Ministro Calderoli poiché il processo alle Camicie Verdi è stato rinviato il 19 novembre, appena in tempo per far convalidare la legge. Ma in seguito ai fatti dell’8 ottobre, giorno in cui entrano in vigore le nuove norme, il Ministro della Difesa Ignazio la Russa ammette l’«errore materiale» di non aver abrogato il provvedimento “salva Lega” e per questo motivo si prende l’iniziativa di avviare il procedimento di rettifica. Tutti si aspettano la sacrosanta correzione che però viene segretamente bloccata da Calderoli. E La Russa? Cede probabilmente al ricatto. Do ut des: il “salva Lega” per il Lodo Alfano?

«Calderoli ha avuto un comportamento politicamente truffaldino, 
ingannando, forse, anche il ministro della Difesa per il quale 
l’abrogazione del reato di associazione militare per fini politici era 
un errore materiale da correggere in Gazzetta Ufficiale. 
La Russa dovrà spiegare perché non c’è stata la rettifica. (…) Calderoli ha mentito sapendo di mentire. Ha nascosto agli italiani che 
a Verona era in corso un processo a carico di vari esponenti leghisti. Durante il question time alla Camera aveva spiegato che l’elenco delle 
norme da abrogare era stato elaborato da una commissione di esperti 
nominata dal governo Prodi, ma la realtà è un’altra e l’abbiamo 
appresa questa mattina. Infatti, oggi, abbiamo ricevuto la lettera del Consigliere di Stato 
Vito Poli. Questi, in seguito al question time alla Camera, ha inviato 
una lettera all’IdV e allo stesso Ministro nella quale ha precisato 
che nessun membro della commissione da lui presieduta aveva proposto 
l’abolizione di quel reato. Inoltre, il Consigliere di Stato Vito Poli 
ha affermato che La Russa chiese all’ufficio legislativo del ministero 
della Difesa, d’intesa con la presidenza del Consiglio, di provvedere 
alla cancellazione della norma abrogativa del reato. Ma per “esplicito 
diniego opposto dall’ufficio del ministro per la Semplificazione 
normativa”, la rettifica non ebbe luogo. Insomma, Calderoli ha 
ricattato La Russa e Berlusconi».
Antonio Di Pietro, 20 ottobre 2010.

Nel frattempo la polemica si infiamma e Calderoli risponde alle accuse contenute dalla mozione di sfiducia proclamando platealmente che qualora venisse dimostrato il fatto di aver mentito allora si dimetterebbe all’istante. Ebbene, occorre che vi dica come sia andata a finire? Esattamente. Il finale della fiaba.
Buonanotte bambini.

Alberto Bullado

Per approfondimenti: Leghisti Wanted, articolo del collega Alessandro Bampa su Conaltrimezzi #1 a proposito di Lega Nord e fatti giudiziari.

Camicie Verdi di Carlo Lazzaro:


Seguono gli altri video: II, III, IV, V, VI, VII, VIII.

[1] Dichiarazioni dello stesso Marchini intervistato da Claudio Lazzaro. L’ex capo delle Camicie Verdi aggiunge inoltre che la conversazione è contenuta nelle intercettazioni a disposizione di Papalia. Lo stesso Marchini dice di aver sollecitato il procuratore nell’usare quella telefonata per smascherare Bossi.

[2] Parole pronunciare dal medesimo interessato sempre davanti alle telecamere del documentario Camicie Verdi. Come molti ben sanno Borghezio rischiò grosso 16 dicembre 2005 quando per poco non fu gettato da un treno da una ventina di facinorosi No Global dopo essersi provocatoriamente recato ad una manifestazione del No Tav.

[3] Tra i quali il deputato Matteo Bragantini e il sindaco di Treviso Giampaolo Gobbo.

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