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Santoro è come Berlusconi, non ti delude mai. È una cornucopia di spunti per i propri detrattori. In passato ho scritto abbastanza su Santoro (vedi questo articolo) ed ora sono costretto a tornarci brevemente. Mi riferisco all’ultima puntata di Annozero, per la precisione al suo finale, che fino a ieri s’era limitato al distensivo momento dedicato alle vignette di Vauro, che per quanto possano stare sul cazzo a qualcuno sono comunque quasi sempre simpatiche. Almeno a me fanno ridere. Però ieri ad un certo punto succede qualcosa di strano.

Da Santoro si canta. La ricorderanno tutti la beckettiana interpretazione di Bella Ciao. Era il 2002 ed il circo allora si chiamava Sciuscià. Ieri sera è toccato ad un altro pezzo nazionalpopolare: Libertà di Giorgio Gaber, un’esecuzione di gran lunga più gaudente e tarantellante. Del resto non ho mai dubitato del fatto che Annozero fosse una sorta di oratorio. Se non altro in quello stesso studio si è per un attimo palesemente respirato il medesimo clima. L’ingenuità profferta da uno slancio emotivo al limite del ridicolo e l’imbarazzato trasporto dei presenti sollecitati a cantare e battere le mani a ritmo dal prete di turno in piena estasi mistica: uno spettacolo straniante, impossibile da definire se più divertente o penoso. Santoro, per chi ha avuto l’onore di vederlo in diretta, era in preda al proprio orgasmo, liberatorio, pieno, caldo, fremente e tipicamente santoriano: cioè di tipo masturbativo, onanistico, derivato dal suo sempiterno delirio d’onnipotenza (“io che sono paladino dell’informazione chiamo all’appello tutti quanti, che so tanti, per l’ennesima crociata fricchettona in onore della MIA libertà d’espressione”). Una sensazione d’impeto che necessitava una condivisione cosmica, tanta è la virtù del nostro santone.

 

E quindi eccolo il coup de théâtre in tipico stile Santoro: goffo, grottesco, tra il patetico e l’ilare. Il tipico spettacolo che ti lascia uno sgradevole sorriso gommoso in faccia, più che altro una smorfia: «no dai, non lo sta facendo sul serio…». E invece sì. L’ennesimo peloso escamotage retorico è servito sul piatto d’argento di Mamma Rai, dove il cattivo gusto è di casa. Dove Santoro si confà con un certo kitsch catodico da tv di Stato. Come dire: viva la mediocrità, l’assenza di fantasia, il qualunquismo libertario e, non in ultima, l’ennesima volgarizzazione di una cosa bella, molto più profonda e genuina di Annozero. In questo caso una canzone di Gaber.

L’hanno fatto spesso anche con De André. Soventemente con Rino Gaetano. Non fa quindi eccezione Gaber. Notate il fil rouge? Certo, il cantautorato, ma dopo? Esatto. Stiamo parlando di morti. Questi personaggi sono passati a miglior vita e quindi non possono rispondere alle sollecitazioni altrui e cioè i vivi e i vegeti che si arrogano la possibilità di trascinare fuori dalla tomba, con fare macabro ma anche pop, l’immagine e la reputazione di malcapitate eccellenze sotto i riflettori del proprio palco, in funzione della propria persona, al cospetto della propria platea. In questo modo sottintendendo disgraziate genealogie supposte e parentele autoindotte cucite addosso con la tipica volgarità ed arroganza dei parvenu. Un malaffare abbastanza degradante.

Santoro a parte, che mi è servito più che altro come espediente narrativo per esporre la questione, occorre dire basta. Giù le mani dai morti, dai nostri cadaveri eccellenti e dalla memoria condivisa di un patrimonio artistico che è di tutti. Perché De André, Gaetano, Gaber non sono morti per diventare musica da oratorio, di destra o di sinistra, né tanto meno per dare l’opportunità ai vari Santoro di turno di farne un uso indiscriminato, squallido e politico. La buona musica italiana è degli italiani e basta, non solamente di una certa cerchia. Non è quindi giusto che alcuni se ne servano per i propri porci comodi. Il massimo che si può fare è lasciare in pace l’eredità di questi uomini che hanno saputo arricchire la lirica italiana e che hanno tutto il diritto di essere assimilati, fruiti e condivisi con genuinità da un pubblico trasversale. Quindi perché militantizzare certe espressioni a posteriori? Ma del resto si sa: grazia e intelligenza non sono di casa nei partiti così come nei salotti televisivi dei soliti tromboni.

Naturalmente questo non è un discorso che si limita purtroppo ai soli cantautori. Poiché il vizio è largo e costante. Allora succede che da Pasolini a Falcone e Borsellino è tutta una sfilata di santini sviliti e bidimensionalizzati, buoni a sponsorizzare qualsiasi illusione o illazione ideologica. Ma lo ripeto: questo è un malcostume assurdo. La tv di Berlusconi ci ha sovraccaricato di tette, culi e sorrisi e molti si sono indignati. Benissimo. Ma che dire allora di questo mercimonio d’immagini? Intellettuali, musicisti, artisti, celebrità culturali di turno, rigorosamente morti, ridotti a decorazione. Un qualcosa di odioso.

Lo sfruttamento di exempla deve quindi finire. È l’ora di darci un taglio perché in questo modo non si rende un buon servizio a nessuno: agli italiani, al tribunale estetico del gusto e soprattutto alle povere buonanime chiamate impudicamente in causa. Basta.
 

Alberto Bullado.
 

P.S data la mediocrità ed un certo piglio trash quoto Santoro per il prossimo Sanremo.

One thought on “Giù le mani dai morti! Quando il cantautorato diventa hit da oratorio

  1. Pingback: Libera(na)zione degli idioti: discorsi intorno alla Libertà, all’Intelligenza e all’Antifascismo « il blog di alberto bullado

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