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Innanzitutto le precisazioni di rito delle quali farei volentieri a meno, per amor proprio e per l’intelligenza dei lettori. Totale condanna dell’episodio relativo all’orribile omicidio di Sarah Scazzi. Non ci saranno mai parole sufficienti per descriverne il disgusto che lascia poi il passo all’aridità patetica, fatale e passiva imposta dalla realtà della cronaca. Detto questo spendo volentieri due parole verso un sentimento di autentica repulsione, questa volta verbalizzabile, nei confronti di un altro aspetto del fenomeno, niente affatto secondario, e che si è scatenato all’indomani del tragico epilogo della vicenda.

Il perché del titolo è presto detto. In Italia è pericoloso essere degli orchi. Oltre al rischio di essere beccati e puniti per i propri delitti, comune credo in ogni paese civile, vi è un pericolo in più: la ritorsione. Poiché è un dato di fatto che certi crimini non possono essere umanamente tollerati e che per questa ragione alle volte la legge sembrerebbe non bastare: il carcere è troppo poco. Tuttavia la verità è un’altra e cioè che se ci riteniamo parte di un paese civile, proprio come vorremmo, proporzionalmente ai nostri declami, popolato da esseri umani capaci di disciplinare i propri istinti è anche giusto rispettare le istituzioni e gli ordinamenti che ci siamo prescritti, altrimenti passa il concetto di legittima arbitrarietà dei nostri stessi valori a seconda dei sommovimenti tellurici ed irrazionali della massa, che non rispondono a nessun accettabile criterio di giustizia.

Naturalmente mi riferisco alla campagna denigratoria esplosa come una bomba nei confronti di Michele Misseri, zio, aguzzino ed assassino di Sarah Scazzi. Alimentato dal consueto e morboso patetismo catodico il popolo italiano ha potuto riversare nei confronti del colpevole una valanga di vomito. Invocazioni alla giustizia di popolo, pena di morte, tortura, isolamento, giustizialismo sommario e/o carcerario: un’iperbole di violenza che è ancora in atto e che per la cronaca non stupisce affatto ma che nella stessa maniera indigna parecchio.

Nel canale di You Tube di Gipi, autore di fumetti e regista, è comparso questo video che ritengo piuttosto eloquente: una carrellata di volti accompagnata da voci fuoricampo spersonalizzate. Parole abbinate alle immagini che restituiscono un mosaico di violenta turpitudine.

Uno dei commenti più quotati del video parla di “spettacoli gladiatori”. Di eventi mediatici tragici, sanguinari e moralmente pornografici dati in pasto alle platee eccitate da pulsioni che di umano hanno poco o nulla. Il Colosseo-Italia esigerebbe ciclicamente di fatti di cronaca nera nel quale celebrare macabri riti collettivi, soprattutto fondati sulla retorica della tortura verbale. Un corporativismo che trova come al solito sede nella virtualità del web. Facebook giunge quindi in soccorso a coloro che sentono la necessità di ostentare l’aggressività di un conformismo laido, becero ma anche altrettanto nazionalpopolare. Che si tratti di una sorta di mega esorcismo credo che sia evidente. Internet funge anche questa volta da valvola di sfogo, da bacino nel quale spurgare umore nero. Una cloaca d’entropia nella quale però si rischia di favorire l’infezione, se non una vera e propria epidemia. Capire infatti dove finisce lo sfiatatoio ludico-emotivo ed inizia la pericolosa infiltrazione di violenza è impossibile. E congetturare effetti pratici da sovraesposizione sarebbe allo stesso modo scorretto, così come equiparare la trivialità di massa con l’abominio di Misseri. Ad ogni modo occorre registrare frasi, immagini, parole e conservarle nella memoria riflettendo sulla qualità effettiva di un popolo, sulla propria degradata cultura e sulla natura umana di una massa altamente e pericolosamente suggestionabile.

Questo è ciò che il video vuole dirci. Il suo autore, rischiando non poco in termini legali, si sbilancia nella rappresentazione cruda di questo vulnus comportamentale, sottoponendolo alla sensibilità del fruitore. Si tratta di una fotografia impietosa e politicamente scorretta – in quanto lede la privacy delle persone coinvolte – ma che meglio di qualunque altro intervento rende bene l’idea dell’entità, della trasversalità e della dimensione della cosa. Verrebbe quindi da chiedersi se Misseri sia davvero l’unico orco della vicenda, l’unico attore di questa demente tragedia a manifestare un comportamento immorale.

Faccio riferimento al “pubblico” del Colosseo, certo, ma non solo. Poiché occorre riportare all’evidenza la gestione ugualmente morbosa e patologica delle maestranze mediatiche che mai come in questo caso hanno raggiunto livelli così bassi e spregevoli. Approfondimenti continui ed ipertrofici. Un’amplificazione che sembrava bramasse un tragico epilogo in nome dello share e del sensazionalismo. Per chi non lo sapesse il culmine è giunto durante la puntata di Chi l’ha visto? nella serata di mercoledì. In quell’occasione la notizia della morte di Sarah Scazzi e del ritrovamento del cadavere è stata data in diretta alla madre, che seguiva la trasmissione in collegamento diretto nella casa dello zio assassino, dopo un Golgota catodico fatto di «stiamo aspettando solamente la conferma ufficiale», telecamere accese e primi piani. Una pena che si è trascinata davanti gli occhi increduli di milioni di spettatori pronti a trasformarsi in improvvisati carnefici. Stiamo parlando di un episodio che per volgarità credo sia impossibile da bissare.


Lo ripeto, anche se è superfluo. Tutto ciò non è lontanamente comparabile con il gesto immondo di Misseri, inqualificabile, ingiustificabile, indifendibile, sia ben chiaro. Ciò nonostante occorre registrare l’imponenza, la diffusione e la reiterazione di un fenomeno gretto e primordiale che puntualmente si verifica in ogni sollecitazione della cronaca. Un mostro, che al contrario degli Alessi e dei Misseri è senza faccia e identità e che non si può né incarcerare né sopprimere poiché vive sempre dentro di noi.

P.S per la cronaca: la foto in anteprima dell’articolo fa riferimento al proverbiale buon gusto di Libero il giornale. La ciliegina sulla torta.

Alberto Bullado

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